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Telefonate, lettere e colpi nell’ombra

Argentina: Ondata di minacce a seguito della sparizione di Jorge Julio López

30 ottobre 2006 - Adriana Meyer

Le intimidazioni durante il processo e quelle che si sono susseguite fino ad oggi. Il cadavere di Punta Lara e la telefonata proveniente dal Commando in Capo dell’Esercito. “Se Etchecolatz viene condannato, faremo saltare in aria il covo montonero”, avevano detto a Chicha Mariani.

Circa cinquanta funzionari giudiziari, decine di testimoni e avvocati, e un gruppo di militanti hanno ascoltato sessioni di tortura attraverso i propri cellulari, hanno ricevuto avvertimenti da parte di gruppi come “Resistencia Republicana”, sono stati malmenati dalla polizia e perfino sequestrati per alcune ore. Il processo orale al quale ha partecipato Jorge Julio López, ex-militante e sopravvissuto della dittatura, è stato contrassegnato da minacce, che sono aumentate e si sono diffuse per tutto il paese da quando la notizia della sua sparizione fu resa pubblica.
E, al di là della preoccupazione ufficiale, degli sforzi paventati e dei programmi per la protezione dei testimoni, le intimidazioni continuano. Al momento non ci sono tracce degli autori di questi fatti. L’unica pista ha portato al Commando in Capo dell’Esercito.

Le organizzazioni per i diritti umani, riunite nell’associazione “Justicia Ya!” di La Plata, hanno fatto un elenco delle minacce delle quali si ha notizia fino ad oggi, e che hanno definito come “un’azione politica per intimorire non soltanto i testimoni ma a tutto il popolo, ed è indirizzata a garantire l’impunità dei genocidi”.

Secondo hanno dichiarato, “il processo a Etchecolatz si è svolto sotto costanti minacce”, tra le quali:

- Militanti dell’Associazione Anahì e dell’Associazione degli Ex -detenuti - Desaparecidos sono stati minacciati attraverso telefonate nelle quali si ascoltavano conversazioni svolte in ambito privato.
- Chicha Mariani, querelante nel processo contro Etchecolatz e presidente dell’Associazione Anahi, ha ricevuto costanti minacce dall’inizio del processo. Una delle quali fu molto eloquente: “Se Etchecolatz viene condannato, faremo saltare in aria il covo montonero”, facendo riferimento alla casa nella quale, nel 1976, fu assassinata sua nuora Diana Teruggi e sequestrata sua nipote Clara Anahi.
- Uno dei testimoni, sopravvissuto di un centro clandestino di detenzione, fu minacciato nella sala stessa del processo, momenti prima della sua deposizione, da un giovane ufficiale della Polizia Federale, ,.
- Il 16 settembre, anniversario de “La Noche de los Lápices”, Nilda Eloy, testimone e querelante nel processo, trovò nella sua segreteria telefonica registrazioni di sessioni di tortura.

Justicia Ya! ha ritenuto che la sparizione di López, il 18 settembre, non è stata casuale. Quel giorno si presentavano gli allegati della querela ed era obbligatorio che il testimone fosse presente nel salone delle udienze. Secondo quanto hanno spiegato i membri dell’associazione, l’assenza di López avrebbe impedito di sostenere le deduzioni a due degli avvocati che avrebbero chiesto la condanna per genocidio. L’allegato si è potuto fare in forma completa grazie ad un ricorso legale straordinario presentato dagli avvocati.

Una volta finita la causa e quando la denuncia sulla sparizione di López era di dominio pubblico, le intimidazioni sono aumentate.

