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Il giornalista Wilson Garcia Merida arrestato con l’accusa di narcotraffico

Bolivia - Cochabamba - Nuova grave aggressione alla libertà di stampa

Quasi 24 ore senza assistenza legale, ammanettato, minacciato e
percosso, con una sentenza di morte non scritta che gli pende sulla
testa. Questa l’incredibile storia di un giorno di ordinaria follia a
Cochabamba, un giorno terribile dal quale Wilson Garcia Merida è
riuscito a sopravvivere grazie a molta fortuna e alla decisione di un
giudice onesto.
1 maggio 2006


Quando abbiamo appreso dell’elezione di Evo Morales, come abbiamo
scritto, abbiamo preferito attendere molti giorni prima di scrivere
le nostre analisi su quanto avrebbe potuto significare questa
elezione per il Paese. Perché sappiamo quanto sia complicata la
situazione in Bolivia, che non deve fare i conti solo con una
economia sull’orlo del fallimento, ma anche – e soprattutto – con i
tanti, troppi poteri che si spartiscono i settori della vita
quotidiana della società civile.
Uno dei settori che più si trova sotto l’occhio del nostro (modesto)
Osservatorio è quello della pubblica sicurezza. Più volte abbiamo
cercato di semplificare la folla di divise, bande, squadre e
organizzazioni militari e para-militari che si sono appropriate
dell’enorme potere dato dalle armi alle loro cintole, e abbiamo già
chiarito quanto sia pesante l’ingerenza di poteri esterni allo stato
boliviano (poteri sia privati che di paesi stranieri) all’interno
delle forze di sicurezza.
Tutto ciò sta nelle analisi e negli articoli che abbiamo pubblicato
nel corso di questi anni.
Parole, numeri, dati asettici.

Poi capita che una persona che conosciamo e stimiamo, un
collaboratore di Selvas.org, finisca nelle trame intessute da queste
“bande armate”; un giornalista di chiara fama che ha dedicato tutta
la sua vita, e non soltanto la sua carriera, alla denuncia della
corruzione e dei legami tra narcotraffico e gruppi di potere, un
giornalista che con le sue inchieste ha portato più di un volto noto
alla sbarra degli imputati e che nel 2004 è stato ad un passo dalla
morte a causa delle pugnalate allo stomaco ricevute per impedirgli
l’ennesima inchiesta.
Ebbene, questo giornalista, Wilson Garcia Merida, è stato accusato di
narcotraffico senza che ci sia una sola prova contro di lui, fermato
da pattuglie di polizia private che, con l’aiuto della polizia vera
ed ufficiale, lo hanno consegnato nelle mani della FELCN, Fuerza
Especial de Lucha contra el narcotráfico (Forza Speciale di Lotta al
Narcotraffico), gruppo armato creato per mettere in pratica i dettami
della Legge 1008 boliviana (contro la quale più volte si è espressa
anche Amnesty International) in strettissima relazione con la Drug
Enforcement Administration (DEA) statunitense.

Cosa è successo nel dettagli oal nostro collega lo potrete leggere
nei documenti allegati.
Cosa succederà al nostro collega nell’immediato futuro lo saprete
leggendo gli articoli con i quali seguiremo questa sua incredibile
storia.
******************************************************************************
Biografia

Wilson Garcia Merida ha accumulato nel corso di 20 anni di carriera
un curriculum professionale estremamente importante. Ha intervistato
i protagonisti della storia contemporanea come Eduardo Galeano e Evo
Morales, incontrato per la sua prima intervista nella qualità di
dirigente cocalero nel 1992.
Dopo aver terminato gli studi di economia e sociologia all’Università
di San Simon (UMSS) di Cochabamba, ha studiato Comunicazione Sociale
all’Università Cattolica Boliviana (UCB) a La Paz dove ha preso un
diploma in Storia Andina (Facoltà di Antropologia) al Centro de
Estudios Superiores Universitarios (CESU) della UMSS.

