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Nonostante nel 2003 l'allora presidente boliviano Sanchez de Lozada avesse ordinato all'esercito di scendere in strada per reprimere con qualsiasi mezzo le proteste popolari contro la svendita dell'intero patrimonio dello Stato (ferrovie, petrolio, compagnie aeree e telefoniche e, la goccia finale che fece traboccare il vaso, elettricità e gas), macchiandosi quindi direttamente della morte di 50 persone e di un alto numero di feriti, dal momento della sua fuga a Miami fino ad ora d parte del governo degli Stati Uniti non c'è mai stata la volontà di denunciarlo ad un tribunale che si occupi di crimini contro l'umanità.
Adesso, tra i primi atti del nuovo governo presieduto dal presidente Morales (il primo indigeno dopo 500 anni), c'è la volontà di chiedere agli Stati Uniti l'estradizione di Sanchez de Lozada, anche se la missione di Morales non si prospetta troppo semplice, basti pensare ai gelidi commenti sulla sua elezione pervenuti dall'entourage di Bush. In realtà la rivolta contro Sanchez de Lozada nell'ottobre 2003 fu solo l'ultimo atto di una repressione che lo stato aveva già attuato durante la prima guerra dell'acqua (nel 2000, soprattutto a Cochabamba), e sono proprio i familiari delle vittime a insistere perché la Bolivia consegni ufficialmente al Dipartimento di Stato americano la richiesta di estradizione.
La richiesta di estradizione di Sanchez de Lozada fa il paio con l'approvazione del Tribunale Costituzionale a comparire in giudizio a causa del massacro del Febbraio 2003, quando le massicce proteste dei movimenti boliviani (sindacati, indigeni, minatori, coordinamenti per la difesa dei beni comuni) provocarono una repressione che si concluse con oltre 30 morti e che avrebbe rappresentato soltanto l'anticipo dei fatti dell'ottobre dello stesso anno. In quella circostanza, era il 12 Febbraio, la folla riuscì addirittura ad entrare nella residenza presidenziale di Palacio Quemado mettendo in fuga Sanchez de Lozada e i suoi ministri, a cui il governo rispose conferendo pieni poteri alle forze militari per poi riorganizzarsi, passato il momento più critico, con il cambio di una parte dei suoi componenti. In questo caso la decisione del Tribunale Costituzionale è riuscita ad annullare la decisone del Congresso (presa quando era ancora presidente Mesa), secondo il quale la Corte Suprema non avrebbe dovuto dare inizio ad un procedimento contro l'ex presidente boliviano, tuttora rifugiato a Miami. Presentato il ricorso contro il Congresso lo scorso 19 Gennaio (un giorno dopo l'arrivo di Morales al palazzo presidenziale) da un senatore del Movimento al Socialismo (Antonio Peredo) e da due madri delle oltre 30 vittime, è stato approvato grazie al fatto che era passato con meno dei due terzi del Congresso, e quindi avrebbe dovuto essere nullo.
I guai di Sanchez De Lozada e dei suoi collaboratori al governo però non si fermano qui poiché è stato richiesto a Carlos Sanchez Berzain, Yerko Kukoc e Freddy Teodovich (tutti membri del suo gabinetto ministeriale nel 2003), di presentarsi in giudizio per le stesse accuse rivolte al loro ex-presidente.
Inoltre, dopo gli insulti a Morales degi altri concorrenti alla presidenza della Bolivia, in cui si era distinto in particolare Tuto Quiroga, che per ostacolare la sua ascesa e quella del Mas lo aveva più volte definito in campagna elettorale come "terrorista", "narco-dittatore" e "narcotrafficante", adesso proprio un senatore del suo partito è finito sotto inchiesta per corruzione. Ex ministro dell'istruzione e attualmente senatore di Podemos (Poder Democratico Social, la coalizione guidata da Quroga), Tito Hoz de Vila è indagato per la vendita illecita di alcuni immobili dello stato mentre ricopriva la carica di ministro. Pur di sfuggire all'accusa di corruzione e di traffici illeciti, il senatore si è subito aggrappato alla clausola dell'immunità parlamentare per non presentarsi di fronte al pubblico ministero, ma la bufera in cui si trovano altri rappresentanti dei precedenti governi sembra allargarsi poiché, con la stessa accusa, sono stati coinvolti anche altri due ministri, Donato Ayma e Isaac Maidana.
L'immunità di cui fa scudo il senatore di Podemos non sembra comunque aver scoraggiato i magistrati, che hanno dichiarato: "Può presentarsi in giudizio, come hanno fatto altri, in modo volontario esercitando il suo diritto alla difesa, oppure non presentarsi. Noi rispettiamo anche questa sua presa di posizione, però il procedimento giudiziario andrà avanti e verrà il momento in cui sarà convocato nelle vesti di imputato".

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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