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Colombia, Uribe e Farc trattano sugli ostaggi

Fino a ieri si dicevano «fascista» e «bandolero», oggi il presidente Uribe e il capo guerrigliero Marulanda si offrono l'un l'altro negoziati sugli ostaggi (compresa Ingrid Betancourt) e persino una costituente. Ma è presto per dire che è tutto vero
5 ottobre 2006 - Guido Piccoli
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Fino a pochi giorni fa s'insultavano, chiamandosi reciprocamente «fascista» e «bandolero narcoterrorista». Adesso si scambiano lettere, nel breve volgere di poche ore. A soli due mesi dal suo reinsediamento come presidente della repubblica, Alvaro Uribe comunica da Palacio Nariño con Manuel Marulanda, detto Tirofijo, ben protetto nella boscaglia della cordigliera orientale. Quasi un miracolo da «realismo magico». Tema della corrispondenza è il cosiddetto «scambio umanitario», tra 57 sequestrati e prigionieri delle Farc, tra militari e politici, tra i quali la leader ecologista franco-colombiana Ingrid Betancourt (rapita da quasi cinque anni) e mezzo migliaio di guerriglieri, detenuti nelle carceri nazionali. Tra Uribe e Tirofijo, a parole, c'è molto di più. Ad esempio, l'idea di arrivare ad «un accordo di pace, che superi il conflitto sociale e armato che flagella il paese», come ha scritto il leader guerrigliero, oppure di «convocare, alla conclusione di un negoziato, un'assemblea costituente», come ha detto Uribe.
E' indubbio che i due facciano a gara a chi la spara più grossa. Anche questo, comunque, è un segnale che vogliono fare qualcosa per uscire dallo stallo di un conflitto tanto sanguinoso quanto sterile. Sebbene non abbiano probabilmente rinunciato al sogno di eliminare la guerriglia o di conquistare il potere con le armi, Uribe e Tirofijo sembrano avvertire la pressione della società colombiana, solidale con i familiari dei sequestrati, e di vari governi stranieri, tra i quali la Francia, interessata soprattutto a liberare la sua famosa connazionale. La strada per arrivarvi è comunque piena di ostacoli. Anche per il coinvolgimento degli Usa, poco propensi agli scambi di prigionieri: mentre nelle carceri statunitensi sono reclusi due comandanti guerriglieri, Simon Trinidad e Sonia (estradati con l'accusa di narcotraffico), nella selva colombiana sono detenuti tre agenti Cia catturati dopo l'abbattimento, nel febbraio 2003, del loro aereo-spia. E' ovvio che sia il governo che le Farc vogliano trarre il maggiore tornaconto possibile, propagandistico, politico e militare, dallo «scambio umanitario».
Finora tra i due contendenti è risultata più irremovibile la comandancia guerrigliera, che, per cominciare a discutere col governo, continua a richiedere la smilitarizzazione per 45 giorni dei territori di due comuni, Florida e Pradera, a 470 chilometri a sud-est di Bogotà. Alvaro Uribe ha dovuto abbandonare il «categorico rifiuto di rinunciare anche ad un solo centimetro del suolo patrio» ed accettare le condizioni della guerriglia, pur proclamando di non volere rifare un Caguancito (riferendosi alla regione del Caguán, il territorio dove per quasi tre anni, dal febbraio 1999, si realizzò il fallimentare negoziato tra le Farc e il governo di Andrés Pastrana). E' immaginabile che, con questa mossa, Uribe voglia deviare l'attenzione da alcuni scandali che coinvolgono l'apparato statale e dall'evidente impasse del suo programma politico-sociale. Ad essere coinvolti sono soprattutto i suoi apparati di sicurezza, esercito e polizia che, in più occasioni, hanno dimostrato di essere più corrotti e criminali che mai. Non passa giorno che non si legga di civili innocenti uccisi e fatti passare per ribelli (per acquisire meriti e premi e soddisfare la fame di risultati nella lotta contro-guerrigliera) o di sanguinose «faide interne» per i favori dei narcos. Alcune settimane fa si è scoperto che alcuni attentati negli ultimi mesi, attribuiti alle Farc, erano stati in realtà organizzati da vari ufficiali in combutta con guerriglieri smobilitati. Ma ad essere arrivato ad un punto morto è soprattutto il processo di scioglimento dei paramilitari delle Autodefensas, ai quali Uribe ha fatto ogni tipo di concessione legale, economica e politica, irritando non tanto la distratta e ipocrita Ue quanto Washington che non può tollerare la concessione di uno status politico, e quindi la sostanziale immunità, alla gran parte dei narcos colombiani.
Incapace di soddisfare i suoi migliori ed irrinunciabili alleati, gli Usa e i paramilitari, Uribe spera di prendere tempo travestendosi, in maniera poco credibile, da uomo di pace. Se è legittimo sperare che sequestrati e prigionieri possano essere liberati, magari a Natale, risulta del tutto fantasioso che possano firmare la pace un presidente tanto fanatico e reazionario e il guerrigliero più dottrinario dell'America Latina e per niente indebolito dopo tanti anni di guerra.

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