È autore del libro in due volumi sulla storia di Cochabamba (“Un
secolo a Cochabamba”) ed ha pubblicato, oltre ad altri libri, molti
saggi accademici sulla questione coca e cocaina nel Chapare.
È stato corrispondente per il quotidiano di Cochabamba (la sua città)
Los Tiempos durante il Congresso Nazionale della fine degli anni ’80,
e per questa testata ha scritto molti articoli di giornalismo
investigativo sul narcotraffico a Huanchaca e La Floresta (provando,
tramite la sua rubrica “Dal Parlamento” che qui la Cia manovrava
l’affare droga in Bolivia). Le inchieste giornalistiche sono
diventate la sua specialità, soprattutto in campo di narcotraffico e
per la difesa dei diritti dei campesinos cocaleros.

Negli anni ’90 è stato a capo della Unità di Investigazione
Giornalistica ed ha fondato il periodico El Nuevo Heraldo e il
Servizio Informativo Datos & Analisis.
Le sue inchieste continuano a dare fastidio e, dopo il primo
tentativo di omicidio che lo ha visto vittima nel 1990
dell’aggressione di un libanese (per questo condannato a soli 5 anni
di carcere dopo un processo che ha ricondotto la mano del sicario
alla volontà del MNR, il partito dell’ex presidente Gonzalo Sanchez
de Lozada), nell’agosto 2004 viene pugnalato in un gravissimo
attentato che gli è quasi costato la vita. Le cure mediche gli
costano il periodico - El Nuevo Heraldo - costretto a chiudere i
battenti. Da quella data, Garcia Merida produce articoli, analisi e
inchieste esclusivamente via internet, collaborando anche con
l’Osservatorio Informativo Selvas.org che pubblica i suoi lavori in
italiano e in spagnolo.

Il 24 gennaio di quest’anno è stato aggredito fisicamente
dall’ennesimo politico del quale aveva prodotto le prove della sua
corruzione (aggressione che gli è costata l’uso della mano destra per
quindici giorni, denunciato all’opinione pubblica internazionale da
Selvas.org http://www.italian.it/isf/alertnews411.htm).

****************************************************************************
Ecco la lettera-denuncia di Wilson Garcia Merida
ai colleghi giornalisti boliviani

Cochabamba, 28 aprile 2006-04-29

Spett.Le
Congresso Nazionale della Confederazione dei Giornalisti di Bolivia
Valle de Vinto

Egregi colleghi.

Desiderando tutto il successo possibile per le vostre deliberazioni
per l'unità e la dignità dei giornalisti boliviani, mi permetto
denunciare a questo Congresso un fatto orribile che non solo mi causa
danno personale e professionale, ma è anche un flagrante attacco ai
principi sacri della libertà di stampa in Bolivia.
Dalla scorsa domenica 23 aprile sono inquisito di narcotraffico,
secondo la draconiana Legge 1008 imposta nel nostro paese dal governo
degli Stati Uniti; adesso sono sottoposto a misure preventive e
nell'imputazione firmata dal procuratore antinarcotici Weimar Barea
Aramayo e dal funzionario della Forza Speciale di Lotta Contro il
Narcotraffico (FELCN) René Vargas Martínez si legge:
"L’imputato Wilson García Mérida, alla contestazione di non avere un
domicilio abituale, famiglia, lavoro o affari nel paese, riferisce di
essere un giornalista senza indicare il relativo posto o indirizzo di
lavoro, non garantisce la propria permanenza nel paese e essendo
coinvolto in attività illecite di traffico di droga è probabile che
possa lasciare il paese e/o possa entrare facilmente in latitanza per
eludere le proprie responsabilità penali ".

Anche se il menzionato tenente René Vargas ha conoscenza Della mia
professione e del mio domicilio avendo in custodia i miei documenti
personali che confermano la mia situazione, e visto che il
procuratore Barea Aramayo potrebbe verificare in situ l'indirizzo che
ho indicato al momento della mia detenzione, con un’imputazione
affrettata a meno di 24 ore dal mio fermo mi è stato applicato
l’articolo 234 del Codice di Procedura Penale che si riferisce al
“Pericolo di Fuga”, sentenziando che "non avendo l’imputato indicato
alcun domicilio abituale, famiglia, affari o lavoro, esiste
evidentemente il pericolo di fuga".

