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intervista Parla il presidente del movimento delle «fabbriche recuperate» argentine

Un'altra fabbrica è possibile

Il nuovo modello argentino delle «fabbriche recuperate», che si oppone al neoliberismo in nome della solidarietà, si estende in altri paesi latinoamericani. E cerca accordi economici internazionali. Un incontro con José Abelli
21 aprile 2007 - Claudio Tognonato
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Primi vennero i Piqueteros, poi i Cacerolazos, le Asambleas populares, il Trueque: tutti tentativi di dare struttura all'incontenibile protesta sociale. Il 19 e 20 dicembre 2001 la protesta si trasformò in marea e invase vie e piazze delle città argentine saccheggiando banche e supermercati. Si manifestava contro la classe politica, le misure economiche, il Fondo monetario internazionale. Era la fine del modello neoliberista. Per avere una misura del crack basta ricordare che la caduta del Pil toccò il 16,3% nel solo 2001. La crisi provocò la caduta del governo di Fernando de la Rua, ma le proteste non si placarono. Solo nel 2003 si ristabilì con Néstor Kirchner la «normalità» democratica. In Argentina, la perdita di posti legati alla disoccupazione strutturale, il prevalere dell'economia finanziaria, la crisi e il fallimento a catena di molte aziende portò alla bancarotta nazionale. In quegli anni alcuni gruppi di operai cominciarono a organizzare una risposta: occupare, resistere, recuperare, erano le parole d'ordine. Dicevano, e dicono, che a fallire non erano stati loro: perciò non avrebbero lasciato il posto di lavoro. Nascevano le prime occupazioni, le prime cooperative, l'autogestione. Oggi, uno dei principali movimenti, il Movimiento Nacional de Empresas Recuperadas (Mner), coordina l'attività di 200 fabbriche, medie o piccole e in assestamento, ma con un fatturato di circa 200 milioni di dollari nel 2006. Sono ancora un'esperienza pilota: ma la proposta si costruisce e cerca di definire il proprio modello mentre si espande con modalità diverse per tutta l'America latina. In Italia il Mner ha raggiunto accordi che riflettono un'altra concezione dell'economia; i suoi rappresentanti hanno visitato cooperative, fabbriche e preso contatto con analoghe esperienze italiane. I primi risultati confermano la tendenza: un'altra fabbrica è possibile.

José Abelli, presidente del Movimiento Nacional de Empresas Recuperadas (Mner), uno dei fondatori di questa importante esperienza di autogestione operaia nata in Argentina negli anni della crisi e poi propagata in altri paesi dell'America latina, è passato da Roma per discutere accordi con vari potenziali partner italiani.
Che significa recuperare una fabbrica fallita?
Recuperare significa che gli operai prendono in mano la gestione della loro attività. È una forma di autogestione nuova, dettata dal momento storico in cui si produce e dalla contrapposizione al modello neoliberista. Noi diciamo che per generare ricchezza non è necessario lo sfruttamento, il lavoro minorile, il lavoro nero, il taglio sistematico del costo del lavoro. La ricchezza che genera un'attività può trovare forme di distribuzione diverse da quelle attuali. Non arriviamo a dire che bisogna dividere il profitto in modo indistinto, accettiamo pure diverse fasce, ma mai con lo squilibrio che pretendono oggi gli imprenditori. L'esperienza argentina dimostra che sì, è necessario ridurre i costi: ma non il costo del lavoro - quello degli imprenditori.
Non serve un capitale iniziale per recuperare una fabbrica?
No, il nostro modello parte da una situazione di fatto: ci sono le macchine e ci sono gli operai che conoscono il lavoro, quindi si può ripartire. Il costo in realtà è umano. La partenza è difficile: si lavora ma non si porta nulla a casa. Per capire questa scelta si deve tener presente la terribile crisi argentina e l'orrore della disoccupazione. Per un operaio che gode di tutti i diritti (previdenza, vacanze, mutua, ecc.) la perdita del lavoro significa marginalità, per sè e per la famiglia. Non si perde il lavoro, si perde ogni prospettiva.
