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"[...]Il mio sogno è vedere un paese senza miseria, senza bambini di strada, una Patria senza opulenza, ma con dignità e felice[...]"

Un’assemblea costituente per l’Ecuador…

18 gennaio 2007 - Marco Coscione

Sembra profilarsi un nuovo scenario anche per l’Ecuador… uno scenario che segue la scia lasciata da Hugo Chávez in Venezuela e da Evo Morales in Bolivia. Il neopresidente Rafael Correa ha indetto per il prossimo 18 marzo un referéndum popolare sull’insediamento di un’Assemblea Costituente con l’obiettivo di rivedere e modificare l’attuale Costituzione del Paese.
Il 15 gennaio, a Mitad del Mundo (proprio sulla linea dell’equatore), Correa ha pronunciato il suo discorso di inizio mandato ed ha subito messo in chiaro le cose: “[…]abbiamo deciso di liberarci di quei gruppi che avevano sequestrato la Patria e quindi iniziare la lotta per una Revolución Ciudadana, un cambio radicale, profondo e rapido del sistema politico, economico e sociale in vigore, un sistema perverso che ha distrutto la nostra democrazia, la nostra economia e la nostra società. Incominciamo quindi questa crociata chiamata Alianza País, con una speranza più che con un motto da campagna: CHE RITORNI LA PATRIA, e con essa il lavoro, la giustizia ed i milioni di fratelli e sorelle espulsi dalla propria terra a causa della tragedia nazionale chiamata MIGRAZIONE[…]”.
Mi viene in mente un articolo che leggevo ormai quattro anni fa: si trattava di un articolo del quotidiano spagnolo El País. Il titolo era “Ecuador: l’ultimo spenga la luce”. Era una drammatica analisi dei flussi migratori dall’Ecuador che sempre più stanno interessando paesi come la Spagna e l’Italia. Solo a Genova (la mia città natale, una città di 600.000 abitanti) ce ne sono più di 20.000, tanto che da qualche anno hanno dovuto aprire un nuovo consolato.
In Spagna secondo i dati del 2006 sono presenti quasi 498.000 immigrati dall’Ecuador, 13,3% del totale degli immigrati. Di questi immigrati ecuadoriani il 51,4% sono donne. La comunità ecuadoriana è la più popolosa dopo quella marocchina. E nelle ultime elezioni, 26 novembre 2006, ha sicuramente avuto un peso rilevante. “[…]Il 26 novembre non è il punto di arrivo, semmai il punto di partenza, la rivoluzione è appena cominciata[…]”.
Il primo pilastro di questa rivoluzione, afferma Correa, è la “rivoluzione costituzionale”: c’è bisogno di un cambio profondo, i rappresentanti del potere popolare devono capire che sono al servizio dei cittadini e non viceversa. Il Parlamento Nazionale da tempo ormai non è più visto come l’organo rappresentativo della popolazione, ed i deputati hanno perso la fiducia dei loro mandatari. Ed il cambio può avvenire soltanto dal basso: “[…]Il momento storico della Patria e di tutto il Continente, esige una nuova Costituzione che possa preparare il paese al Ventunesimo Secolo, una volta superato il dogma neoliberale e le democrazie di plastilina che hanno sottomesso le persone, le vite e le società alle regole del mercato. Lo strumento fondamentale per questo cambio è l’Assemblea Nazionale Costituente[…]”.
Si ripete un percorso già intrapreso con successo dal governo venezuelano, che ha portato all’approvazione della Costituzione Bolivariana del Venezuela, l’ultima, quella del 1999, che la maggior parte della popolazione è orgogliosa di portare con sè nelle sue innumerevoli edizioni tascabili. Un libricino blu pronto ad essere innalzato in ogni manifestazione, ma soprattutto una delle costituzioni del pianeta più progressiste ed al passo coi tempi.