Inoltre, se mi viene applicato ipso facto l’articolo 235 del codice
del Codice di Procedura Penale che si riferisce al "Pericolo di
Ostacolo alla giustizia", si indica che "Esistendo un imminente
pericolo di fuga, restando l’imputato in libertà potrebbe far sparire
le prove e le evidenze che ancora non sono state trovate, come
documentazione ed altri elementi di prova che dimostrino il nesso con
i fornitori o clienti delle sostanze controllate che gli sono state
sequestrate, per cui esiste il pericolo di ostacolo all'inchiesta.
Inoltre bisogna prendere in considerazione il suo atteggiamento di
fronte alla scoperta del suo reato, un comportamento criminale,
essendosi mostrato aggressivo contro i funzionari di polizia".
Cioè, visto che esiste il rischio per cui avrei potuto fuggire dal
paese o "ostacolare l’indagine", Bareas e Vargas hanno richiesto a un
giudice il mio trasferimento immediato alla prigione di San
Sebastián, dove sono rimasto in isolamento per oltre 24 ore in una
cella del FELCN, tutto in una sola domenica, intervallo in cui, in
più, sono stato torturato e bastonato dai secondini, nel tentativo di
farmi vuotare il sacco, per cui, secondo l'esame medico legale, mi
trovo immobilizzato per 25 giorni.

Tutto è iniziato alla fine di una riunione che ho avuto con alcuni
membri del Foro Cultural, fino a mezzanotte passata di sabato, nel
momento in cui mi apprestavo a tornare a casa con materiale
giornalistico che dovevo pubblicare domenica sul giornale La Voz per
l’uscita del lunedì. Ero in compagnia di parecchi artisti plastici.
Appena ho preso commiato da uno di loro, vicino alla Plaza Principal,
sono stato seguito da una pattuglia del 110 (come una volante del 113
nel sistema italiano, ndt) che, insieme con un altro gruppo di
pattugliatori, ha provato inizialmente ad accusarmi di aver rubato un
veicolo, cioè hanno in primo luogo tentato di arrestarmi come ladro e
quando mi sono difeso legittimamente da una simile accusa, mentre
venivo colpito da alcuni pattugliatori, sono stato salvato da un
colonnello dell'Esercito che passava casualmente da quel luogo, che è
un mio amico.
Una volta che l'amico militare se n’è andato via pensando che fosse
tutto chiarito al momento dell’arrivo della polizia del 110, chiamata
dalle stesse pattuglie che figurano nel verbale come “nei pressi di
calle Calama”, entrambe le squadre mi hanno accusato di portare
cocaina, motivo per cui mi hanno messo immediatamente nella cella del
FELCN, senza la presenza di una procuratore, cosa che è un'illegalità
assoluta. La cosa incredibile è che una volta detenuto dal FELCN, la
cocaina è sparita e al suo posto mi hanno attribuito il reato di
trasportare mezzo chilo di marijuana in una tasca che non ne ha la
capienza.

