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    Intervista ad Hernán Báez Tapia, presidente del Sindacato dei Cantori Urbani del Cile

    Cile: la Cultura delle Micros

    La lotta sociale per il recupero degli spazi pubblici nel Cile attuale: l'esempio dell'arte gratuita ed impegnata degli artisti di strada.
    18 agosto 2006 - Marco Coscione

    [M] Salve Hernán, prima di tutto parlaci un pò di te e di come sei diventato un artista delle micro di Santiago...

    [H] Mi chiamo Hernán Báez e sono il presidente del Sindacato Indipendente dei Lavoratori “Cantanti Urbani del Cile”, i cantanti di strada che fanno musica nella città e nelle micros, i bus del trasporto pubblico. Io lo sono diventato non per casualità: mi sono sempre dedicato all’arte, soprattutto alla scrittura, però un giorno pensai a cosa potevo fare con l’arte e con la mia arte. In un primo momento pensai che potevo fare letteratura nelle micros, per tutta una storia di arte che è presente qui in Cile da 30, 35 anni. Le micros sono un spazio con un pubblico abbastanza numeroso: un artista delle micros può essere ascoltato al giorno da un pubblico di 500-800 persone se lavora almeno 4, 5 ore al giorno... e questo mi attirò molto. Inoltre mi piaceva l’idea che in pratica l’artista “assalta” una micro con la sua proposta artistica e la presenta a persone che certo sono abituate a questo, ma che hanno la testa altrove... vanno al lavoro e tornano a casa. L’obiettivo quindi diventa rompere un pò questo schema. Così iniziai a cantare nelle micros, perchè credevo di avere qualcosa da comunicare. Ed in più mi sembra un’ottima forma di guadagnarmi da vivere, facendo ciò che veramente mi piace.

    [M] Ed inoltre regali alla gente la tua poesia...

    [H] Esatto... all’inizio è difficile, senti il timore ed il cosiddetto “panico scenico”, ed anche un pò di vergogna, perchè non sei preparato a confrontarti con un pubblico che non ha preso la micro per ascoltarti. La gente conversa, dorme, legge, ascolta musica, “non ti caga” e quindi è difficile inserirsi in questo ambiente e richiamare la loro attenzione...

    Come ti sei sentito la prima volta?

    La prima volta è stata 5 anni fa... fu veramente difficile, però in seguito ci provi gusto... per me è già diventata una professione, anche se mi considero un cantante “part-time”, perchè sono sempre occupato con altri lavori.

    Ma allora perchè sei diventato il rappresentate dei lavoratori delle micros?

    Ma guarda, due anni e mezzo fa tra un gruppo di amici nacque l'idea di organizzarsi ed io fin dal principio ero uno dei punti di riferimento di questo gruppo che stava gettando le basi per la creazione del sindacato. Non avevo intenzione di diventare dirigente, ma solo di gestire la cosa perchè andasse in porto e funzionasse bene. Ma il giorno delle elezioni uno dei candidati si ritirò, mi disse che non poteva... era tutto pronto ed io non potevo certo lasciarci scappare questa occasione e mi offrì “volontariamente” come candidato. Non so se fortunatamente o no però fui eletto presidente... e come prima conseguenza cominciai a lavorare di più sulle micros, sdoppiandomi con un altra attività che non aveva nulla a che vedere con questa: immaginati, lavoro in una banca.

    Però mi immagino anche che non tutti gli artista hanno un altro lavoro... quanto può guadagnare un artista come te cantando nelle micros? E come vi spartite le micros e le zone della città?

    L’attività in sè nelle micros, non solo dei cantanti ma degli attori, pagliacci, poeti e mimi è ripartita bene in tutta la città. Ci sono comunque dei punti dove ci si riunisce in molti, ad esempio Irarrázaval. Ma anche Providencia, Los Leones e naturalmente l’Alameda, l’arteria principale del centro di Santiago. Io arrivo fino a Pajaritos. Normalmente cambio zone, mentre la maggioranza degli artista preferisce bazzicare sempre nella stessa. Però tutti ci riuniamo all’angolo di Irarrázaval con Vicuña Mackenna, la “culla degli artisti”, perchè 35 anni fa era li che si incontrarono i primi cantanti delle micros, quelli che cantavano canzoni con un certo contenuto. La maggioranza erano di Peñalolen, e quindi scendevano dal loro quartiere e raggiungevano il viale di Vicuña Mackenna, a pochi passi da Piazza Italia.
    I settori dove si lavora dipendono anche dal tipo di musica che si suona: ci sono cantori che fanno una musica più festosa, per ballare. Questa gente di solito lavora in Gran Avenida, Santa Rosa, settori più popolari.
    Noi, cantautori che facciamo una musica con più contenuto, purtroppo dobbiamo lavorare nei quartieri alti, perchè è la classe media o medio alta la più ricettiva, la più disposta ad ascoltare canzoni di questo tipo. In Gran Avenida o Santa Rosa è più difficile, però il messaggio arriva lo stesso alla gente.
    Un pò di tempo fa si guadagnava bene, 20.000 pesos al giorno (30 euro). Oggi non è più così: la maggior parte degli artisti “lotta” per 8.000 pesos, lavorando tutto il giorno, dalle 9 alle 13 e poi dalle 15:30 alle 21.