Il secondo pilastro sarà la lotta contro la corruzione “[…]un male radicato nella nostra società, ma anche peggiorato dai modelli, dalle politiche e dalle dottrine che esaltano l’egoismo, la concorrenza e l’avarizia come motore dello sviluppo[…]”, un modello che non ha fatto altro che generare disuguaglianza e quindi violenza. “[…]Inaspriremo le leggi che lottano la corruzione, come la legge dell’arricchimento illecito, estendendola al settore privato che così dovrà giustificare da dove proviene la sua ricchezza[…]”.
E poi l’asse portante di questa sfida per il futuro, la rivoluzione economica, una nuova condotta economica nazionale che darà priorità alla dignità ed alla sovranità del paese: “[…]più che liberare i mercati, liberare il paese dai gioghi e dai poteri nazionali ed internazionali che lo hanno dominato[…]”, privilegiando i più poveri, gli emarginati, ma soprattutto l’essere umano sul capitale.
Correa attacca apertamente le politiche neoliberali degli anni novanta, le politiche del cosiddetto “Consenso di Washington”. Politiche non solamente imposte, ma anche applaudite, senza alcuna riflessione, dalle elités di politici e tecnocrati del paese.
E poi lancia alcune proposte interessanti. La prima che ponga fine ad una delle vergogne della nostra economia internazionale: il debito estero dei paesi in via di sviluppo. Correa propone la creazione di un Tribunale Internazionale di Arbitraggio sul Debito per ridefinire i criteri di sostenibilità del pagamento del debito, ma soprattutto per determinare il “debito estero illegittimo”. Un tribunale indipendente che possa negoziare il debito: in questo modo i paesi “indebitati” (ammesso che ve ne siano veramente), non si vedranno costretti a negoziare con il Fondo Monetario Internazionale, ossia il rappresentante dei creditori.
La seconda proposta è la Banca del Sud, che aiuti una reale integrazione latinoamericana attraverso una progressiva diminuzione della dipendenza e della vulnerabilità dei paesi del continente.
Il quarto pilastro sarà caratterizzato dalla rivoluzione nell’ambito delle politiche sociali, partendo dal principio che “l’investimento sull’essere umano non è solo fine a se stesso, ma costituisce la miglior politica per una crescita con equità nel lungo periodo”. L’Ecuador è uno dei cinque paesi latinoamericani con la minore spesa sociale per abitante in salute ed educazione, e per iniziare Correa si è già dimezzato il salario da 8.000 a 4.000 dollari ed ha annunciato che per decreto nessun funzionario pubblico può guadagnare più del Presidente della Repubblica.
È questa tendenza che bisogna invertire soprattutto per porre fine ad una grande piaga… forse la più grande del paese. L’emigrazione.
Come del resto in tutto il mondo, anche in Ecuador l’enorme flusso di migranti che ogni anno lasciano il paese è il risultato più palese dell’inadeguatezza delle politiche neoliberale, perpetrate negli anni novanta, gli anni scuri liberalismo economico, quando la mano invisibile alzava soltanto un dito.
È giunta l’ora d’intraprendere un nuovo cammino, il solo cammino percorribile, quello che secondo Bolívar avrebbe condotto ad una “Nación de Repúblicas Hermanas”.
“[…]Cari ecuadoriani e care ecuadoriane: è giunta l’ora. Non dobbiamo avere paura. Colui che camminò sulle acque e calmò le tempeste, ci aiuterà a superare questi momenti difficili ma pieni di speranza. Non dimentichiamoci che il regno di dio lo dobbiamo costruire qui, sulla Terra […] Marthin Luther King disse che il suo sogno era vedere un’America del Nord dove i bianchi ed i neri possano compartire la scuola, la tavola, la Nazione. Il mio sogno è vedere un paese senza miseria, senza bambini di strada, una Patria senza opulenza, ma con dignità e felice[…]”.
La rivoluzione è appena cominciata, speriamo continui.

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