Tutto quanto detto è dettagliato nell'imputazione del procuratore
Barea Aramayo nei seguenti termini:
"Il 23 di aprile 2006, alle ore 03:30 a.m., personale della pattuglia
del 110, sotto il comando del Sottotenente Josmar Peffaure Silva, ha
prestato servizio per il FELCN, trasferendo l'arrestato di nome
Wilson García Mérida. Come denunciato dai presenti (ossia i
pattugliatori) nelle vie Calama ed Esteban Arze, il sottotenente
Peffaure si è presentato in questa zona con l’obiettivo di
verificare il possibile furto di veicoli, aggressioni verbali e
fisiche effettuate da una persona di sesso maschile. Una volta sul
posto, hanno proceduto a realizzare il controllo al soggetto di cui
sopra, trovando nella sua tasca di sinistra un involucro sospetto con
le caratteristiche della marijuana. Alla dipendenza del FELCN si è
proceduto a realizzare la perquisizione personale dell’arrestato,
trovando nella sua tasca di sinistra un sacchetto di plastica
trasparente che mostrava al suo interno un involto di carta di
giornale che conteneva una sostanza verdastra con le caratteristiche
della marijuana, un cellulare marca Nokia 8260 con il numero
71966218, e un’agenda con differenti numeri di telefono".
Dicono che hanno trovato nella mia "tasca di sinistra" (anche se non
specificano di quale indumento) 50 grammi di marijuana che nego
completamente di avere trasportato, anche perchè una simile quantità
non entrerebbe in nessuna delle mie tasche, né dei pantaloni, né
della camicia, né del cappotto che portavo in quell'occasione.
Il mio cellulare, che è uno strumento per il mio lavoro
giornalistico, è stato inviato alla Direzione dei Beni Sequestrati
con un atto che recita:
"Come previsto dall’art. 254 del Codice di Procedura Penale, si
dispone il sequestro di un cellulare marca Nokia modello 8260 che è
stato usato come mezzo di comunicazione per la commissione del reato
di trasporto di sostanze controllate; dovendo aggiungersi lo stesso
al rappresentante legale della Direzione del Registro, Controllo e
Amministrazione dei Beni Sequestrati”.
Ma questi abusivi (i pattugliatori, ndt) non solo hanno sequestrato
il mio cellulare con il pretesto che sono un narcotrafficante, ma mi
hanno preso i soldi che avevo per pagare l’affitto (3.000 bolivianos
che mi erano stati prestati dai miei genitori); il materiale
giornalistico per l'edizione della Voz di lunedì (sui quali avrei
dovuto lavorare quella domenica) con i documenti della Scuola di Arte
e di Talenti, la mia carta di identità e una tessera stampa che hanno
confermato chi sono, le chiavi di casa mia, una cintura di pelle,
finanche una confezione di preservativi. Il procuratore ha istruito
il tenente René Vargas affinchè mi restituisse gli effetti personali,
tra cui il tesserino stampa e la mia carta di identità; ma la polizia
ha rifiutato di farlo fino all’udienza preliminare, domenica alle 6
del pomeriggio, completamente senza fondamento, pronto per essere
trasferito alla prigione del San Sebastián dove mi aspettavano altri
pattugliatori con l’ordine di assassinarmi all’interno del carcere,
fatto che in strutture come Palmasola di Santa Cruz è abbastanza solito.
Oltre ad avermi tenuto in isolamento per tutto il tempo della mia
detenzione al FELCN, anche se il procuratore aveva ordinato al
tenente René Vargas di permettermi almeno due telefonate per chiamare
il mio avvocato e informare la mia famiglia, sono stato torturato
durante la detenzione. Vargas non soltanto ha proibito ai suoi
subalterni di farmi fare le telefonate, lasciandomi senza alcuna
difesa tanto che sono arrivato all’udienza come un soggetto
pericoloso e sconosciuto, ma questo poliziotto corrotto, che è una
vergogna per la sua istituzione, ha anche istigato altri secondini a
bastonarmi, cosa che hanno fatto colpendomi l’occhio sinistro,
rompendomi gli occhiali, e colpendomi in tutto il corpo e cercando di
strangolarmi quando ho chiesto di andare al bagno per le mie
necessità, diritto di cui sono stato privato tanto da essere
costretto a urinare all’interno della mia cella.

Oltre a non avere mangiato un solo boccone durante tutto il mio
sequestro, ho dormito ammanettato, cosa che mi ha causato
l’escoriazione dei polsi, e quando ho urinato nella cella è arrivato
un ufficiale chiamato Mendoza che ha cominciato a strangolarmi
dicendomi che, una volta morto, avrebbe detto che mi ero suicidato
perchè sorpreso “in flagrante” mentre trafficavo con la droga.
Esasperato, con le lacrime agli occhi, gli ho dato una testata in
bocca chiedendogli di lasciarmi il collo e dicendogli che il suo
rapporto sul mio suicidio non avrebbe potuto essere credibile perché
avrebbe dovuto spiegare la ferita sul volto. Questo mi ha salvato.
Devo chiarire che il tenente René Vargas Martínez, il responsabile
principale dell'accusa di traffico di droga che pende sulla mia testa
e istigatore delle torture che ho sofferto, è figlio del dirigente
del settore trasporti e deputato di Nueva Fuerza Republicana (NFR)
René Vargas Meruvia, che è uno dei mandanti del tentato omicidio che
ho subito nell’agosto del 2004, quando ho lasciato il suo domicilio a
Quillacollo.

