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    Lula-là, una grande vittoria per il Brasile e per l'America latina

    1 novembre 2006 - Emir Sader (Sociologo e scrittore brasiliano)
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Esattamente 4 anni fa festeggiavamo - qui in Brasile e fuori - la vittoria di Lula e del Pt, la vittoria della sinistra. C'imbattevamo con tanta gente che buttava fuori, attraverso le lagrime e le urla di gioia, tante cose a lungo represse che venivano da lontano: dal ricordo dei compagni che non potevano essere con noi a festeggiare alle frustrazioni accumulate nel vedere il paese fatto a pezzi dal governo che proprio quel giorno finiva - finalmente - sconfitto.
    Festeggiavamo ma con un sapore amaro in bocca. Avevamo vinto, avevamo chiuso con il governo di Cardoso ma sulla vittoria si proiettavano ombre che ci dicevano che ci stava sfuggendo di mano. Dalla «Lettera ai brasiliani» di Lula al «Lulinha paz y amor», molti indizi ci facevano temere che la vittoria non fosse la nostra vittoria, la vittoria della sinistra, dell'anti-neoliberismo, dell'«altro mondo possibile» per cui avevamo lottato.
    Il giorno dell'insediamento e del discorso di Lula a Brasilia sembrò il punto d'arrivo di più di un decennio di lotte di resistenza, in cui il Brasile si era convertito nel depositario delle speranze di sinistra di tutto il mondo: il Brasile di Lula, del Pt, dell'Mst, della Cut, di Porto Alegre, del bilancio partecipativo, del Forum sociale mondiale.
    I nostri timori trovarono una conferma ancor prima di quanto supponessimo. Henrique Meirelles alla guida della Banca centrale, il mantenimento degli astronomici tassi d'interesse, il superavit fiscale concordato con l'Fmi erano solo le punte di un iceberg più profondo: la continuità del modello economico ereditato da Cardoso. Che da principio fu chiamato «l'eredità maledetta». Poi, per superare quella «eredità», ci fu imposta una (contro)riforma della previdenza che provocò una fatale rottura fra i movimenti sociali e il governo, perché indicava una strada diretta a «riconquistare la fiducia del mercato» a costo dei diritti sociali dei lavoratori. Si disse che il nostro governo faceva «quel che Cardoso non aveva avuto il coraggio di fare», senza ricordare che se non l'aveva fatto era perché non ne aveva avuto la forza per la nostra resistenza.
    Non passò molto prima che il modello chiamato da principio «l'eredità maledetta», diventasse il modello ufficiale, il migliore: si doveva perfino ringraziare il predecessore di Lula per averci lasciato quell'eredità divenuta «benedetta». E questo si accompagnò a un discorso di smobilitazione, di auto-compiacimento che non indicava più quali fossero gli avversari, quelli che avevano prodotto il paese più ingiusto del mondo e che avevano proiettato Lula alla presidenza per cambiarlo, non per perpetuarlo.
    Fu una sensazione molto amara. Perché una cosa era vedere un paese devastato da quelli che ci avevano sconfitti, un'altra vedere una compagine della Banca centrale darsi il diritto di decidere le politiche sociali; un'altra vedere i grandi imprenditori che imponevano al nostro governo gli interessi del loro agro-business da esportazione e dei transgenici su quelli dei senza-terra e della riforma agraria; e un'altra ancora vedere il nostro governo che continuava ad alimentare i grandi monopoli anti-democratici dei media privati.
    A quel punto sarebbe stato più facile rompere, andarsene, dire tutto quel che il governo meritava di sentirsi dire, aderire alla teoria del «tradimento».
    Come se tutto questo non bastasse, vennero gli «scandali» di corruzione. L'immagine etica del Pt distrutta. Niente di peggio per un partito nato e cresciuto con le bandiere della «giustizia sociale e della etica nella politica».
    Però resistemmo alla tentazione e non ce ne andammo, continuando a lottare per tornare sulle strade da cui ci eravamo allontanati. Sapevamo che la nostra politica estera era giusta ed era divenuta essenziale per l'America latina. Sapevamo di poter essere orgogliosi della Petrobras, quasi privatizzata nelle mani criminali dei «socialdemocratici»; che si rafforzavano le università pubbliche dopo la privatizzazione che avevano ridotto l'educazione a una sorta di shopping centers. Sapevamo che Lula non era Cardoso, che il Pt non era il Psdb. Che i rapporti con il Venezuela, l'Argentina, la Bolivia, l'Uruguay, Cuba erano di fratellanza e non di disprezzo. Che l'Alca era stata fermata e sconfitta dalla nostra politica estera. Che le politiche sociali del governo - con l'obiettivo di attaccare le diseguaglianze - erano combiate e per la prima volta in senso positivo.
    E' valsa la pena non avere gettato la spugna, non essersene andati. E non perché abbiamo vinto le elezioni. Certo, anche per questo. Perché abbiamo sconfitto il grande monopolio privato dei media, perché abbiamo battuto il blocco di destra «socialdemocratico»-liberale. Perché abbiamo sconfitto la destra. Ma soprattutto perché abbiamo recuperato la possibilità di costruire «un altro Brasile». Perché, specie nel secondo turno elettorale, abbiamo chiamato la destra destra, abbiamo parlato delle disgrazie che ha provocato al Brasile, abbiamo finalmente aperto il dossier della «eredità maledetta», abbiamo fatto appello alla mobilitazione popolare. Perché abbiamo fatto una campagna di sinistra. E' questo che ha vinto. Domenica abbiamo vinto per quello che siamo riusciti a cambiare e non per quello che abbiamo conservato e continuato, perché ci siamo mostrati diversi e non uguali a loro.
    Ora possiamo festeggiare di nuovo, con lo stesso amaro in bocca ma con più speranze e più fiducia. Festeggiamo il diritto di avere un'altra opprtunità, il diritto di uscire da una politica economica conservatrice che ha impedito la crescita dell'economia e potrebbe bloccare di nuovo l'estensione della crescita sociale. Festeggiamo perchè abbiamo fermato il pericolo di far regredire l'America latina e continuiamo a muoverci nel processo della sua integrazione, come mostra l'accordo sugli idrocarburi appena firmato con la Bolivia.
    Principalmente nella campagna per il ballottaggio abbiamo riconquistato il diritto a rivendicare il paese che vogliamo, mostrando chi sono i nemici di un Brasile giusto e solidale.
    Festeggiamo, ma sapendo che dovremo lottare strenuamente perché il secondo governo di Lula, il nostro governo, non svii più dalla strada dello sviluppo economico e sociale, delle politiche di universalizzazione dei diritti. Perché il nostro governo non si possa più confondere con il loro.

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