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Oltre duemila lavoratori sono in attesa di un immediato ristabilimento della trattativa sindacale

Cile: Prosegue lo sciopero dei minatori cileni

I lavoratori sono stufi di vedere le maggiori ricchezze del paese depredate costantemente dalle multinazionali.
31 agosto 2006 - David Lifodi

Hanno raggiunto il venticinquesimo giorno di sciopero i minatori cileni di Escondida, in lotta dal 6 Agosto per ottenere un aumento salariale degno delle loro condizioni di lavoro.
Oltre duemila lavoratori sono in attesa di un immediato ristabilimento della trattativa sindacale, arenatasi in seguito alla richiesta dei lavoratori di un aumento del 13% giudicato irricevibile dalla multinazionale anglo-australiana Bhp Billiton e al comportamento abbastanza ambiguo del governo Bachelet insediatosi da pochi mesi alla Moneda.
L'occupazione della miniera e i blocchi stradali, secondo la miglior tradizione del sindacalismo di base sudamericano, hanno in realtà come obiettivo principale quello di convincere il governo a ridiscutere lo sfruttamento e la gestione delle materie prime nella speranza di convincere la Bachelet a seguire la strada della nazionalizzazione sull’esempio di Morales con il gas boliviano.
Di fronte allo sciopero, la multinazionale mineraria (proprietaria della miniera insieme alla giapponese Mitsubishi) ha reagito con la vecchia carta di dividere i lavoratori chiamando un migliaio di minatori a giornata(sembra che si tratti di crumiri peruviani), ma l'unico effetto prodotto è stato quello di radicalizzare ancor di più la protesta. Nonostante adesso il portavoce dei minatori Pedro Marìn confidi in una rapida ripresa dei negoziati, i pesanti attacchi provenienti dallo stesso Marìn e dal presidente della Cut Martinez nei giorni scorsi hanno lasciato capire fin troppo chiaramente che i lavoratori sono stufi di vedere le maggiori ricchezze del paese (in questo caso il rame, di cui il Cile è tra i maggiori produttori mondiali) depredate costantemente dalle multinazionali.
La marcia di protesta organizzata giorni fa dal sindacato dei minatori ha dovuto fare i conti con il violento intervento dei carabineros, che ha lasciato molte perplessità nel paese. Se da un lato è stato il governo a convincere la Bhp Billiton a tornare al tavolo delle trattative dopo gli incidenti, è altrettanto vero che mandare i carabineros a reprimere le proteste (era già successo in occasione delle manifestazioni studentesche dei "penguinos") non si addice molto con le continue dichiarazioni di democrazia, rispetto dei diritti umani e riforme che promuovano la dignità della persona nel campo del lavoro di cui spesso la "presidenta" Bachelet si fa promotrice in numerosi interventi pubblici.
Finora la distanza tra le richieste dei minatori e le offerte della Bhp Billiton sembra siderale poiché la multinazionale non sembra disposta a superare un aumento del salario del 4%, una concessione che suona quasi una provocazione per gli oltre duemila minatori che lavorano a tremila metri di altezza circa dodici ore al giorno nel deserto di Atacama a 180 chilometri da Antofagasta, la città più vicina.
La mobilitazione dei lavoratori ha ridotto la produzione a meno del 10%, una cosa intollerabile per la Bhp Billiton, abituata, come le altre multinazionali, a considerare le risorse sudamericane come di proprietà personale, favorita in questo dalla politica iperliberista varata fin dai tempi di Pinochet (e scarsamente contrastata anche dai partiti della Concertaciòn) che prevede l'assenza di una qualsiasi forma di contratto nazionale collettivo e dalla privatizzazione della maggior parte delle aziende del paese. Di fronte ad un accordo che, alle condizioni proposte dalla Bhp Billiton, costituirebbe un'ennesimo colpo contro i diritti sindacali non solo in Cile ma in tutta l'America del Sud, la richiesta formulata da Luis Troncoso (uno dei portavoce dei minatori) non è rivolta solo ad un aumento salariale, ma soprattutto alla nazionalizzazione della miniera sull'esempio del programma avviato da Allende durante la sua breve presidenza.
"L'ultimo contratto firmato dai sindacati è stato nel 2003", affermano i lavoratori, quando il rame si attestava sulla cifra di 0,67 dollari alla libbra: adesso che il prezzo oscilla tra i 3,40 e i 3,60 dollari (alla libbra), "una parte di questo guadagno dobbiamo percepirla anche noi".

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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