Il procuratore Barea Aramayo ha fatto la sua apparizione in scena
alle 9 della mattina e poco prima del suo arrivo al FELCN un altro
poliziotto ha cercato di intimidirmi avvertendomi che se parlavo “più
del dovuto” con il procuratore mi avrebbe applicato la “Legge sulla
Fuga”.
Quando ho replicato alla polizia che le minacce non mi toccavano, non
solo mi hanno lasciato le manette, ma mi hanno immobilizzato con un
altro poliziotto che mi ha dato un pugno sulla faccia spaccandomi le
labbra. In questo momento è comparso il procuratore Barea Aramayo e
quando ho denunciato a questa autorità tutti questi abusi, il
procuratore ha accusato me di aver causato la reazione violenta
essendo "molto irreverente con l'autorità". Quando gli ho chiesto di
essere sottoposto ad un esame legale, il procuratore si è preoccupato
di quello che avrebbe potuto essere stabilito sulle ferite che avevo
riportato a causa del colpi dei poliziotti . Il medico legale,
comunque, mi ha riservato un trattamento propotente e sgradevole
mentre effettuava il suo controllo veloce e superficiale.

Nella mia dichiarazione informativa ho chiesto al procuratore di
essere sottoposto ad un esame tossicologico per dimostrare che non
sono un drogato, che non ho nessuna sostanza proibita nel mio
organismo e che men che meno sono un trafficante di droga, ed inoltre
ho chiesto di essere sottoposto un esame per il controllo
dell’alcolemia per dimostrare che non ero sotto gli effetti
dell'alcool quando mi sono difeso durante le botte che mi avevano
dato i pattugliatori che mi accusavano di essere io l’aggressore.
Barea Aramayo non ha dato corso a queste richieste perché il suo
obiettivo era dimostrare che sono un narcotrafficante per forzare a
tutti i costi il mio trasferimento al carcere pubblico di San
Sebastián avendo io commesso “un delitto di lesa umanità”, come
recita la sua ridicola imputazione.
In questo modo ho trascorso la domenica completamente isolato e
privato del mio diritto ad una legittima difesa e così sono arrivate
le 6 del pomeriggio, ora in cui era stata fissata l’udienza
preliminare al terzo piano della Corte Distrettuale di Giustizia,
udienza ottenuta dal procuratore Barea - con sorprendente velocità -
di cui sono stato informato solo mezz’ora prima.
Il piano del procuratore e della polizia consisteva nel farmi dormire
quella notte stessa a San Sebastián, là dove si vociferava che
dovevo essere assassinato come risultava dalle minacce con cui i
secondini si riferivano al “verme perduto”. Prima di ritirarsi, il
tenente Vargas ha avuto una telefonata con un maggiore di polizia, ho
ascoltato il discorso dalla mia cella, e il tenente informava il suo
superiore che “tutto era pronto” per risolvere la mia questione a San
Sebastián.
Un buon poliziotto che si è dispiaciuto per la mia situazione e che
aveva coscenza della pessima condotta dei suoi colleghi mi ha
avvertito che non dovevo rispondere a nessuna provocazione una volta
a San Sebastián perché "si stava cantando" che sarebbe corso sangue,
il mio senza dubbio.

