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L’Amazzonia avvelenata dal silenzio

8 luglio 2007 - Lùcio Flàvio Pinto
Fonte: L'Unità (http://www.unita.it)

La dispersione di caolino causato dalla multinazionale francese Imerys lo scorso 11 giugno a Barcarena è il maggior incidente industriale con danni ecologici registrato fino ad oggi in Amazzonia. Il rapporto tecnico emesso il 30 giugno dal Ministero della Salute Pubblica brasiliana denuncia «impatti ambientali gravissimi» come conseguenza della contaminazione dell’acqua prodotta dalla rottura del deposito di scarti della fabbrica che si è sommata al flusso regolare che ha continuato a riversarsi direttamente nei fiumi e nei torrenti della zona. I tecnici avvertono che non conviene utilizzare l’acqua della zona colpita e raccomandano l’allontanamento della popolazione più vicina alle installazioni.

Questo è solo l’ultimo di una serie di incidenti avvenuti nella zona industriale di Barcarena, a 50 chilometri da Belén, capitale dello Stato di Pará, il principale Stato amazzonico del Brasile. Secondo le probabilità statistiche, questo tipo di incidenti continuerà a ripetersi visto che nell’area è presente una preoccupante densità di attività produttive con un elevato potenziale di aggressione ambientale. È questa la testimonianza della stessa Imerys, principale produttrice mondiale di caolino, un’argilla utilizzata per differenti usi industriali. L’impresa francese ha aperto in questa zona nel 1996 con una capacità produttiva di 250mila tonnellate di caolino all’anno, arrivando a diventare la prima produttrice mondiale con un milione di tonnellate. L’incidente è avvenuto esattamente quando la Imerys, attraverso un investimento di 200 milioni di dollari, ha puntato ad espandersi fino a raggiungere la tonnellata e mezzo di produttività. È calcolato che, per la fine di questa decade, la produzione di caolino in tutto il Pará - grazie a Imerys e alle sue concorrenti - supererà le tre tonnellate, consolidando la posizione dello Stato come terzo produttore mondiale di caolino, con un tasso di esportazione quasi totale (95%).

Questo dato va a sommarsi ad altri dettagli. Al fianco della Imerys c’è Alunorte, la maggior fabbrica di alluminio a livello internazionale. Anche quest’ultima industria sta espandendo la sua produzione, da 4,2 a 6,6 milioni di tonnellate. Poi c’è Albrás, ottavo produttore mondiale di alluminio. Il suo principale azionista, CVRD, associato ad un consorzio giapponese, sta installando un generatore termoelettrico da 600 megawatt per assicurare la crescita di Albrás. Peccato che tale generatore userà carbone naturale, un potente agente inquinante e causa della triste prodezza con cui la Cina ha recentemente superato gli Stati Uniti come paese che più inquina l’atmosfera terrestre.

Sede di queste e di molte altre attività che trasformano minerali in prodotti lavorati o semi-lavorati attraverso bagni acidi o attraverso un gran consumo di energia, questa zona è uno dei più complessi e delicati estuari brasiliani. In uno dei porti di confluenza tra alcuni dei molteplici corsi d’acqua dell’area, si trova Belén, con 1,4 milioni di abitanti. La crescita della produzione in questa zona ha seguito un ritmo così allucinante che gli aspetti sociali ed ecologici sono stati sottostimati o ignorati. L’incidente di Imerys costituisce solo un tardivo allarme.

Lo scorso 11 giugno, la rottura di uno dei depositi (da 450mila metri cubi) che raccolgono gli scarti della fabbrica di caolino ha provocato la fuoriuscita di materiale. Ma solo il giorno dopo la dirigenza della fabbrica ha avvertito le autorità su quanto era successo. È probabile che l’incidente potesse essere evitato se fossero state adottate misure immediate. In agosto dell’anno scorso, un’ispezione ufficiale verificò l’esistenza di fessure proprio sul deposito che ha originato la fuoriuscita. Ciò indica che il problema non fu eliminato e ciò ha portato le autorità pubbliche a sospendere parzialmente e temporaneamente l’attività della fabbrica. Ma solo con incidente avvenuto.

La sospensione ha avuto ripercussioni internazionali visto che Imerys commercia con 450 aziende in tutto il mondo. Il timore che i suoi clienti potessero venire criticati per questa aggressione alla natura, sembra abbia indotto l’impresa a minimizzare gli effetti dell'incidente su ogni mezzo di informazione, assicurando che il materiale, essendo inerte e privo di altri prodotti chimici, avrebbe colpito solo le acque di drenaggio più vicine e che si sarebbe velocemente disperso senza nessun danno per gli organismi viventi. Ma il dossier ministeriale contraddice questa versione e attribuisce la colpa di parte del disastro al mancato funzionamento da parecchio tempo della struttura per il trattamento dei residui.

Per non rischiare maggiori danni, la popolazione direttamente colpita per la fuoriuscita è stata evacuata.

È evidente che nessuna delle industrie radicate a Barcarena voglia incidenti di questo tipo, ma sembra che non investano per evitarli. La compensazione sociale e ambientale - sempre che sia stata realizzata all’inizio delle attività industriali - risulta insufficiente rispetto all’espansione di queste fabbriche. Certo: rispettano le norme legali dal punto di vista tributario e fiscale, ma ciò non è poi così difficile visto che le stesse fabbriche usufruiscono di notevoli esenzioni concesse dallo Stato. L’interesse internazionale per il caolino del Pará è legato alla sua qualità ma soprattutto alla mancanza di quelle restrizioni che in altre parti del mondo esistono per la sua estrazione. Ad eccezione del Brasile. Proprio per questo la English China Clay, che fino al 1999 è stata la maggior impresa mondiale nella produzione del caolino, non ha potuto mantenere la sua produzione a Cornualles, sua terra d'origine. E sempre per questo è stata acquisita dalla francese Imetal che, a sua volta, controlla Imerys.

Tutto questo ci indica che lo stato del Pará non riceve tutti i benefici che dovrebbe ricevere visti i suoi ricchi giacimenti di caolino. Sono già trent’anni che qui si produce caolino e cellulosa, ma non carta che si ottiene proprio da queste due materie e che ha un valore molto più alto.

Note:

Lúcio Flávio Pinto, è direttore del «Jornal Pessoal» (Quotidiano Personale) che denuncia la corruzione, l’impunità e le conseguenze economiche ed ecologiche dello sfruttamento dell’Amazonia. Ha già affrontato 32 processi oltre a numerose aggressioni fisiche e minacce di morte.

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