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Colombia, si insedia Uribe Questa volta senza spari

Quattro anni fa le Farc spararono dai tetti, ieri 17 mila agenti hanno protetto l'insediamento del presidente. Fra assenze di lusso.
8 agosto 2006 - Guido Piccoli
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it) - 10 agosto 2006

Ieri, lunedì festivo in ricordo di una grande vittoria di Simon Bolivar di quasi 200 anni fa, è stato in Colombia un giorno come un altro. Il reinsediamento del presidente Alvaro Uribe ha cambiato l'atmosfera solo a Bogotà, in particolare nei dintorni del palazzo presidenziale e nei quartieri a ridosso delle vicine colline. Esattamente quattro anni fa, un manipolo di guerriglieri urbani cercò di rovinare la cerimonia ufficiale, sparando razzi e granate dai tetti: una dimostrazione di forza che, a causa del «cambio di direzione di una carica esplosiva», (secondo il freddo frasario delle Farc) invece di cadere sulla Plaza de Armas provocò la morte di una quindicina di indigenti della miserabile Calle del Cartucho. Quest'anno Uribe non ha voluto correre rischi e ha mobilitato 17 mila uomini, tra soldati e poliziotti, che hanno perquisito centinaia di case per dimostrare che la Colombia è più sicura.
Almeno fino al primo pomeriggio tutto è filato liscio, come può filare in un paese che annaspa in una guerra civile endemica anche se non dichiarata. Dopo aver preso messa nella vicina chiesa del Divino Niño ed aver ricevuto gli illustri ospiti giunti a Bogotà, Alvaro Uribe ha cominciato a leggere il suo discorso di investitura, caratterizzato da un tono dimesso sicuramente meno arrogante di quello usato quattro anni fa. Il presidente «dal cuore grande e la mano ferma» ha giocoforza abbandonato la promessa di sconfiggere in pochi mesi la guerriglia e ha giurato solennemente di impegnarsi con tutte le sue forze per raggiungere la pace, ma «non a qualunque costo». Uribe infatti ha sostenuto che non rischierà di «buttare via la sicurezza raggiunta nel paese per rincorrere un incerto dialogo con i sovversivi». E poi ha elencato i sacrifici che attendono i colombiani: le «tasse di guerra» che colpiranno soprattutto i ricchi (che comunque scegliendo ancora Uribe hanno dimostrato di credere per l'ennesima volta all'opzione della forza), ma anche le nuove misure contro un popolo già ridotto alla miseria come, ad esempio, l'imposizione dell'Iva sui generi di prima necessità come pane, latte e patate.
Insomma niente di nuovo sotto il cielo andino: uno stato che continua a rubare ai poveri per dare ai ricchi e che proseguirà nel tentativo di pacificare il paese contando sull'aiuto militare di Washington.
Un aiuto prezioso per un alleato prezioso e ormai quasi unico nel continente americano. Ieri a Palacio Nariño si è molto notata l'assenza dei leader più impegnati a dare un altro futuro al «cortile di casa» degli Stati uniti. Sia Chavez che Lula che Kirchner hanno preferito saltare l'appuntamento con Uribe, assenze che non sono piaciute a Bogotà, non compensate dalla presenza di una dozzina di presidenti latinoamericani e del principe Felipe di Borbone (unico ministro europeo presente, il premier olandese).
Assenti, naturalmente, i migliori alleati di Uribe: quei capi paramilitari impegnati nella lunga e sporchissima guerra di «bassa intensità», grandi beneficiari dalla sua politica di pace a senso unico. Per Salvatore Mancuso, Jorge 40, Don Berna e gli altri non è ancora il momento di farsi vedere nei palazzi del potere. Gli basta dominare le regioni atlantiche, dove scorazzano scortati da centinaia di armati e dove non solo mantengono ben stretti 5 milioni di ettari delle migliori terre strappate a centinaia di famiglie colombiane, ma continuano a fare affari con la droga e a sorvegliare i progetti «di sviluppo» della multinazionali in Colombia. Ma tutto questo di nascosto, per permettere che Washington e Bruxelles possano far finta di non sapere.

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