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24 gennaio 2007 - Pablo Stefanoni
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it) - 31 gennaio 2007

Dopo un anno di profondi cambiamenti politici ed economici in senso nazionalista, Evo Morales ha iniziato lunedì una nuova tappa del suo mandato con la sfida di unificare un paese diviso e di recuperare l'appoggio della classe media, che sta evaporando con il ritorno dell'instabilità politica e dell'«indianizzazione» dello Stato.
Come simbolo dei conflitti che si abbattono sul paese, lunedì Morales ha festeggiato il suo primo anniversario al palazzo Quemado - con un discorso di quattro ore e mezzo al Congresso - mentre El Alto, la città sull'altipiano che domina la capitale, era bloccata dalla mobilitazione popolare che chiede le dimissioni del governatore di La Paz, José Luis Paredes, esponente dell'opposizione. Un paradosso visto che a mobilitarsi sono i sostenitori di Evo, a cui ha chiesto di fermarsi e accettare l'ipotesi della destituzione del governatore attraverso il referendum revocatorio che il Congresso dovrebbe approvare con una specifica legge.
Fra i provvedimenti presi dopo il 22 gennaio dell'anno scorso, quando Morale s'insediò alla presidenza con un indedito 54% dei voti, ne spicca uno, appoggiato dalla sinistra e dalla destra, dai ricchi e dai poveri, dai bianchi e dagli indigeni: la nazionalizzazione degli idrocarburi. Questa misura, decisa per decreto il primo maggio, sancisce l'obbligo per le imprese trans-nazionali di firmare nuovi contratti che riconoscano la proprietà dello Stato boliviano del petrolio e del gas e fissa nuove imposte che per i giacimenti maggiori arrivano all'80%. Secondo tutti i sondaggi la nazionalizzazione conta con un'approvazione intorno al 90%.
Forte l'appoggio anche sull'austerità nell'amministrazione pubblica - riduzione del 50% del salario del presidente e dei parlamentari, eliminazione delle spese riservate -, sul mantenimento della stabilità macro-economica, sulla riduzione della corruzione e sul recupero della sovranità nazionale.
Tuttavia per l'opposizione conservatrice il contraltare di questi punti positivi è la strada «totalitaria» presa dal governo, che sarebbe confermata dai tentativi di controllo assoluto dell'Assemblea costituente, dall'antagonismo rispetto a Santa Cruz - le cui richieste di autonomia sono state a più riprese definite da Morales come «la richiesta della borghesia che vuole dividere il paese» - e dall'ingerenza del Venezuela chavista, che avrebbe preso il posto della tradizionale subordinazione agli Usa.
Questi settori, centrati nei ceti medio-alti e bianchi che si sentono «esclusi» -, prima temevano che Evo sarebbe «caduto in 6 mesi e che poi sarebbe tornata l'instabilità». Ora l'accusano «di volersi perpetuare al potere», come Chavez.
In un anno non povero di conflitti, come ad esempio la mattanza fra minatori a Huanani, la preoccupazione principale del governo è stata di dimostrare che i cambiamenti si sono fatti sentire sulla borsa dei boliviani. La Bolivia fruisce di risorse economiche inedite nella sua storia recente grazie agli alti prezzi delle materie prime sui mercati internazionali e all'aumento delle imposte alle compagnie petrolifere. I campesinos - quasi il 40% della popolazione e la base più fedele a Morales - sono stati quelli che hanno tratto più benefici dai piani sociali, che il presidente è andato a presentare fino agli angoli più reconditi del paese dove gli è piaciuto ricordare aneddoti sul suo passato di guardiano di lama, suonatore di tromba o coltivatore di patate. Questi piani implicano la presenza di 2000 medici cubani, l'alfabetizzazione, trattori, il bonus «Juancito Pinto» per combattere la diserzione scolastica e promesse di terre recuperate tramite il ritorno allo Stato dei latifondi improduttivi.
Tanto per i sostenitori del governo come per gli oppositori, il principale deficit del primo anno di gestione del Movimiento al socialismo riguarda l'impantanamento della costituente. Quest'assemblea, chiamata a «rifondare il paese» e includere la maggioranza della popolazione marginalizzata dal colonialismo, si ritrova bloccata nella discussione sui termini con cui si dovrà approvare la nuova costituzione, se con una maggioranza dei due terzi come chiede l'opposizione, o del 50% più uno come chiede la sinistra o, terza ipotesi, con una formula mista che contenti entrambe.
L'altra sfida del governo è di riuscire a incorporare nel suo progetto di cambio l'oriente autonomista guidato dal ricco dipartimento di Santa Cruz. Vista l'opposizione del potere esecutivo, il reclamo per l'autonomia dell'oriente - con forte sostegno a Santa Cruz, Tarija, Beni e Pando: la «mezzaluna» che produce il 43% del pil nazionale - è rimasto così nelle mani della destra imprenditoriale che lo agita come una bandiera contro «il populismo indigenista» di Morales e contro la sua politica di redistribuzione delle terre fra campesinos poveri.
Lunedì il presidente ha anche difeso l'imposizione del visto d'ingresso per cittadini Usa - una mossa di «dignità, reciprocità e sicurezza nazionale» -, l'alleanza con le forze armate «patriottiche», la difesa della foglia di coca come parte dell'attacco al narco-traffico e la prossima rifondazione dell'impresa statale delle miniere per «recuperare tutte le risorse naturali che non possono essere nelle mani delle trans-nazionali».
La destra si è alzata e se n'è andata quando Morales ha ricordato - all'inizio del suo lungo discorso - che nel 2002, quando era deputato, fu espulso dal parlamento da alcuni dei deputati che gli sedevano di fronte. Anche il nuovo ambasciatore Usa, Philip Goldberg, se n'è andato, non - assicurano fonti dell'ambasciata - per via delle parole di Morales ma per «improrogabili impegni».

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