Quando sono arrivato all’udienza preliminare alla Sesta Magistratura,
tra i secondini c’era una persona in abiti civili, vestito con una
maglietta bianca, cui sono stato indicato come “il giornalista
coglione che doveva essere messo sotto”. Amici poliziotti che si sono
messi in contatto con la mia famiglia il giorno dopo dicono che era
un incaricato di fare il “lavoretto” ordinato da chissà chi.
Lo stato d’animo di questa domenica era tremendo. Ero senza avvocato,
senza aver sentito la mia famiglia e i miei documenti erano nelle
mani del tenente Vargas, cosa per cui legalmente non esistevo. Questo
rispondeva perfettamente alle richieste del procuratore Barea Aramayo
di mettermi in prigione prima di una mia imminente “fuga dal paese
non avendo un domicilio abituale, famiglia, lavoro o affari
all’interno del paese”.
Quello che mi restava da fare era assumere personalmente la mia
difesa davanti alla Giudice, una professionista molto corretta. Ho
chiesto di esercitare il mio diritto alla “Difesa Materiale”, un modo
per supplire alla mancanza dell’avvocato, e contemporaneamente le ho
mostrato le ferite fresche e evidenti segni di torture subite quel
giorno nella cella del FELCN, avvertendola che se mi avesse recluso a
San Sebastián correvo il rischio di venire ucciso per tutto quello
che le avevo detto e che lei avrebbe avuto sulla coscienza un crimine
che si sarebbe potuto evitare. Ho chiarito che in quel momento non
avevo possibilità di domostrare che ero un “noto giornalista” (e che
vivo da 40 anni a Cochabamba, che ho famiglia e figli e che non ho
modo di fuggire dal paese perchè non ce n’è motivo e non ho i mezzi
economici per farlo) perchè il tenente René Vargas si era appropriato
illegalmente dei miei documenti; cosa che proprio il procuratore
Barea Aramayo aveva ordinato di restituirmi, ordinando anche di
permettermi di telefonare al mio avvocato e ai miei familiari, cosa
che Vargas ha impedito fino alla fine.

Nel vedermi senza difesa con evidente rischio per la mia integrità,
la giudice della Sesta commissione Istruttoria Cautelare, dottoressa
Celina Herbas Herbas, con estrema rettitudine e saggezza mi ha
riconosciuto la libertà provvisoria, anche per la mia estrazione, di
cui devo risponderne personalmente. Mi devo presentare al Procuratore
ogni 10 giorni per dimostrare che non sto fuggendo dal paese e ha
fissato una nuova udienza per il 5 maggio. Tutto questo mi causa
gravi danni professionali ed economici, visto che mia madre, come mio
garante, è stata denunciata dalla Clinica Belga per non aver pagato
le spese mediche dell’operazione che mi ha salvato la vita dopo
l’attentato subito nel 2004. Il colmo è che ora non posso compiere
regolarmente il mio lavoro di giornalista.

Non appena liberato alle 8 di domenica sera ho pututo raccontare il
fatto. Tramite Fernando Mayorga mi sono messo immediatamente in
contatto con il Defensor del Pueblo di Cochabamba, Augusto Siles, che
ha ascoltato cosa mi era successo. Il giorno dopo, lunedì, i
funzionari della Defensoría del Pueblo sono venuti a casa mia e
hanno fatto foto delle ferite causate dai miei torturatori in varie
parti del corpo. Lo stesso Defensor del Pueblo ha organizzato la
visita della dottoressa Miriam Rocabado, medico legale, che ha
effettuato una visita minuziosa, stabilendo questa diagnosi:
• Trauma cranico con ferita lacero-contusa
• Trauma oculare bilaterale con emorragia subcongiuntivale
• Trauma alla bocca con tagli e contusioni sulle labbra
• Pluricontusioni gravi alle estremità superiori e inferiori

Questo significa che ho un occhio tumefatto, il naso gonfio, ferite
in testa e zoppico. Per questo mi consiglia “venticinque (25) giorni
di riposo assoluto e cure a partire dal giorno delle lesioni”.
I traumi indicati sono collegati ad un totale di 16 escoriazioni,
ferite ed ecchimosi, includendo un riacuirsi dei problemi alla ferita
ancora sensibile causata dall’attentato a Quillacollo nel 2004, che
il medico legale dettaglia in questa relazione:
1. ferita lacero-contusa nella regione frontale destra, di cm. 1 x
1 di linghezza e larghezza al cranio
2. Ecchimosi ed escoriazioni nella regione semifrontale sinistra
con contusione
3. Ecchimosi perioculare sinistra con emorraggia subcongiuntivale
sinistra
4. Escoriazione nella regione della palpebra superiore sinistra
per contusione
5. Ecchimosi nella regione mascellare-mentoniera e zintomatica
sinistra per contusione
6. Ecchimosi ed edema nasale per contusione
7. Edema alla bocca con ferita lacero-contusa della mucosa del
labro superiore e tre ferite nella mucosa del labro inferiore
8. Ferita da morsicatura alla parte sinistra della lingua
9. Escoriazione per graffi sul mento
10. Forte arrossamento sulla nuca e nella regione cervicale per
compressione
11. Ecchimosi nella regione brachiale destra e sinistra nella
faccia anteriore e posteriore per contusione a forma di dita.
12. Ecchimosi nella regione pettorale destra, muscolo destro,
faccia posteriore superiore destra e laterale esterna e muscolo
sinistro nella faccia anteriore inferiore per contusione.
13. Escoriazioni ai polsi per attrito.
14. Escoriazioni per graffi alla scapola destra, alle nocche delle
dita medio e indice della mano destra, ginocchio sinistro con
impedimento funzionale per contusione, ed anche nella regione dorsale
del piede sinistro per contusione.
15. Ferite lacero-contuse si entrambi i polsi.
16. Cicatrici nella regione dell’addome e del mediotorace
posteriore inferiore di antica data.

