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    Il narco-industriale cinese che sta facendo tremare il governo messicano

    Un guastafeste per Calderón

    Zhenli Ye Gong sarebbe stato costretto a custodire 150 milioni di dollari di fondi segreti per le passate elezioni, decise dai brogli. Ma i recenti attentati agli oleodotti Pemex permettono alla destra di cambiare discorso
    13 luglio 2007 - Gianni Proiettis
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Un narcotrafficante cinese - fino a ieri rispettabile industriale farmaceutico - che accusa il governo Calderón di averlo obbligato a «custodire» 150 milioni di dollari come fondi segreti per la passata campagna elettorale.
    Un presidente legale, però scarsamente legittimo, impegnato a far passare una riforma tributaria dettata dagli organismi finanziari internazionali ma osteggiata da un crescente movimento popolare di opposizione.
    Una «guerra contro il narcotraffico» che minaccia le libertà fondamentali e i movimenti sociali, suscita più proteste che applausi e ha provocato in sei mesi più di mille morti, quasi tutti fra soldati, poliziotti, funzionari e semplici cittadini.
    Una serie di esplosioni che danneggiano vari oleodotti di Pemex - l'ente petrolifero di stato che il governo cerca in tutti i modi di privatizzare in omaggio agli interessi statunitensi - rivendicate dall'Ejercito Popular Revolucionario, un gruppo guerrigliero che si credeva estinto.
    Sono questi gli ingredienti di un quadro politico già degradato, che ha ormai imboccato il precipizio degli scandali e degli attentati.
    La dicotomia dell'attuale situazione messicana si è resa ben visibile il 2 luglio, anniversario del triunfo della destra - e della megafraude elettorale per i 15 milioni di votanti del centro-sinistra. Mentre Andrés Manuel Lopez Obrador, candidato «sconfitto» del fronte progressista, ha riempito lo Zocalo della capitale con una società civile che non rinuncia all'indignazione e alla resistenza, Felipe Calderón, presidente «legale» dell'estrema destra cattolica, ha preferito festeggiare nel chiuso della residenza di Los Pinos, fra qualche centinaio di invitati speciali, rappresentanti del governo e clienti di alto bordo. Circondato, come sempre, dai pretoriani dell'Estado mayor presidencial, suoi perenni angeli custodi.

    Come in un racconto di Taibo
    Ma a guastargli la festa, proprio quel giorno, ci si è messo un cinese, uccel di bosco, da New York, come nei migliori racconti di Paco Ignacio Taibo. Il signor Zhenli Ye Gon, nato a Shangai ma naturalizzato messicano, industriale farmaceutico ricercato da qualche mese per narcotraffico, dichiara di fronte al suo avvocato e ai giornalisti dell'Associated Press di essere stato costretto da Javier Lozano Alarcón, attuale ministro del lavoro del governo Calderón, a «reggergli» 150 milioni di dollari del Partido de Acción Nacional, da usare nella campagna elettorale del 2006 ma poi rimasti inutilizzati.
    Una rivelazione da niente, se si pensa che il massimo di spesa consentito nella passata campagna elettorale era di 60 milioni per partito e che l'elezione ha mostrato gravi irregolarità, come ha riconosciuto lo stesso tribunale supremo, lasciando milioni di votanti con il sapore della frode.
    Ma chi è Zhenli Ye Gon, l'uomo che si permette di mandare una lettera perentoria all'ambasciata messicana di Washington, chiedendo una composizione extralegale del suo caso e minacciando nuove rivelazioni?
    Le fortune del signor Ye Gon cominciano una decina d'anni fa, quando decide di impiantare un'industria farmaceutica, la Unimed, in Messico. Gli affari gli vanno talmente bene che può permettersi di giocare decine di milioni di dollari nei casinó statunitensi e di iniziare la costruzione di un modernissimo laboratorio, con tanto di alloggiamenti per 1500 impiegati, a San Pedro Toltepec, non lontano dalla capitale. Il Venetian Palace di Las Vegas lo considera un ospite talmente gradito che gli mette a disposizione una Rolls Royce e una Lamborghini.
    Poi, nel marzo scorso, cominciano i guai. Un'irruzione della polizia in una sua casa di Città del Messico, nell'elegante quartiere delle Lomas de Chapultepec, trova 207 milioni di dollari e alcune armi di uso esclusivo dell'esercito. Undici persone, fra cui la moglie del signor Ye Gon, vengono arrestate. Dopo aver ampiamente pubblicizzato il sequestro del denaro, presentato come la maggiore confisca di narcodollari in contanti della storia, le autorità rivelano che l'attività dell'industriale consisteva in importare pseudoefedrina dalla Cina - una sostanza utilizzata anche come farmaco - per trasformarla in metanfetamina, una droga molto richiesta negli Stati uniti.
    Zhenli Ye Gon entra così nella lista dei ricercati dall'Interpol e il governo Calderón si aggiudica una brillante vittoria nella lotta contro i narcos. Lo stesso presidente specula con ottimismo su come verranno impiegati quei fasci di bigliettoni. Una protesta dei servizi di informazione statunitensi, che reclamano una parte del bottino per aver fornito indicazioni essenziali, viene messa presto a tacere. Poi, l'affaire Ye Gon cade nel dimenticatoio.
    Fino al fatidico 2 luglio, quando, come un regalo di anniversario avvelenato, l'intervista filmata del narcoindustriale cinese appare sui teleschermi. Le dichiarazioni di Zhenli Ye Gon, che afferma che 150 milioni della somma confiscata gli furono affidati dall'attuale ministro Lozano Alarcón dietro esplicita minaccia di morte - coopelas o cuello, «o cooperi o ti sgozziamo» - e che il resto è frutto del suo lavoro, mettono in questione la già discussa legittimità del governo Calderón e, vere o false che siano, «cadono in terra fertile», come nota un editoriale del quotidiano La Jornada.

