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Se per dare l’illusione di un naufragio su un’ isola deserta si fanno morire di fame le popolazioni indigene che importa? L’importante è l’audience

L’isola degli schifosi

29 settembre 2006 - Flaviano Bianchini

La storia dei Garrifuna è strettamente legata a quella dell’isola di St. Vincent, una delle isole sopravvento dei Caraibi orientali. Quando Colombo sbarcò in America, sulle Piccole Antille si erano appena stabiliti dei popoli provenienti dal Sudamerica che avevano sottomesso i precedenti abitanti, gli Aurachi. Questi popoli si erano dati il nome di Kalipuna o Kwaib da cui deriva il nome Garrifuna che significa “popolo che si nutre di cassava”. Da qui, probabilmente, deriva anche la parola Caraibi.
St. Vincent allora era nota come Yurimein. I nativi incontrati da Colombo erano discendenti da uomini caribi e donne aurache. Nel XVI secolo Gran Bretagna, Francia e Olanda entrarono in competizione per il controllo delle isole combattendo tra loro e contro i nativi.
Nel 1635 a largo di St. Vincent naufragarono due navi spagnole che portavano schiavi neri dalla Nigeria alle colonie americane. Gli schiavi sopravvissuti uccisero tutti i bianchi delle due navi e si rifugiarono sull’isola. Inizialmente vi fu conflitto tra gli africani e i caribi ma i caribi erano indeboliti da malattie e anni di guerre mentre gli africani erano in piena forza (solo i migliori erano scelti come schiavi) e quindi in breve tempo i neri vinsero e si instaurarono sull’isola. Ma non sterminarono i loro nemici e iniziarono una convivenza che li portò a mescolare il loro sangue nero con quello auraco e nella loro lingua si chiamarono Garinagu o Garrifuna. Per quasi tutto il XVII e XVIII secolo St Vincent fu formalmente sotto il dominio britannico ma in pratica era regno dei Garrifuna e nel 1660, con il trattato di Basse Terre, le isole di Domina e St. Vincent furono assegnate ai Caraibi come “possedimento perpetuo”.
Un secolo dopo però la Gran Bretagna tentò di ottenere pieno controllo dell’isola di St. Vincent ma furono respinti dai garrifuna appoggiati dai francesi. Un altro tentativo venti anni più tardi ebbe esito migliore e nel 1783 gli inglesi imposero ai garrifuna un trattato che lasciava loro solo metà dell’isola. Il trattato però non fu mai accettato dai garrifuna che continuarono a sfidare il dominio inglese con una sorta di guerriglia appoggiata dai francesi. L’ultimo grande scontro fu nel 1795. La battaglia durò più di un anno durante il quale i garrifuna persero il loro leader Joseph Chatoyer e il 10 giugno del 1796 i garrifuna e i francesi si arresero agli inglesi.
Le autorità coloniali non potevano accettare che ci fosse una società nera libera in mezzo a orde di schiavi. La libertà dei garrifuna poteva fomentare una ribellione tra gli schiavi neri e quindi, per preservare i loro privilegi di bianchi, decisero di deportare i garrifuna. Le diedero la caccia come alle lepri; distrussero tutte le loro case e la loro cultura. Migliaia morirono uccisi dagli inglesi, altrettanti morirono di fame e di malattie. I sopravvissuti, circa 4300 caribi neri e 100 caribi gialli, come li definirono gli inglesi, furono trasferiti nella vicina isola di Balliceaux; in meno di sei mesi metà di loro erano morti, soprattutto di febbre gialla.
Nel marzo del 1797 quelli ancora rimasti furono caricati su delle navi e spediti a Roatan, nelle isole della Bahia. Una delle navi fu catturata dagli spagnoli e portata a Trujillo per farne degli schiavi, per quei mille garrifuna la loro lotta per la libertà durata più di 150 anni era finita. Erano partiti dall’Africa per essere schivi e, alla fine, schiavi erano diventati; nonostante 150 anni di lotta per la libertà. L’altra nave arrivò a Roatan e lì fu abbandonata. Da quel giorno i Garrifuna popolano le isole della Bahia, i Cayos Cochinos e tutta la costa nord dell’Honduras con una economia totalmente basata sulla pesca.
Ma oggi è arrivata un’altra minaccia. Da quando sul Cayo Paloma sono sbarcati i naufraghi di Rai Due è stata proibita la pesca ai garrifuna intorno al Cayo per evitare di rompere l’incantesimo del naufragio. Sabato scorso Adrian Oviedo, presidente della Fondazione Cayos Cochinos che gestisce l'area in collaborazione con il Wwf (che, in teoria, dovrebbe proteggere i popoli indigeni) è sbarcato a Chachahuate (principale centro dei Cayos) per intimare espressamente alla popolazione di non avvicinarsi all' Isola dei famosi. Per la produzione della trasmissione il timore è che qualche pescatore finisca per sbaglio nell'inquadratura rompendo l'illusione del naufragio in un'isola deserta.
«Crediamo che sia vergognoso il comportamento della televisione italiana - dichiara Miriam Miranda di Ofraneh (Organisacion Fraternal Negra de Honduras) - Così si sta attentando al diritto all'alimentazione della comunità».
Ma oggi in questo mondo di aria condizionata, riscaldamento centralizzato, cibi preconfezionati, igiene ossessiva e macchina per andare al negozio sotto casa, la gente sente il bisogno di evadere e di sentire il contatto con la natura. Ma non volendo trovare il tempo per andare a fare una passeggiata in campagna si affida ai finti naufraghi di Simona Ventura. Se poi un padre garrifuna non riesce a dar da mangiare a suo figlio a loro che importa?

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