Ho trasmesso verbalmente questa denuncia al viceministro del Governo
Rafael Puente e al ministro della Presidenza Juan Ramón Quintana. E
considero pertinente che il Ministro di Giustizia abbia copia del
documento.
Tanto al viceministro Puente che al ministro Quintana ho detto degli
antecedenti relativi al fatto che giorni prima della mia detenzione
ho ricevuto minacce telefoniche che avevano la chiara intenzione di
non farmi incontrare il colonnello Fernando Uribe Encinas, con il
quale ho avuto una serie di incontri nelle ultime settimane volendo
io contribuire all’attuale processo di riforma della Pubblica
Sicurezza che vuole attuare in tempi brevi il presidente Evo Morales,
facendo una nuova inchiesta sul caso dei delinquenti “incappucciati”
che sono apparsi sulla Tv nazionale nell’ottobre del 2004 (due mesi
dopo l’attentato di Quillacollo), accusando tale colonnello Uribe di
essere a capo di una “banda di ladri d’auto”.
Inoltre ho messo a conoscenza di questo antecedente il procuratore
Barea Aramayo nel corso delle mie dichiarazioni mentre ero recluso
nel FELCN.
Questi delinquenti organizzati che hanno incriminato Uribe, come si
dimostra nell’inchiesta che sto facendo, sono stati pagati ed
istruiti da un gruppo di ufficiali dell’intelligence di polizia che
sono intervenuti anche nell’inchiesta del mio attentato a Quillacollo
(dove è intervuta nello stesso modo una pattuglia che è sul punto di
essere rimessa in libertà) e che hanno nascosto le responsabilità
dell’allora deputato del NFR René Vargas, padre del membro della
UMPAR che mi ha torturato la scorsa domenica. Per queste coincidenze,
il caso di Qullacollo si è riaperto dopo un po’ più di un anno di
abbandono da parte del procuratore Lourdes Llanos Rivera, con
un’udienza fissata per oggi venerdì 28 aprile, alla quale senza
dubbio non avrei potuto assistere nel caso di una mia reclusione al
carcere di San Sebastián.
Per tutto questo vi sollecito, colleghi, a presentare alla
Commissione Costituzione e Giustizia dell’Onorabile Congresso
Nazionale, sotto la guida del Ministero Pubblico istanza di
riapertura dell’inchiesta sul caso degli “incappucciati” e per
stabilire la serie di irregolarità che sono state commesse
nell’inchiesta del tentato omicidio di cui sono stato vittima il 21
agosto del 2004 a Quillacollo, che nelle conclusioni del procuratore
Lourdes Llanos si è conclusa con un semplice “furto aggravato”.
Ovviamente tutto questo è da considerare strettamente connesso con il
nuovo attentato che si è perpetrato contro la mia integrità
attraverso di una ridicola – ma oscura e illegale – imputazione per
narcotraffico per cui la mia vita è stata messa in pericolo con la
tortura e evidenti minacce di morte.

Senza altro da aggiungere, ringraziando anticipatamente per la vostra
gentile attenzione, invio i miei distinti saluti e un abbraccio di
libertà

Cordialmente

Wilson García Mérida
Giornalista della Federazione
dei Lavoratori della Stampa di Cochabamba

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