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Cile: Bachelet, 100 di questi giorni...

Tre mesi fa, la nuova presidenta aveva lanciato il suo programma per i primi 100 giorni di governo, una specie di contratto con i cittadini. È riuscita a mantenere gli impegni presi?
21 giugno 2006 - Marco Coscione

Lunedì 19 giugno sono terminati i primi 100 giorni del governo Bachelet.
36 erano i punti che la nuova presidenta aveva deciso di trattare in questi primi tre mesi ed a metà giugno si può cominciare a tirare le somme almeno per quanto riguarda quanto promesso nell’agenda a breve periodo.
E como ogni democrazia che si rispetti, allo scadere di una data importante e mediatica come questa, appaiono come fughi inchieste o presunte tali che devono in qualche modo incanalare l’opinione della gente, la cosiddetta “opinione pubblica”.
Ebbene le inchieste più citate dai media cileni in questi giorni sono quelle di due giornali, diciamo così, di opposizione. Uno è il Mercurio e l’altro La Tercera. Il centro sondaggi de “La Tercera” sembra essere specializzato e salta fuori sempre nei momenti chiave, come durante le manifestazioni studentesche. Sono bastati dei gran titoli da prima pagina per convincere l’opinione pubblica che le mobilitazioni stavano terminando.
Ora la Tercera ha realizzato “ben” 1011 interviste telefoniche a persone dai 18 ai 70 (a detta del giornale questo campione rappresenta l’80% della popolazione), tra il 13 e 15 di giugno. Il 56% crede che la Bachelet stia conducendo il paese nella giusta direzione, percentuale che scende di 11 punti dai sondaggi di inizio maggio, quando la temperatura sul termometro dell’educazione ancora non si era alzata molto. Allora si notava solo qualche sintomo di raffreddore... qualche starnuto qua e là.
Tuttavia il dato più rilevante è che il 74% degli intervistati crede che la Bachelet avrebbe dovuto già in questi primi mesi di governo cambiare le carte in tavola. Insomma, qualche rimpasto di governo non fa mai male. Ed in effetti per come è stata la gestione della “marcia dei pinguini” da parte del Ministro dell’Educazione Zilic, una mossa del genere la speravano in molti. Ma non “mamma Bachlet”, che non poteva certo mettere in crisi il suo governo soltanto due mesi dopo averlo lanciato.
Anche per il Mercurio (che effettuò un’inchiesta telefonica con “addirittura” 400 persone, 187 donne e 213 uomini maggiorenni, della sola regione di Santiago, tra l’altro senza specificare la data) il nodo centrale sta proprio nel cambio di qualche ministro: il 60,6% degli intervistati lo considera necessario. Solo il 4,7% della popolazione intervistata sente che tutti e 36 i punti sono stati superati, mentre il 60,1% li considera parzialmente superati. Un dato significativo è quello che riguarda le relazioni con la Bolivia: il 74% appoggia la politica del “passo a passo” proposta dal governo rifiutando quindi l’esigenza “di una maggiore urgenza” espressa da 5 parlamentari (considerati “pargoletti” all’interno della Concertación, i senatori Alejandro Navarro del PS, Nelson Ávila del PRSD e i diputati Marco Enríquez-Ominami, socialista, René Alinco del PPD e Alejandro Sule del PRSD), gli unici che risposero all’invito lanciato da Evo Morales per una “diplomazia dei popoli” e non solo per i popoli...
Nonostante la presidenta si sforzi nell’affermare che ha mantenuto i patti e portato a termine i 36 punti che si era prefissata di trattare in questi cento giorni, la caduta di popolarità non si legge solo sui giornali, ma anche nelle facce della gente. Si sente nei discorsi dei lavoratori che tornano a casa, degli studenti che vanno a scuola, delle organizzazioni ed associazioni che piano piano si stanno svegliando e stanno ravvivando la vita sociale di un paese ancora abbastanza addormentato.
Approfittando del mondiale la presidenta si è espressa con termini calcistici affermando che è in piena sintonia con il gioco dei compagni e che la squadra ha già dato prova di avere ottimi goleador. Stava forse parlando di autogol?
A difendere la porta, però, ci sta pensando soprattutto il portavoce del governo, che chissà perchè si chiama come il tanto amato vecchio presidente Ricardo Lagos... Il portavoce (lo chiameremo con il suo secondo cognome, Weber, per non confondere le idee) ha risposto alle inchieste affermando che la mobilitazione studentesca ha cambiato inevitabilmente l’agenda della presidenta, in un periodo in cui tutti gli sforzi si stavano concentrando sui 36 punti del suo contratto con i cittadini e le cittadine.
