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    Anche l'Ecuador corre a sinistra: domani s'insedia Correa

    Svolta in America latina Dopo un 2006 che ha visto undici elezioni
    14 gennaio 2007 - Maurizio Matteuzzi
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Con la cerimonia di investitura di Rafael Correa, domani a Quito, si chiude il grande rush elettorale del 2006. Nel corso dell'anno passato hanno vinto o si sono insediati Morales in Bolivia, Michelle Bachelet in Cile, Preval a Haiti, Arias in Costarica, Uribe in Colombia, Garcia in Perù, Calderon (che non ha vinto ma si è insediato) in Messico, Lula in Brasile, Correa in Ecuador, Ortega in Nicaragua, Chavez in Venezuela.
    L'America latina non è più la stessa ed è l'unica parte di mondo che mostra un dinamismo politico altrove sconosciuto. La direzione non è univoca. Uribe è l'ultra-destra filo-americana, Calderon e Arias la destra neo-liberista e solo D'Alema può ancora considerare Alan Garcia «un esponente storico della sinistra». Anche fra «i nostri» non è tutto uguale. Bachelet e l'uruguayano Tabaré Vazquez non sono la stessa cosa di Chavez e Morales. Che non sono la stessa cosa di Lula. Il nuovo Ortega per ora è un mistero. Inutile negare che la svolta a sinistra dell'America latina dall'inizio del nuovo secolo non - e non sarà - lineare. C'è una sinistra più radicale, che si affaccia sulla scena politica con tanta più forza quanto va scemando quella di Fidel, e una sinistra più light, molto più attraente di quella che sempre D'Alema in un'intervista dopo il suo recente viaggio in America latina, chiama con tono sprezzante «populista». Ma fra le due sinistre c'è il sogno «bolivariano», anzi il progetto, dell'integrazione latino-americana a fare da collante (cementato dal petrolio e dal gas).
    La domanda, ora, è: dove si collocherà in questo panorama variegato Rafael Correa?
    Lui dice di appartenere alla «sinistra cristiana non marxista». Non è un radicale, non è un sovversivo. Non gli piace il dollaro, che nel 2000 uno dei suoi predecessori neo-liberisti introdusse con il risultato di azzerare l'iper-inflazione ma anche di provocare uno straordinario boom della povertà, passata fra il 1995 e il 2000 dal 34 al 71% degli ecuadoriani, e che da allora, nonostante i buoni risultati della macro-economia, non è affatto calata. Ma, ha detto, non pensa di poter uscire subito dalla dollarizzazione per ragioni pragmatiche. Non gli piace che le compagnie petrolifere - tutte le solite, compresa l'Agip - «su 5 barili se ne portino via 4», ma vuole solo rinegoziare i contratti di concessione sulla base di un meno iniquo «fifty-fifty» come hanno fatto Chavez e Morales. Non gli piace il Trattato di libero scambio in discussione con gli Usa, tipo il Nafta che ha tolto al Messico ogni autosufficienza alimentare («non producono nemmeno più il mais per le tortillas»), e che invece Alan Garcia farebbe carte false per firmare subito. Non gli piace che la grande base aero-navale Usa di Manta, sul Pacifico, continui a essere la base di lancio per trascinare l'Ecuador nella guerra di bassa intensità avviata con il Plan Colombia di Uribe, ma dice che aspetterà il 2009, alla scandeza degli accordi decennali, per chiederne lo sgombero.
    Gli piace invece l'ipotesi che l'Ecuador, quinto produttore latino-americano di petrolio e secondo fornitore degli Usa, torni nell'Opec, dove è stato dal '63 al '93, e per questo ha invitato l'iraniano Ahmadinejad alla sua investitura di domani. Gli piace l'idea di convocare, come hanno fatto Chavez e Morales, un'assemblea costituente per «la rifondazione democratica» di un Ecuador finora classista, razzista ed escludente (e per questo dovrà vedersela con la «mafia dei partiti» che sono maggioranza in parlamento).
    Ha capito che così non poteva continuare. E - sperano in molti non soltanto in Ecuador - su questa strada si muoverà. Anche se lo chiameranno, lo chiamano già, «populista».

    Note:

    Correa/profilo
    «Cristiano della sinistra non marxista» amico di Chavez
    Rafael Correa, che dice di appartenere alla «sinistra cristiana non marxista», è un lontano discendente di Eloy Alfaro, eroe rivoluzionario e presidente dal 1897 al 1901. E' nato a Guayaquil il 6 aprile del '63 da una famiglia non ricca. Grazie a borse di studio ha studiato e si è laureato in economia all'università di Guayaquil. Poi un master all'università belga di Lovanio e un dottorato in quella Usa dell'Illinois. Fra aprile e giugno 2005 ministro, dopo la cacciata di Lucio Rodriguez, si è dimesso per la politica troppo conservatrice di Alfredo Palacio. Dopo gli studi andò a «fare pratica sociale» in una missione dei salesiani presso gli indigeni Sumbahua, con cui ha convissuto per mesi e che hanno marcato la sua vita personale e politica. Si è presentato alle elezioni alla testa della sua Alianza Pais che però non vuol essere un partito. Per marcare la sua distanza dalla partitocrazia non ha presentato candidati per il Congresso. E' dipinto come amico di Chavez e nemico della compagnie petrolifere.
    E' sposato con tre figli.

    Ecuador/scheda
    L'economia cresce la povertà resta
    La repubblica dell'Ecuador confina a nord con la Colombia, con il Perù a est e sud, con il Pacifico a ovest (a quasi 1000 km ci sono le Galapagos). Misura 272.000 km quadri e conta 13.5 milioni di abitanti. Con uno dei tassi più alti di popolazione indigena - 25% amerindi, 65% meticci, meno del 10% di bianchi «puri» discendenti dagli spagnoli, una minoranza di afro-ecuadoriano (mulatti e zambos) e di cinesi, gaipponesi e coreani - e uno dei più alti tassi di emigrazione - 700.000 solo dopo la crisi del '99 su una diaspora totale di 2.5 milioni.I principali prodotti sono le banane e il petrolio, con circa 500.000 barili al giorno, secondo fornitore degli Usa in America latina dopo il Venezuela. Dal 2000 la moneta è il dollaro Usa, al posto del sucre. La sua crescita è economica negli ultimi 5 anni è stata del 4.7% l'anno. Nel 2006, del 4.3% contro il 4.7 dell'America latina. Dal '99 il Pil è raddoppiato e l'inflazione è caduta dal 60 a meno del 3% l'anno. Ma non è diminuita la povertà, che resta del 60-70% della popolazione.

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