    Nuove clamorose rivelazioniLe reazioni del governo sono state finora nervose e contraddittorie. Il ministro del lavoro ha smentito recisamente, minacciando querele, ed è volato a New York per contrattare personalmente un noto studio di avvocati. Il procuratore generale lo ha scagionato a priori, dimenticandosi che è suo dovere indagare. Il parlamento ha approvato una commissione di inchiesta bicamerale che dovrà far luce sulla veridicità delle accuse, le possibili complicità di funzionari governativi, la gestione delle dogane e le importazioni di pseudoefedrina.
    In tutto questo, si è scoperto che i famosi 207 milioni di dollari sono stati depositati nella Federal Reserve degli Stati uniti. «Qui in Messico, non si possono depositare legalmente più di 15mila dollari nelle banche», ha spiegato kafkianamente un imbarazzato portavoce governativo. E Zhenli Ye Gon - la cui intervista era stata concessa ai primi di maggio e tenuta inspiegabilmente in frigo dall'Associated Press per 50 giorni - ha annunciato nuove, clamorose dichiarazioni per il prossimo 18 luglio.
    Poi, martedì scorso, l'Epr (Ejercito Popular Revolucionario), una formazione guerrigliera nata nel 1996 nello stato di Guerrero ma ormai inattiva da anni, ha rivendicato otto esplosioni a vari oleodotti e gasdotti di Pemex negli stati di Queretaro e Guanajuato. La reazione governativa è stata quella di presidiare con l'esercito e la Policia Federal Preventiva le installazioni petrolifere, le piattaforme marine e gli oleodotti, come in una gigantesca esercitazione.
    Alle leggi antiterrorismo varate nel maggio scorso dal governo Calderón, dietro pressione dell'amministrazione Bush, mancava proprio l'elemento principale: il «terrorismo» da combattere. All'indomani delle azioni di sabotaggio, rese pubbliche martedì scorso, il presidente Calderón ha dichiarato stizzito che i messicani vogliono «vivere in pace e con libertà», due beni per l'appunto sempre più introvabili nel Messico d'oggi.
    I migliori opinionisti nazionali fanno notare la puntuale sincronia fra gli attentati al patrimonio della nazione e lo «scandalo cinese» o «Chinogate», come pure il fatto che l'Epr non ha alcuna base sociale a Queretaro e Guanajuato e non si è mai dedicato ad azioni di sabotaggio. I comunicati nella sua pagina web (www.pdpr-epr.org) sono fermi al 2005.

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