    Tu in che ore lavori, e cosa ti piace suonare?

    A me piace lavorare di sera; la gente è più rilassata ed ha più voglia di ascoltare, ascoltare qualcosa che le colpisca, e dato che io suono canzoni di Silvio Rodríguez, Víctor Jara, Pancho Villa, ed anche temi di un fratello mio che era cantautore, sembra che sia più disposta ad ascoltare, più silenziosa... così si lavora meglio.
    Ciò che faccio sui bus è soprattutto dialogare con la gente, darle qualcosa in più del solo canto. Molte volte suono una canzone e poi parlo del sindacato, delle sue attività, della sua lotta, perchè le persone comincino o continuino a considerarci come una espressione artistica che diventa anche un aiuto per loro, che può lasciare loro qualcosa oltre che intrattenerle.

    E poi ci sono poche radio cilene che trasmettono questo tipo di musica...

    Per non parlare delle televisioni: non c’è nessun programma che parli di musica popolare, arte di strada... non esiste spazio televisivo per questo tipo di arte. Ma a me piace un sacco salire su una micro e compiere giustamente una funzione artistica che però ha una connotazione sociale e politica ben definita.

    Una connotazione importante durante la dittatura...

    Si, molto importante... il canto sotto il regime fu un canto valoroso. Credo che nel mondo dell’arte, l’artista delle micros, principalmente il cantante, fu uno di quelli che più mise a rischio la vita, di fronte alla quotidiana repressione. Mi ricordo che era veramente difficile ai tempi, anche perchè prima di tutto gli autisti, per la stragrande maggioranza di destra, non ci facevano neppure salire, li infastidiva il fatto che cantassimo e facessimo propaganda politica, ricordando manifestazioni, incontri e feste popolari.

    Una doppia missione degli artisti delle micros...

    Si, da una parte far arrivare alla gente quella musica che effettivamente era proibita e dall’altro divulgare l’idea di recuperare la democrazia, buttar giù il regime di Pinochet ma soprattutto perdere la paura per la dittatura e recuperare gli spazi pubblici. In questo senso credo che i cantori delle micros compiono una funzione molto importante, lottarono molto e soffrirono molto. Però la paura spesso finisce quando, scendendo dal bus, vince la soddisfazione di aver esercitato un diritto, il diritto a lottare cantando.
    Cantando nelle micros inoltre si arriva alla gente povera, la gente che non ha il tempo ed il denaro per andare a teatro, ad un concerto o ad un qualsiasi spettacolo. In questo modo tutti noi rivendichiamo il diritto della gente a godere gratuitamente dell’arte, rivalorizzando l’immagine dei molti artisti come Victor Jara, che per noi rimane un simbolo che ci motiva a continuare, a trasmettere un’arte che sia alla mano del popolo e che parli delle cose che non vanno nella nostra società come in tutte le altre.

    Spazi pubblici per i quali ancora oggi state lottando, anche adesso in tempo di “democrazia” e con questo nuovo governo che si definiste “cittadino”...

    Una democrazia che giunse con tanti colori, con quel famoso slogan “adesso viene l’allegria”, e che furono solo promesse. Gli artisti, dei quali la maggior parte partecipò nella campagna peri il NO [1], lottarono con la promessa che una volta senza il dittatore gli artisti di strada avrebbero avuto nuovi spazi per esprimere la loro arte. Ma fino ad oggi non è stato così sebbene da sei mesi circa la polizia non può più arrestarci... era incredibile, fino a poco tempo fa c’erano ancora poliziotti che ci arrestavano se ci beccavano a suonare sulle micros. Tuttavia le condizioni nelle quali lavoriamo sono molto precarie, non ci rispettano, non ci considerano artisti, non riconoscono il nostro apporto alla società, ed oggi ci obbligano a scontrarci con il progetto di “ristrutturazione”, come lo chiamano loro, che proibisce ai conduttori di far salire passeggeri che non pagano il biglietto, ossia artisti e venditori delle micros. Sembra che adesso, in questa democrazia tra virgolette, avremo molte più difficoltà che sotto la dittatura... perchè per lo meno prima ci proibivano di suonare, era palese, sapevamo contro chi lottavamo, conoscevamo i rischi, però adesso ci parlano di democrazia, di utilizzo degli spazi pubblici, però alla fine nella pratica non è così... alla fine sono solo promesse.
    Dato che adesso sulla maggior parte delle micros del nuovo progetto Transantiago [2] non ci fanno salire gli artisti si stanno letteralmente “combattendo” le micros, mentre molti si dedicano ad altre cose, altri sopravvivono con quel poco che guadagnano, altri come me suonano nelle micros e lavorano anche altrove.