Ora, sottolinea Weber, il problema è accelerare i tempi per ritornare a pieno ritmo sui binari dai quali momentaneamente si era stati dirottati: “si può sempre migliorare, anche perchè i governi sono fatti di persone e queste sempre possono migliorare”. Lo stesso ministro degli interni, Andrés Zaldívar, considera che la prolungata mobilitazione degli studenti giocò un ruolo decisivo nella percezione dell’opinione pubblica.
Ciononostante, Weber insiste sul fatto che il governo abbia agito bene in questi tre mesi; a quanto pare bisogna mettere sui piatti della bilancia diversi argomenti. Ancora da realizzarsi alcuni progetti a breve termine, come gli apporti statali ai giovani con basse entrate, un sussidio all’educazione prescolastica per il 40% più povero della popolazione ed un sussidio per le madri lavoratrici; ed altre a lungo termine e decisamente fondamentali per lo stato cileno, come la riforma del sistema elettorale (quel binominale lasciato in eredità dalla giunta militare che sottorappresenta l’opposizione ed esclude i partiti piccoli, che la stessa Bachelet considera “ingiusto e non rappresentativo”), la riforma del sistema previdenziale e la creazione di un Ministero della Sicurezza Pubblica che garantisca una giustizia equa ed uguale per tutti.
Bisogna comunque evidenziare il fatto che la Bachelet si trova davanti solo 4 anni di governo rispetto ai 6 del suo predecessore, ed è forse proprio per questo che da subito ha impartito i “compiti a casa” come una brava maestra premurosa. A dicembre già parlava di risolvere un punto ogni 3 giorni!
Per il timoniere del Partito Comunista, Guillermo Teillier, “la sindrome dei quattro anni ha portato la presidenta a stabilire obiettivi precisi, tuttavia non si può dare la colpa al tempo, perchè si possono prendere delle misure più profonde anche in quattro anni”. Carlos Larraín, presidente di “Renovación Nacional”, il partito dell’ex candidato Piñera, scherzosamente affermò: “io le darei altri 100 giorni perchè faccia le cose bene e non a metà”. Il diputato Patricio Melero, della “Unión Demócrata Independiente”, sostiene che la prossima, quella che inizia con il giorno 101, sarà “una tappa di incertezza, adesso che la Presidenta non ha più l’agenda con i 36 punti”. Ed in effetti, come hanno dato prova gli studenti delle secondarie, bisogna saper trattare tutte le tematiche anche quelle “fuori agenda”. Ma soprattutto bisogna cominciare a trattare misure a lungo termine, perchè i movimenti sociali, dagli studenti agli automobilisti, stanno crescendo per un generale malcontento sociale che investe tutto il paese.
In questi tre mesi sono successe molte cose: il movimento studentesco ha senz’altro conquistato le prime pagine, ma altri temi come lo sciopero della fame dei cosiddetti “terroristi mapuche”, il dibattito sulle eccedenze derivate dalla produzione del rame o sulle “subcontrattazioni” (contratti tramite terzi che non garantiscono una protezione adeguta dei diritti del lavoratore), le relazioni con il vicinato soprattutto dopo la vittoria del MAS in Bolivia o la spesa militare cilena, hanno spesso messo in difficoltà la coalizione al governo.
Adesso, come afferma l’analista José Miguel Izquierdo al giornale La Nación, la presidenta si trova davanti a grandi sfide: una è rappresentata dal giudizio storico, che sicuramente sarà molto più attento e severo trattandosi della prima donna presidente in Cile; la seconda è quella di evitare di diventare un mera amministratrice del patrimonio politico lasciato in eredità da Lagos, e la terza rendere il compromesso della partecipazione, preso durante la campagna elettorale, qualcosa di reale. Visti questi primi mesi, sembra proprio l’ultima la sfida più difficile. La Bachelet ha sempre sottolineato che sarà “la presidenta de todos” e che il governo sarà un governo “dei cittadini e per i cittadini”. Dopo anni di dittatura e di “apparente democrazia” qualcosa sta nascendo negli ultimi anni, dal basso; la società cilena sembra svegliarsi da un torpore che non è solamente politico o sociale ma anche mediatico. La prima presidente donna dovrà fare i conti con i nuvoi movimenti sociali, e questi dovranno rendersi conto che il momento può essere quello giusto, per “strappare” a piccoli passi lembi di reale partecipazione che in teoria dovrebbero essere dovuti. I pinguini, con la loro inesperienza giovanile ne sono un limpido esempio. Esempio da seguire.

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