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Errori di Lula, terrorismo della destra In ballottaggio il destino del Brasile

15 ottobre 2006 - Emir Sader (Sociologo brasiliano, segretario esecutivo eletto di Clacso, Consejo latino-americano de ciencias sociais)
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Vittima dei suoi errori e dell'uso terrorista di quegli errori da parte del monopolio privato dei media, Lula non è riuscito ad avere - per l'1.4% - i voti necessari a vincere nel primo turno del primo ottobre. La reiterazione delle denunce - questa volta l'acquisto di un dossier che effettivamente comprometteva dirigenti dell'opposizione ma che i media sono riusciti a sviare in accuse sul modo con cui è stato ottenuto, esibendo un'infinità di volte le foto dei dollari presumibilmente destinati all'acquisto ma nascondendo il contenuto delle accuse -, denunce riprese e ripetute dagli altri tre candidati - Geraldo Alckmin della destra tradizionale, Heloisa Helena dell'ultra-sinistra e Cristovam Buarque suppostamente nazionalista -, hanno creato un clima che ha portato alla perdita d'appoggi in settori della classe media del centro-sud e alla necessità del ballottaggio, fissato per domenica 29.
Il risultato rivela un'impressionante divisione del paese in termini sociali e regionali. Nel nord-est - povero -, principale beneficiario delle politiche sociali del governo, Lula è arrivato a toccare più del 70%, mentre nel sud, dove è forte il peso della classe media, è rimasto intorno al 30%.
Il fattore determinante - come giù accaduto in tutte le elezioni latino-americane - è stato il ruolo del monopolio privato dei mezzi di comunicazione, il vero partito della destra. In Brasile, al contrario di altri paesi, la presa è assoluta: non c'è nessun giornale quotidiano e solo uno - minore - settimanale, che non sia integrato al blocco totalitario dei media privati. Quattro famiglie - i Frias (proprietari della Folha di San Paolo, i Mesquita (dell'Estado di San Paolo), i Civita (della settimanale Veja) e i Marinho (della Rede Globo di televisione e stampa scritta) - controllano il mercato delle comunicazioni di massa e praticano un terrorismo anti-Lula.
Hanno potuto contare anche su una candidata dell'ultra-sinistra e su un nazionalista, ai quali sui media sono stati concessi spazi generosi sfruttati da entrambi per criticare ferocemente Lula, risparmiando invece la destra. In questo modo si è formato un solido, per quanto eterogeneo, blocco anti-Lula, che è riuscito a portare le elezioni al secondo turno.
Questo risultato si deve anche alle debolezze della campagna del Pt. Il partito, colpito dalle denunce e dalle crisi interne, ha avuto un basso profilo, senza più la capacità di mobilitazione dei militanti. La campagna di Lula è stata centrata sull'efficacia dei suoi programmi sociali. Neppure un accenno che desse consistenza politica e ideologica a quei programmi, ricordando come il Brasile è il paese più ingiusto del mondo e quello dalla peggior distribuzione della ricchezza, in cui il nucleo di fondo dei governi deve essere la lotta contro l'ingiustizia sociale, le diseguaglianze, l'esclusione.
Oltre a questo, il governo Lula paga la sua debolezza strutturale: non è uscito dal modello neo-liberista. Quindi è andato poco avanti con la riforma agraria, non ha attuato politiche significative sulla salute pubblica, oltre a promuovere i prodotti transgenici, disincentivare (o peggio) le radio comunitarie e dare più peso ai software alternativi. Debolezze che hanno impedito la mobilitazione in suo favore dei movimenti sociali che, pur avendogli garantito ancora il voto, sono stati poco presenti nella campagna.
Nel secondo turno restano solo il candidato del blocco di destra e del blocco di sinistra, quindi la polarizzazione è ancor più chiara, come ha già dimostrato il primo dibattito in tv fra Lula e Elckmin di domenica scorsa. In gioco è il futuro del Brasile e, in un certo senso, dell'America latina. La rielezione di Lula, oltre a permettere la continuità delle sue politiche sociali, consentirà la fuoruscita dal modello economico, di cui è indizio la sostituzione al ministero dell'economia del principale sostenitore di quel modello - Antonio Palocci - con un esponente dell'ala critica e desenvolvimentista - Guido Mantega.
Ma soprattutto la rielezione di Lula, in un'America latina che ora conta più governi progressisti, renderà possibile il consolidamento dei progetti di integrazione regionale. Al contrario, nel caso vinca Alckmin, il Brasile tornerà ad assumere il ruolo di alleato privilegiato degli Stati uniti nell'area. Il Mercosud, la Comunità sud-americana di nazioni, il Gruppo dei 20, la strategia preferenziale dei rapporti sud-sud saranno sostituiti dall'Alca, dai trattati di libero scambio, dal rapporto privilegiato con Washington. Un nuovo governo brasiliano che non sia di Lula lavorerà per l'isolamento della Bolivia, del Venezuela, di Cuba, dell'Alba di Chavez e perfino dell'Argentina di Kirchner.
Anche se i primi sondaggi per il ballottaggio danno a Lula un certo vantaggio (fra i 10 e i 12 punti), i brasiliani non sono forse pienamente coscienti della scelta trascendentale cui sono chiamati il 29, quando si deciderà il destino del paese e la sua collocazione internazionale.
Spetta alla sinistra promuovere questa consapevolezza, sia per chiarire il vero significato della scelta elettorale sia per ridare al voto il peso che deve avere. Inculcare la consapevolezza che lo scontro del secondo turno è sinistra contro destra. E poi lottare per imprimere un'identità chiaramente di sinistra al governo Lula. Perché lo slogan della campagna elettorale abbia forza e gambe nel suo secondo mandato: "Lula de novo, com a força do povo".

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