    In questa situazione tanto complicata come lavora il sindacato?

    Il sindacato, come ti raccontavo, nacque due anni e mezzo fa, il primo aprile del 2004, da una parte per l’inquietudine riguardo all’uso degli spazi pubblici, alla mancanza di protezione per i lavoratori, non godiamo di nessun beneficio sociale e non abbiamo nessuna assicurazione medica, e dall’altra a causa delle preoccupazioni con rispetto all’inizio del piano Transantiago. Volevamo essere preparati per affrontare il problema. Avevamo bisogno di organizzarci per presentare proposte al presidente Lagos ed essere autorizzati.
    All’inizio eravamo 60 soci, ma poi molti altri si motivarono ed oggi raggiungiamo i 300. Anche se quelli che partecipano attivamente sono la metà, il sindacato ormai è una organizzazione riconosciuta all’interno dei movimenti sociali cileni. Siamo riusciti a sederci allo stesso tavolo con le autorità del governo Lagos, un governo che in realtà non ci ha considerato molto. Ci ha dato solo aspirine, come si dice qui. Soprattutto Lagos, un figura abbastanza autoritaria, un “dittatore eletto”, questo lo dico io... A pensare che le nostre proposte erano facilmente realizzabili, nessuno dei ministri anteriori accolse le nostre richieste.

    E come proseguono le relazioni con il governo della Bachelet?

    Noi stiamo aspettando che la presidente Bachelet rispetti le sue promesse. Quando è stata eletta noi ci siamo presentati a casa sua, per consegnarle le nostre proposte e farle sentire le nostre preoccupazioni. Era una protesta ed i media la presentarono come una serenata. Lei ci rispose che ci stava già tenendo in considerazione e che potevamo fidarci della sua parola. Le consegnammo una carta ed oggi, frutto anche di altre manifestazioni, partecipiamo alla tavola di dialogo della quale fanno parte il Ministero dei Trasporti, il Consiglio Nazionale della Cultura e delle Arti, l’Intendenza di Santiago, la Divisione delle Organizzazioni Sociali ed altre autorità. Abbiamo concordato alcuni punti che però non sono ancora concretizzati, anche se nel frattempo è stato realizzato un catasto di tutti gli artista delle micros, con circa 400 artisti iscritti presso l’Intendenza. Tra gli accordi che vogliamo siano realizzati c’è il riconoscimento di noi cantori, poeti, mimi, pagliacci, come artista veri e propri... e quindi l’arte che si presenta nelle micros deve essere un’arte con un minimo di qualità! L'Alameda, l'arteria principale della città di Santiago.

    Mi sembra che in un momento nel quale il governo Bachelet si deve confrontare con molte mobilitazioni sociali, i mezzi di comunicazione non stanno dando molto spazio alle vostre rivendicazioni...

    Oggi non si riconosce pubblicamente l’esistenza della tavola di dialogo... in concreto non hanno firmato nessun accordo e quindi dobbiamo continuare a lottare come organizzazione sociale dei lavoratori, anche perchè ogni giorno gli artisti delle micros, soci del sindacato, stanno assumendo sempre più coscienza che ciò che ci ha condotto fino a questo punto è stata sostanzialmente la mobilitazione. A prescindere che la stampa o la televisione non ci considerino...

    Concretamente, quali sono gli obiettivi del sindacato?

