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Brasile: Suez, Rio Amazonas. Cara e sporca acqua

I discutibili affari brasiliani della multinazionale francese che piace all'Enel Nella metropoli sul fiume più grande del mondo da anni l'acqua è stata privatizzata e data alla compagnia francese, ma il risultato è tragico: la maggior parte della popolazione ora può avere soltanto acqua non potabile. Pure, il «modello Manaus» è citato come esempio positivo
11 marzo 2006 - Andrea Palladino
Fonte: Il Manifesto

Quanto può valere l'acqua del più grande bacino di acqua dolce del mondo? Per gli abitanti di Manaus, città che si affaccia sulla gigantesca massa d'acqua che si sviluppa dall'incontro del Rio Negro con il Rio Amazonas, l'accesso all'oro blu costa caro. Più caro di quanto paga un abitante di Roma. Da quando la distribuzione dell'acqua è stata data in concessione alla Suez - nel luglio del 2000 - gli abitanti di una delle maggiori città amazzoniche pagano anche il 40% in più di molti cittadini europei. E, in molti casi, l'acqua non arriva nelle case: deve essere caricata ogni mattina in bidoni dai pozzi artesiani e trasportata dai bambini, dalle donne, dagli anziani, da chi ha qualche ora di tempo per affrontare file e gimcane tra strade dissestate. Su 1.600.000 abitanti, circa 300.000 non hanno accesso all'acqua, che arriva soprattutto dove abita chi può pagarla e dove esisteva una struttura di distribuzione. Erano gli anni della privatizzazione dei servizi pubblici, quando l'allora governatore dello stato di Amazonas, Amazonino Mendes, facendo circondare il parlamento locale dalla polizia, approvò la legge che trasformò la distribuzione dell'acqua in un business, sul Rio delle Amazzoni. «In quegli anni un real valeva quanto un dollaro - racconta Samuel Hannan, ex vice governatore - e le imprese straniere erano attratte dalla prospettiva di investire in Brasile». La privatizzazione cadde immediatamente sui servizi essenziali, che in un paese di 179 milioni di abitanti in forte crescita è una torta particolarmente appetitosa. Manaus aveva poi una compagnia dell'acqua pubblica conosciuta da sempre per la sua cronica inefficienza: privatizzare, all'epoca, significò creare nella popolazione l'aspettativa per un servizio migliore. «Avere una compagnia pubblica in pessime condizioni faceva parte del gioco - ricorda Eron Bezerra, deputato del Pc do Brasil. I politici neoliberisti hanno smantellato il servizio pubblico per facilitare l'arrivo della compagnia privata». Per la Suez fu un buon affare: la Compagnia dell'acqua - depurata dai debiti - fu comprata per 193 milioni di reais, di fronte ad un valore contabile stimato di 480 milioni. Un affare per la classe politica Anche per la classe politica fu in realtà un affare. Ora nessuno può più incolpare il governo per i problemi dell'acqua: «Lo stato non poteva tagliare le utenze dei morosi, non era politicamente conveniente; una azienda privata si», commenta l'ex presidente della compagnia pubblica dell'acqua Frank Lima. Oggi però pochi a Manaus difendono la privatizzazione. Cosa è successo? Cosa non ha funzionato? La Suez dice di non avere più la possibilità di investire e di non poter quindi raggiungere gli obiettivi di copertura della popolazione richiesti nel contratto di concessione. Lo stato, da parte sua, non può investire, visto che la multinazionale francese ha acquisito il monopolio per quarantacinque anni. La situazione poi della rete fognaria (inclusa anch'essa nel contratto di concessione) è drammatica: meno del 10% della popolazione è allacciata al sistema fognario, che è in buona parte ancora quello costruito dagli inglesi un secolo fa. Le malattie legate all'acqua (verminosi, malaria, dengue, epatite A ed infezioni gastrointestinali) sono in aumento e preoccupano sempre di più i medici del posto. Il municipio, rinnovato due anni fa e guidato da un sindaco appoggiato dalla sinistra, ha cercato di capire cosa non ha funzionato nel processo di privatizzazione, lasciato in eredità dalla precedente amministrazione. Durante l'audizione davanti ad una commissione d'inchiesta del consiglio comunale, il presidente di «Aguas do Amazonas» ha spiegato come la Suez abbia ritenuto strategico migliorare la qualità dell'acqua, investendo nella ristrutturazione dell'impianto di trattamento. In questo senso gli investimenti ci sono stati, il sistema di trattamento è stato migliorato dalla Degremont, società sempre del gruppo Suez che si occupa di impianti di potabilizzazione.Ma l'obiettivo di copertura della quasi totalità della popolazione esplicitamente previsto nel contratto non potrà essere raggiunto, ha detto chiaramente il rappresentante della Suez. Fernando Paraguassu - presidente di Aguas do Amazonas - in realtà va ben oltre, affermando che i veri problemi riguardano l'impresa, che in realtà sarebbe stata «raggirata»: «E' come quando compri una macchina usata... A volte succede che trovi problemi che non ti aspettavi». La Suez accusa esplicitamente lo stato di Amazonas di aver fornito, all'epoca della gara, dati non veri, che non rispecchiavano la realtà della città. Chi percorre le vie periferiche di Manaus - anche senza essere esperto di infrastrutture e di reti - si rende perfettamente conto che si tratta di una città in forte espansione, con una dicotomia sociale terribile, con zone di forte povertà e di degrado urbano e sociale. Ma è allora possibile che una impresa forte ed esperta come la Suez si sia fatta «fregare» dal governo dello stato di Amazonas? Per capire cosa vi sia dietro questa strategia apparentemente perdente della multinazionale francese dobbiamo arrivare all'inizio dello scorso anno, quando Aguas do Amazonas ha finalmente mostrato le proprie carte, presentando al municipio di Manaus un progetto di revisione del contratto di concessione. La parola d'ordine è PPP, Partenariato Pubblico-Privato. Nel 2002 il presidente della Suez, Gérard Mestrallet, presentò all'allora presidente della Commissione europea Prodi un Appello per una vera battaglia dell'acqua: «Siamo contro la privatizzazione di questo bene naturale e proponiamo alle istituzioni pubbliche di creare delle azioni insieme». Aguas do Amazonas segue oggi questa linea, proponendo al potere pubblico in Brasile di farsi carico degli investimenti necessari per l'espansione della rete di distribuzione dell'acqua e delle fognature. Toccherà, invece, all'impresa privata gestire poi la rete, ricevendone i profitti. Per evitare poi eventuali problemi sulla qualità del servizio, la Suez propone di dividere la città in due aree: l'area «consolidata» dove l'acqua distribuita sarà potabile e l'area di «espansione» (cioè buona parte della periferia) dove il rispetto delle norme di potabilità non potrà essere garantito. Una sorta di apartheid sociale dell'acqua. Il problema dell'acqua a Manaus - come in tutta l'America Latina - è quindi questione sociale, non più economica o tecnologica. L'acqua è un indicatore di status: se è potabile significa che paghi, che sei nel ristretto gruppo «consolidato». Se invece abiti in periferia, guadagni un salario minimo e non puoi permetterti di pagare bollette che spesso arrivano a decine di euro al mese, l'acqua diventa un bene impossibile da usare e probabilmente veicolo di malattie spesso mortali. Il ruolo della società civile Il modello Suez di gestione dell'acqua prevede - nell'ambito del Partenariato Pubblico Privato - anche la partecipazione della società civile. Con un progetto che le ha consentito di vincere il World Business Award negli anni scorsi, la multinazionale francese si pone agli occhi dell'opinione pubblica come modello di business sociale. Una pubblicazione del World Business Council for Sustainable Development (organizzazione formata da 180 imprese multinazionali con sede in Svizzera) spiega nei dettagli il modello proposto dalla Suez, fare affari con i poveri: «Si tratta strettamente di affari, di nuovi affari e di nuovi mercati, affari dei quali beneficiano i poveri e le imprese» (Haciendo negocios con los pobres. Una guia de campo,Wbcsd 2004) . E come si fanno affari con i poveri nel mercato dell'acqua? Il caso Suez/Manaus è citato come esempio. Nel 2002 - capendo che solo con il consenso e la partecipazione diretta della popolazione era possibile fare affari con l'acqua nelle zone più povere - la Suez, insieme alla ong «Essor» e alla cooperazione francese, crea una associazione di abitanti in uno dei quartieri più poveri della città. L'associazione si occupa di distribuire le bollette, di raccogliere i dati dei nuovi clienti, di convincere chi non può pagare a cercare almeno di rateizzare il debito accumulato, di mediare tutte quelle situazioni che potessero creare problemi. In cambio l'associazione riceve il 2% del fatturato effettivamente riscosso nella zona. In altre parole è il tuo vicino che diventa il rappresentante della compagnia dell'acqua, che ti convince che è giusto pagare. La Suez cita il progetto come esempio: di fronte ad una fornitura di 12 metri cubi di acqua al mese per famiglia la bolletta ha un valore fisso di 16 reais. In realtà l'acqua fornita alla popolazione è decisamente di più (almeno 50 metri cubi), ma la compagnia fa finta di niente, visto che l'esperimento riguarda poche famiglie. Il progetto diventa così la dimostrazione che fare affari con i poveri conviene a tutti: da quando sono i cittadini stessi a distribuire le bollette (e a guadagnarci in percentuale) il tasso d'inadempienza è sceso sotto la media. Ma è anche vero che l'associazione incentiva la popolazione a denunciare il vicino in caso di allaccio clandestino. Un vero affare, ma non per i poveri.

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