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    Lettera da Cochabamba: il doloroso anno di Evo

    La città della Bolivia è teatro di un cruento confronto fra il popolo e la piccola oligarchia del governatore Reyes Villa, nemico del cambio
    16 gennaio 2007 - Antonietta Potente (Teologa, suora domenicana, vive in Bolivia dal '94, docente universitaria.)
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Le lotte di giovedì 11 gennaio a Cochabamba hanno causato 2 morti e un centinaio di feriti. La polizia non é intervenuta, ma si é scoperto che circolavano armi tra gente del governatore e sicari. E? il governatore di Cochabamba l?origine del conflitto. Manfred Reyes Villa non vuole accettare il processo di cambiamento in atto nel paese con il governo di Evo Morales e ha proposto di indire un nuovo referendum sull?autonomia della provincia di Cochabamba, nonostante che il popolo della città si fosse già espresso per il «no». Per questo i cittadini hanno considerato l?iniziativa del governatore un tradimento.
    Il presidente Morales il 12 ha chiesto di non assumere atteggiamenti di vendetta, ma di accompagnare il processo con il dialogo.
    Forse tutti e tutte sapevamo che un processo di cambiamento socio-politico non avviene in un giorno e nemmeno in un anno. Forse tutti e tutte sapevamo che in un tessuto sociale e culturale così complesso come quello della Bolivia, non era facile convincere chi da sempre si è approfittato della ricchezza di questa terra e dell?essenzialità di vita della sua gente. Ma nessuno pensava che cambiare logica, cercare altre strategie fosse così doloroso.
    Un eterno ritorno. Forse avevano ragione i greci: la storia è un flusso e riflusso ripetitivo, un eterno ritorno, perché la storia la vogliono scolpire sempre le stesse persone. Che tristezza pensare che una parte - numericamente piccola - esplode non per difendere se stessa, le proprie risorse naturali, i propri territori, ma solo per difendere una persona, che nemmeno gli appartiene: l?attuale governatore. Reyes Villa, infatti, non è mai appartenuta a Cochabamba, nemmeno quando era sindaco, ma ha solo usato la città per poter emergere. Quando il popolo soffriva, ha abbandonato Cochabamba e la Bolivia, per aprirsi uno spazio negli Stati uniti, per assicurare le sue campagne elettorali, il suo ritorno, il suo futuro e quello della sua piccola oligarchia. Oggi, per «liberare» la città, ha dovuto chiedere aiuto al braccio armato di altri governatori impauriti come lui dai lenti ma veri processi di cambiamento politico, culturale ed economico.
    Da giorni infatti, contadini e rappresentanti dei movimenti sociali di base, vegliavano nelle piazze principali di Cochabamba, denunciando la politica traditrice del governatore. Un gesto tipico, a cui, in Bolivia, siamo abituati: persone sedute per giorni quasi immobili, come statue, avvolte in una nube d?aria asfissiante che assedia i portici della piazza principale. Lì i gas della città si mescolano con i residui della presenza umana e con gli elementi vegetali e trascendentali della foglia di coca, unica fedele e segreta compagna dei sogni politici e mistici di quei popoli.
    Chi è ingannato dal fantasma di un progresso precario e si sente frustrato perché pur non essendo indigeno il suo colore di pelle è ancora troppo scuro o non sa parlare inglese come il governatore e non ha come lui la piscina, chi non sa ancora qual è la sua identità è certamente propizio ad appoggiarlo e a picchiare con violenza per difendere la sua immagine di caudillo.
    Questa è stata la lotta di giovedì 11 gennaio qui Cochabamba. Non per l?acqua, non per il gas, non per la terra, ma per l?arroganza di una persona che si propone come modello opposto a quello di una società che, piaccia o no, sta cercando di percorrere altre logiche e altre strategie politiche. Si tratta di tentativi, forse ancora troppo vincolati a logiche ideologiche che di per sé non si addicono ai popoli indigeni, però sì, tentativi e ricerche. E? da un anno che si portano avanti dei veri e propri esperimenti di riorganizzazione sociale, economica e giuridica, ma ancora una volta il tempo indigeno non corrisponde al tempo di chi vive in questa terra solo sfruttando acqua, gas, elettricità, terra, persone, per fare propaganda e per difendere proprietà e interessi, immagine sfacciata di un capitalismo ignorante, immagine sfacciata di una politica corrotta, razzista, escludente.
    Come è possibile sempre lo stesso eterno ritorno?

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