    Da una parte il riscatto degli spazi pubblici, dove si deve fare arte, e ripeto “si deve” perchè non è un favore che ci stanno facendo ma un diritto che abbiamo come cittadini ed artisti; rivendicare l’arte nelle micros come parte del patrimonio culturale del Cile; la difesa del diritto a continuare con un arte con impegno sociale e politico. Sebbene la Concertación [3] parli di governo “dei cittadini e per i cittadini”, in realtà questa coalizione difende certi interessi economici ed impresariali. Il nostro dovere è quello di mantener sveglia la coscienza della gente, portare l’arte a chi non se la può permettere; come ho già detto uno degli obiettivi primari degli artisti della micro è difendere questo diritto, il diritto all’arte. Vogliamo continuare ad essere “valorosi”, perchè come disse Victor Jara, “il canto che è stato valoroso sempre sarà canzone nuova”. Vogliamo dare uno spazio per l’essere umano, per l’anima, a questa società che è un pò addormentata e che viene considerata “il giaguaro dell’America Latina”. Dobbiamo dirle che esiste anche uno spazio per l’arte che non si deve perdere, altrimenti ci trasformiamo in gente spersonalizzata, in macchine... e la peggior cosa che possiamo fare, dato che le nostre autorità vogliono trasformare Santiago in una città europea, sarebbe proprio seguire le cose negative degli europei o degli occidentali più in generale, come ad esempio, secondo me, la spersonalizzazione e la perdita del contatto umano. Quel contatto che noi, quotidianamente cerchiamo e difendiamo salendo su una micro.
    Noi siamo qui per difendere l’arte popolare, il canto popolare come parte dell’identità culturale di questo paese. Noi artisti delle micros siamo parte della stessa identità, perchè abbiamo difeso il nostro canto, lo abbiamo diffuso e perchè se oggi si continuano ad ascoltare le parole di Violeta Parra, di Victor Jara e di altri che hanno reso famoso questo paese all’estero, è perchè noi continuiamo cantandole nelle micros... noi, dei pazzi che persistentemente continueremo a farlo, ci autorizzino o no!

    Secondo te qual’è il timore più grande delle autorità per quanto riguarda il vostro apporto alla società?

    Credo che il grande timore del governo si basa fondamentalmente su un problema di programma economico, di programma politico, nei quali non si accetta che la gente pensi o faccia le proprie riflessioni. Noi cantori stiamo chiamando la gente, anche solo per dieci minuti, a riflettere, a modificare il “chip” ed a pensare un pò a sè stessa; a che faccia un’autoanalisi e veda come la situazione della società in cui vive non è poi così rosea come vorrebbero dipingercela. Alle autorità e soprattutto ai grandi imprenditori, che alla fine sono quelli che comandano questo paese, dà fastidio che nelle micros si faccia arte, ed un arte libera, che gli artisti si guadagnino da vivere senza dover lavorare per loro, per le grandi multinazionali, ed inoltre che possono cantare quello che vogliono, senza etichette commerciali. Questo è il punto: se domani ci dicessero “ok, potete cantare questo, questo e questo no!”, ci darebbero subito l’autorizzazione, ma noi cantiamo quello che vogliamo, quello che sentiamo e quello che crediamo sia necessario cantare... questo è il grande timore.
    Inoltre hanno paura che se ci danno l’autorizzazione a noi artisti, chiunque rivendichi la stessa autorizzazione. Ciò può degenerare, perchè per la strada non ci sono solo artisti ma anche molti delinquenti, che si travestono da artisti.
    Ma principalmente è il timore all’arte che dice qualcosa, che richiama l’attenzione, che rivela le brutte cose di questo mondo. Si può già vedere come la radio o la televisione hanno tolto dai palinsesti questo tipo d’arte. Le autorità hanno paura anche perchè sanno che la maggior parte della gente che usa la micro ci appoggia... ed è proprio con questa gente che stiamo costruendo consenso, perchè in qualche maniera anche noi siamo attivisti politici. Un artista sale sulla micro...

    Come credi che sta cambiando la società cilena? Si nota la differenza tra gli anni della dittatura e gli anni della Concertación? Cosa leggi ogni giorno sul volto delle persone che prendono la micro per andare addormentati al lavoro e tornare stanchi a casa?

