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Il paese potrebbe presto trasformarsi in una "repubblica delle banane"

El Salvador: l'economia nelle mani delle multinazionali

Gruppi economici locali e stranieri hanno concluso a fine 2006 la vendita della maggioranza delle azioni bancarie del paese a dei giganti dell'economia internazionale
9 gennaio 2007 - David Lifodi

Le decisione di dedicare ampio spazio all'altra economia al Forum Sociale di Nairobi appare quanto mai appropriata alla luce di quanto sta succedendo in El Salvador. Nel piccolo paese centroamericano, legato mani e piedi agli Stati Uniti tramite il suo presidente Saca (del partito di estrema destra Arena – Alianza Repubblicana Nacional), gruppi economici locali e stranieri hanno concluso a fine 2006 la vendita della maggioranza delle azioni bancarie del paese a dei giganti dell'economia internazionale, una sorta di veri e propri conglomerati transazionali, quali Citigroup (Usa), Bancolombia e Scotiabank (Canada). La strategia in atto, non nuova in Centroamerica, intende creare una ancora maggiore dipendenza economica di El Salvador nei confronti delle multinazionali, e quindi risulta davvero tempestiva la scelta di ragionare su come abolire Banca Mondiale e Fondo Monetario e annullare il debito estero, a cui saranno dedicate delle sessioni di lavoro al forum di Nairobi.
Il politologo salvadoreño Leonel Gomez ha espresso tutta la sua preoccupazione per il rischio che a El Salvador emerga una classe politica legata a doppio filo con il grande capitale finanziario e per nulla interessata ai problemi reali del paese, tanto da spingersi a dichiarare che il suo stato potrebbe presto trasformarsi in una "repubblica delle banane". Il timore di Gomez è del resto condiviso dall'intellettuale statunitense James Petras che nell'articolo scritto per www.rebelion.org e significativamente intitolato "La supremazia del capitale finanziario", prospetta un futuro poco rassicurante per il continente latinoamericano, sostenendo che lasciare la gestione dell'economia nelle mani di gruppi stranieri di investitori senza scrupoli potrebbe portare il paese alla rovina.
A questo proposito è utile ricordare che El Salvador, insieme ad altri quattro paesi del Centroamerica e alla Repubblica Dominicana, ha ratificato il Cafta, la versione dell'Alca imposta dagli Stati Uniti a tutta l'area centrale e alla quale solo Costarica per ora si sta opponendo. In pratica, la funzione del Cafta è quella di sottomettere l'economia del paese al completo volere delle imprese straniere.
L'allarme per le sorti dell'economia di El Salvador è salito quando lo scorso dicembre il gruppo Bancolombia ha acquisito del Banco Agricola, l'ultimo istituto bancario salvadoreño che finora era riuscito ad andare avanti grazie a capitali di investimenti nazionali. Alfonso Goitia, economista boliviano residente a El Salvador, rileva che l'oligarchia agro-esportatrice che un tempo governava il paese, pur avendo ridotto il paese allo stremo per le sue politiche ultraliberiste (fondate principalmente sul ricorso alle maquiladoras), sta cedendo il passo a corporazioni finanziarie molto più aggressive e prive di scrupoli che mirano ad esautorare di fatto le funzioni spettanti alla classe politica del paese e sostituirvisi per reinvestire i loro capitali nei settori di volta in volta più redditizi sfruttando le possibilità offerte dal Cafta. El Salvador, prosegue Goitia, "rischia una situazione di ingovernabilità che potrebbe portare ad una svolta verso una politica autoritaria", considerando che già adesso il presidente Saca ha solo pochi seggi in più dell'opposizione del Fmln (Frente Farabundo Martì para la Liberacion Nacional) con cui deve spesso scendere a patti, mentre nella capitale il Fmln governa con soli 44 voti in più di Arena otteniti dal sindaco donna Violeta Menjivar.
Infine l'indice stilato dall'Onu relativo allo sviluppo umano segnala che negli ultimi dieci anni si è allargata la forbice tra ricchi e poveri, e anche gli studi condotti da un altro economista, Hector Vidal, non promettono prospettive rosse: il 20% della popolazione più ricca si accaparra il 60% degli investimenti del paese, lasciando soltanto le briciole alle fasce sociali più disagiate del paese.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore

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