Sembrerebbe che in Europa non ci sia ancora la consapevolezza di ciò che comporta il neoliberismo.
Quello che forse in Europa non si riesce ancora a percepire è che il neoliberismo, in quanto espressione non solo economica, ma anche politica, rende impossibile una società democratica. L'essenza di questo modello è la concentrazione delle risorse economiche in poche mani, quindi l'esclusione di tutti gli altri. In Argentina il neoliberismo stracciò l'accordo sociale preesistente, impostato sul modello del Welfare State - che era sicuramente da migliorare, noi stessi lo abbiamo criticato. Questo accordo, però, rendeva possibile la governabilità. Con il neoliberismo sindacati e partiti hanno smesso di rappresentare i lavoratori, quindi siamo stati costretti a trovare altre forme di partecipazione, a trasformarci in soggetti attivi. Da operai che protestano a operai che propongono.
Se la proposta delle imprese recuperate continua ad avere successo, come farete a mantenere la coesione, la solidarietà?
Non è una domanda facile. La solidarietà è un fattore centrale, senza di essa la nostra lotta non sarebbe stata possibile. Il dibattito tra di noi è se trasformarci in azienda o mantenere la struttura dell'impresa solidale. Ci sono altre esperienze: in Spagna, dopo il franchismo, si è registrata una forte disoccupazione e si sono costituite società anonime di lavoratori, un'esperienza molto simile alla nostra. E però lì le imprese recuperate i lavoratori han finito per venderle.
Operai o imprenditori capitalisti?
Il capitalismo, nelle sue varie tappe ha avuto diversi modelli di produzione: taylorismo, fordismo, postfordismo, toyotismo. Noi abbiamo ripreso alcuni elementi organizzativi, ma non culturali né ideologici: da operai che ricevevano un salario siamo diventati soci delle nostre cooperative. Continuiamo ad essere lavoratori, siamo parte della lotta operaia e gestiamo imprese che distribuiscono profitti. Per noi queste sono nuove forme di organizzazione della lotta operaia. Non stiamo applicando una teoria, non ce l'abbiamo - e forse è meglio. La nostra è una scommessa.
Come funzionano le vostre imprese?
Le nostre fabbriche hanno tutte un funzionamento democratico: tutto viene deciso in assemblea. Sono imprese di persone, cooperative di lavoro - tranne la Zanello, che è la più grande fabbrica di trattori argentina.
E questa come funziona?
Per la Zanello abbiamo cambiato modello, dopo il fallimento abbiamo invitato dirigenti e ingegneri a far parte del nostro progetto. Era imprescindibile: un trattore ha 1.700 componenti. Comunque anche questa non è una società di capitali ma di lavoro, di conoscenze, di saperi. Il 33% del capitale è dei concessionari, una rete di 40 negozi che gestiva la distribuzione ed erano anche loro in gravi difficoltà; il 33% è dei dirigenti (ingegneri, avvocati, ragionieri); un altro 33% è dei lavoratori organizzati in cooperativa e l'1% è del municipio di Las Varillas, dove ha sede la fabbrica. Questo accordo è stato sancito a dicembre 2000, un anno prima della sommossa. Abbiamo incominciato a produrre il 14 febbraio con un trattore che ci avevano dato in prestito. Siamo ripartiti con 60 operai, di cui 40 avevano il «privilegio» di ricevere un sussidio di disoccupazione, che all'epoca era di 150 pesos (35 euro) e altri 20 non prendevano nulla perché non c'era nulla da prendere. Con il prodotto della vendita del primo trattore ne sono stati fatti altri due e così alla fine dell'anno erano stati venduti 280 trattori e a lavorare erano 180 operai. Oggi Zanello ha 380 lavoratori che di media percepiscono il 20% in più di quanto si guadagna tra i metalmeccanici: 2.200 pesos (550 ?) come stipendio base. Recentemente è stato siglato un accordo con il Venezuela per la vendita di 2000 trattori. Anche se non mi piace la parola, devo dire che è un grande successo.