    Durante la dittatura la recettività della gente sulle micros era molto buona, a tal punto che non c’era bisogno di chiedere “una collaborazione”, era la gente stessa che ti dava delle monete, nessuno le chiedeva... si cantava, si parlava di questioni politiche e la gente ti dava subito qualcosa. Con la democrazia è cambiato molto. Per i primi 7, 8 anni la gente si distingueva per due facce: una di chi si beveva il racconto dei “giaguari”, e l’altra era l’impersonificazione della povertà. Ogni giorno sul volto delle persone si rifletteva ciò che stava succedendo nella società, come gruppo ma anche come insieme di individui... la micro è un mondo, è lo specchio della società cilena. Quando sali su una micro si capisce subito a che cosa pensa una persona, cosa gli sta passando per la testa... oggi per esempio la faccia più comune è quella di una persona che ha paura di perdere il lavoro... molti te lo dicono pure, perchè ascoltano la tua canzone e gli si stringe il cuore. L’altra faccia più comune è quella della persona che ha paura per la propria sicurezza; ed in questo senso giocano un ruolo decisivo i mezzi di comunicazione che non fanno altro che venderti una realtà fatta di omicidi, furti, incidenti... è per questo che la gente è sempre molto attenta e non ha fiducia in nessuno.
    Ma vedo anche molte facce motivate, con la voglia di lottare; non so se sono il prodotto dei movimenti sociali o della stanchezza generale, però da alcuni mesi, quando salgo su una micro i passeggeri sembra che mi stiano aspettando, che stiano aspettando una canzone di denuncia... non hanno più voglia di canzoncine da ballare!
    Infatti adesso canto canzoni molto più “combattive”, come prima, e la gente applaude e mi chiede “ascolta, ma di chi è questa canzone? Dove la posso trovare? Mi è piaciuta molto...”; pensa che sto cantando una canzone di mio fratello che si chiama “Così è il Cile”, deve avere almeno 10 anni ma è ancora molto attuale.
    La gente, anche se ancora in modo disordinato, si sta organizzando, si sta risvegliando, creando nuovi movimenti sociali in risposta all’atteggiamento della Concertación che in questi anni ci ha fatto credere che organizzarci non era necessario e che era un male, che dovevamo essere individualisti perchè solo così si avrà esito nella vita.
    Ma la gente si è accorta che chi si è organizzato ha vinto qualcosa, come gli studenti che sono scesi per strada in massa o gli abitanti della toma di Peñalolen [4]. Le persone si sono rese conto che non è una menzogna quella frase che gridavamo negli anni di Allende... quella frase diceva che bisognava creare “potere popolare”.
    Credo che molti stanno ritornando a crederci, a credere che l’organizzazione, l’unione tra eguali, il discutere le cose secondo un’ottica politica è importante e c’è bisogno di ritornare a farlo... e poi per fortuna sta scemando piano piano quella paura di fare politica che in Cile rimase anche dopo Pinochet.
    Il tessuto che si era sfilacciato si sta nuovamente tessendo, soprattutto grazie ai giovani che hanno voglia di riscattare le esperienze rivoluzionarie del passato, imparando dagli errori commessi. Solo per fare un esempio la maggior parte dei soci del nostro sindacato sono giovani, dai 24 anni in giù... sono giovani che vogliono imparare, che vogliono organizzarsi e che credono che con la lotta si possono cambiare le cose. In queto senso sono abbastanza ottimista che le organizzazioni sociali del Cile, che furono così forti in passato, si stanno ricomponendo e che in breve tempo si potranno vedere i frutti di questa crescita.

    Note:

    Note:
    [1] Fa riferimento al referéndum nazionale che ebbe luogo il 5 ottobre 1988, con il quale la popolazione cilena doveva decidere se affidare ad Augusto Pinochet la carica di Presidente fino al 1997. Per fortuna vinse il NO.
    [2] Il piano Transantiago viene presentato come un piano di ristrutturazione del trasporto pubblico che mira al miglioramento della qualità della vita del cittadino della capitale, attraverso la diminuzione dello smog, del traffico, dell’insicurezza dei mezzi di trasporto, ed aumentando la mobilità e la sicurezza. Non solamente attraverso i nuovi bus ma anche con l’ampliamento delle linee della metropolitana.
    Il progetto in generale sta vivendo un tremendo ritardo ed ancora non si sa se e quando sarà del tutto operativo; nel frattempo alcune linee delle micros sono già state sostituite, ma le difficoltà per gli abitanti di Santiago sono attualmente superiori ai benefici. Inoltre non si vede nessun miglioramento dal punto di vista ambientale, tanto che la città è stata dichiarata la più contaminata dell’America Latina, in relazione alla sua popolazione.
    [3] La Concertación è la coalizione che governa il paese dall'inizio della fase di democratizzazione ed è composta dai partiti di centro e centro-sinistra (la Democrazia Cristiana, il Partito per la Democrazia, il Partito Socialista e il Partito Radicale).
    [4] La Toma di Peñalolen era un’area urbana occupata da circa 14.000 abitanti. L’occupazione iniziò nel 1999 ed ora è ufficialmente finita perchè le autorità hanno proceduto agli sgomberi ed hanno consegnato agli abitanti, ma non a tutti, delle nuove case. Una serie di prefabbricati a schiera che purtroppo sono fatiscenti, con problemi di fognature, strade non finite ed altro ancora. Per molti ex-occupanti erano meglio le case della toma, anche perchè adesso devono pagare per i servizi (acqua ed elettricità) che prima utilizzavano illegalmente.

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