- Eloy ricevette una chiamata nella quale chiedevano di parlare con il presidente del tribunale, Carlos Rozansky, per informarla che avrebbero trovato il corpo di López a Quilmes e che i responsabili erano i “Fernandez”. Poco dopo arrivò una chiamata al 911 dicendo che c’era un corpo carbonizzato a Punta Lara. Nel processo per la sparizione di López c’è un elenco delle chiamate ricevute ed effettuate dai telefoni dei testimoni e di Eloy. Da questo si evince che, in modo quasi simultaneo alla chiamata al 911, sono state effettuate dal Commando in Capo dell’Esercito cinque tentativi di comunicazione con Eloy. Inoltre, López chiamò la sua compagna nel processo domenica 17 per confermarle che suo figlio lo avrebbe portato in tribunale, ma questa comunicazione non risulta dall’elenco che la ditta Telefonica consegnò alla Giustizia.
- Il ritrovamento del corpo carbonizzato a Punta Lara fu considerato dall’Associazione come un “messaggio mafioso”. Sostengono che quella persona, ancora non identificata, è stata uccisa lo stesso giorno in cui fu letta la sentenza e che il corpo fu lasciato in una zona dove solitamente la Triple A faceva rinvenire i cadaveri. Dopo tanti giorni, la mancanza d’informazioni su questo fatto continua ad alimentare i sospetti. Persino una versione sosterrebbe che il corpo potrebbe appartenere ad un vicino di López che riuscì a farlo uscire dal suo domicilio prima del sequestro. I sospetti sono cominciati dalla diffusione stessa della notizia da parte della polizia, quando questa fece intendere alla stampa, senza nessun elemento probatorio, che il corpo trovato poteva essere di López,.
- Il 19 settembre il giudice Rozansky ricevette due chiamate da parte del Servizio Penitenziario, ed erano partiti da apparecchi telefonici dove gli interni non hanno accesso.
- Il 27 settembre la figlia di Eloy ricevette telefonate intimidatorie, e in due occasioni la sua scorta si presentò con un Ford verde.
- A dieci giorni della scomparsa di López, circa dodici giudici e pubblici ministeri di tutto il paese avevano ricevuto messaggi da parte di un mittente insolito: dal III Congresso Internazionale delle Vittime del Terrorismo. Ai pubblici ministeri Jorge Auat, Miguel Osorio e Eduardo Taiano, tra gli altri, gli è stato detto: “sappiamo che lei sta ricevendo pressioni da parte del Governo per agire in funzione di coloro che non cercano giustizia ma vendetta”.
- Il 29 settembre una sopravissuta di “La Noche de los Lápices”, ricevette una lettera minatoria da parte di tre ex commissari della provincia di Buenos Aires.
- Il 2 ottobre Pablo Giachiello, studente di Belle Arti a La Plata e militante del Partido Obrero, fu picchiato da tre uomini che le dissero “ormai sei segnato”, a causa delle sue attività volte al ritrovamento di López.
- Il 9 ottobre, a José Mármol, due militanti del Movimento 26 giugno furono arrestati. Ariel e Maria Montes si erano riuniti con i loro compagni per partecipare ad una manifestazione per la comparsa di López, quando un gruppo di poliziotti gli portò al distaccamento di quella località, furono ammanettati e picchiati durante quattro ore e minacciati di fargli“sparire” come a López. Al Ministero per la Sicurezza provinciale non hanno dato credito al accaduto, né tolsero l’incarico ai poliziotti coinvolti, nonostante le lesioni fossero state provate dalla Giustizia.
- Lo stesso lunedì 9 ottobre, il genero dell’ex detenuta Cristina Saborido, quando tornava d’accompagnare la sua fidanzata, due uomini lo ferirono con un coltello. Sua cognata, Agustina Tula, figlia di Cristina, aveva ricevuto il giorno prima una mail dove l’avvertivano “il zurdito del fidanzato di tua sorella è già nel nostro elenco, vedrai cosa gli facciamo”. Questo avvenne dopo che Saborido aveva risposto alle dichiarazioni del ex presidente Reynaldo Bignone, il quale aveva incitato i giovani a “finire con quanto non abbiamo potuto o saputo terminare”.
- Il 18 ottobre, Ramiro González militante di una delle organizzazioni che coinvolge i figli dei desaparecidos , fu minacciato. Secondo la sua denuncia, era vicino a casa sua a Villa del Parque quando fu raggiunto da un automobile con quattro persone che, mentre lo insultavano, gli facevano vedere delle foto perché indicassi loro i suoi compagni e, di fronte ad ogni sua negazione, lo picchiavano. Dopo due ore, e dopo avergli preso le impronte digitali, lo lasciarono minacciandolo con queste parole: “Questo non è uno scherzo, tu e i tuoi compagni finirete tutti morti”. González e i suoi compagni avevano già presentato una denuncia per aver ricevuto minacce il giorno prima del processo a Etchecolatz, dove erano stati intimati a non presentarsi.
- Attualmente, due pubblici ministeri che portano avanti cause sui diritti umani, lo stesso giudice Arnaldo Corazza, tre giudici del tribunale orale ed il consigliere (ndt: della Corte d’Appello) Leopoldo Schiffrin sono stati minacciati, e anche minacciati gli avvocati di “Justicia Ya!”. Inoltre, il testimone Walters Docters e la famiglia Marciano sono sotto custodia a seguito di diversi atti intimidatori subiti.

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Note:

http://www.pagina12.com.ar/diario/elpais/1-75309.html

Tradotto da Alejandra Bariviera per www.peacelink.it
Il testo e' liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la
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