Questa fabbrica di trattori in realtà è un'eccezione nel vostro movimento.
In effetti le altre imprese sono tutte cooperative. Le fabbriche funzionano con un sistema democratico, ogni socio ha un voto e tutti hanno il diritto ad essere eletti. Si sceglie un consiglio di amministrazione che segue quotidianamente i lavori: un presidente, un tesoriere e un segretario. Per quanto riguarda la produzione, ogni area ha un suo responsabile, anche se non c'è un modello unico per tutte le imprese.
Qual è il rapporto tra imprese recuperate argentine e l'Italia?
Due anni fa ci siamo messi in contatto con la Lega Coop, che in questo settore è all'avanguardia in tutto il mondo. In Italia c'è la legge Marcora, che nella seconda crisi petrolifera ha promosso il recupero delle aziende in crisi creando uno strumento fondamentale, la Cooperazione Finanza Impresa (Cfi) il cui amministratore delegato è il professor Alberto Zevi che, casualmente, ha vissuto buona parte della sua vita in Argentina. La Cfi si occupa di realizzare strumenti di credito ed ha finanziato alcune imprese recuperate anche in Argentina.
Non esiste qualcosa di analogo in Argentina?
No. Per noi questo è uno strumento fondamentale e vogliamo riprodurlo. Si tratta di forme di credito flessibili, a dieci anni e con un tasso d'interesse accessibile. Se in Argentina ci fosse una legge Marcora, molte imprese recuperate, che oggi si trovano in situazione precaria riguardo la proprietà, spesso con l'esproprio transitorio, avrebbero una sicurezza giuridica e la possibilità concreta di svilupparsi più agevolmente da un punto di vista economico. Abbiamo bisogno di un fondo pubblico al posto dell'assistenzialismo. Abbiamo bisogno di finanziamenti che ci permettano di negoziare l'acquisto a prezzi d'asta. In questo senso il modello italiano ci è di grande aiuto.
Avete progetti in corso con industrie italiane?
Stiamo facendo un'esperienza di gemellaggio tra la Ivv (Industria vetraia valdarnense) di San Giovanni Valdarno, in Toscana, che è una fabbrica recuperata ad alta tecnologia che esporta in molti paesi del mondo, e la Vitrofin de Cañada de Gómez, nella provincia di Santa Fé, un'impresa recuperata argentina che fa vetro soffiato. Ma stiamo anche portando avanti una bellissima esperienza con Ctm (Altromercato al Sur) tra Textil de Pihué (sud di Buenos Aires), i contadini del Chaco (nord-est argentino) e i disoccupati di La Mattanza (Buenos Aires). Abbiamo organizzato una catena di commercio equo e solidale del cotone. Comincia con i piccoli produttori di cotone del Chaco, a cui si paga un prezzo più alto di quello del mercato. Poi questo cotone è portato a sud, a più di mille chilometri nella località di Pihué, dove viene lavorato, tinteggiato e tagliato. Da qui è rispedito ai laboratori di La Mattanza dove il Mtd (Movimento Trabajadores Desocupados), ex piqueteros, ha organizzato una cooperativa per la produzione di magliette. La Banca popolare etica ha finanziato questa attività e Altromercato si occupa della commercializzazione. Sono fiero di questa esperienza di lavoro in rete: non è stato semplice, ma i risultati sono eccellenti. Un'altra esperienza è quella del Cadi (Cuoio argentino disegno italiano) tra la cooperativa Gommus di Montecarotto (Ancona) e l'industria tesile di Pihué. Con Ctm e il supporto di Legacoop Marche adesso cominceremo a fare anche scarpe per la Coop di Civitanova. In Italia si fa il design e il know-how produttivo, tutto ciò che relativo al cuoio si fa in Argentina. Sarà la prima multinazionale dei lavoratori di fabbriche recuperate.

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