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    Nicaragua - In sei mesi si contano 6.550 licenziamenti nelle zone franche

    Intervista con Miguel Ruiz della CST-JBE
    20 luglio 2007 - Giorgio Trucchi

     Manifestazione contro CAFTA

    Da gennaio a giugno di quest’anno, 6.550 lavoratori e lavoratrici hanno perso il posto di lavoro nel settore privato, colpendo gravemente la stabilità lavorativa nel paese.
    Da qui il grido di allarme da parte della Confederazione Sindacale dei Lavoratori "José Benito Escobar" (CST-JBE), che fa parte della Federazione Unitaria dei Lavoratori dell'Alimentazione del Nicaragua (Futatscon), affiliata di UITA.

    Il Nicaragua è l'unico paese nella regione ad aver ottenuto una corsia preferenziale nel settore tessile e vestiario nella negoziazione del CAFTA, attraverso i TPL che permettono di importare tessuto di paesi terzi per un periodo di dieci anni e che i prodotti finiti entrino al mercato nordamericano esenti da dazi, considerati completamente come "prodotti CAFTA", cioè elaborati nella regione con materiali locali.

    La Lista Informativa "Nicaragua y más" ha conversato con Miguel Ruiz, della Confederazione Sindacale dei Lavoratori "José Benito Escobar" (CST-JBE), per poter conoscere come si è generata questa crisi e che tipo di denunce sono state presentate dall’organizzazione per far fronte a questa situazione.

    Che tipo di denunce sono state presentate?
    Come CST-JBE, che raggruppa varie federazioni e sindacati a livello nazionale, abbiamo visto con molta preoccupazione come negli ultimi sei mesi sono aumentati i licenziamenti di lavoratori e lavoratrici del settore privato, nonché la chiusura di differenti imprese. Quattro di queste imprese hanno cessato la sua attività e sono andate via dal paese senza pagare le loro prestazioni ai lavoratori, mentre altre stanno seguendo il medesimo percorso.
    Stiamo parlando all’incirca di 6.550 lavoratori e lavoratrici che hanno perso il posto di lavoro da gennaio a giugno di 2007.

    Quali sono i settori più colpiti da questa situazione?
    Quello della “maquila” soprattutto, ci sono anche problemi nel settore della costruzione e della produzione di farmaci. Per noi rappresenta un problema molto grave e dobbiamo verificare che cosa sta succedendo.
    Se il Nicaragua ha firmato un TLC con gli Stati Uniti (CAFTA), che si suppone conceda un'infinità di benefici agli investitori, come mai avvengono queste chiusure e i licenziamenti indiscriminati?

    Come si giustificano gli imprenditori?
    Si giustificano affermando che ci sono stati riduzioni degli ordini di acquisto da parte delle marche internazionali verso i subappaltatori nazionali, e che per questa ragione si sono visti obbligati a ridurre il personale o, in alcuni casi, a chiudere completamente.

    Come valutate questa giustificazione?
    La consideriamo molto sospetta, per esempio, nel caso della maquila, il Nicaragua ha sottoscritto il CAFTA in condizioni vantaggiose e gode di un TPL (Trattato Preferenziale) di 100 milioni di metri quadrati di tessuto, per cui non dovrebbero esserci giustificazioni per licenziamenti, né tantomeno per la chiusura di imprese. D'altra parte, è ancora più sospetto che le autorità del governo e le imprese non stiano dicendo nulla su questa problematica.
    Per questo motivo abbiamo deciso di fare questa denuncia pubblica, chiedendo al governo e alle imprese che diano una spiegazione del perché non si stanno tutelando i diritti dei lavoratori, come mai queste imprese stanno chiudendo e il motivo della riduzione del 30–40 per cento degli ordini di acquisto delle grandi marche statunitensi.

    Avete già alcune ipotesi su quanto stia succedendo?
    Crediamo che ci siano varie ragioni possibili. Ad alcune di queste imprese sta terminando il periodo di esonero fiscale e doganale che è di dieci anni. Come è già accaduto in passato, queste imprese chiudono, cambiano ragione sociale, licenziano la gente e tornano ad aprire in un altro posto e con un altro nome. Un'altra ipotesi è che esista una forma di pressione verso il governo da parte delle marche statunitensi per generare una crisi interna. Una terza ipotesi potrebbe essere la presenza della Cina nel mercato mondiale e la sua capacità di offrire condizioni più vantaggiose per gli investitori.
    Il Ministero di Industria e Commercio (MIFIC) ed il Ministero del Lavoro (MITRAB) devono spiegare quello che sta succedendo e che cosa pensano di fare nei prossimi mesi, non si tratta solamente di imprese che chiudono operazioni, ma in molte di esse continuano anche le violazioni dei diritti lavorativi e sindacali dei lavoratori.
    Chiediamo anche al Potere Giudiziario che risolva tutti i conflitti inseriti in questo contesto e che dopo più di tre anni non sono ancora stati risolti.

    Il presidente Daniel Ortega ha appena inaugurato l’apertura di differenti trattative tra governo ed imprese private, per concordare strategie economiche e produttive in aree molto sensibili per il paese, come la zona franca, l'industria agricola e l’allevamento, tra le altre. Come valuta il fatto che non si sono invitate le organizzazioni sindacali?
    Per noi è fondamentale potere riunirci col settore governativo ed imprenditoriale, per esporre la realtà dalla nostra prospettiva socio-lavorativa, il tema degli investimenti, dei diritti umani, lavorativi e sindacali ed il tema ambientale. Fino a questo momento non l'abbiamo potuto fare perché non ci hanno presi in considerazione e ci è sembrato sbagliato da parte del governo non invitare i rappresentanti sindacali del paese in questa opportunità. Proprio per questo stiamo facendo un appello al governo, affinché rifletta. Non si può avere sviluppo, emarginando la parte fondamentale che sono i lavoratori e le lavoratrici.
    Come movimento sindacale abbiamo una visione di sviluppo e progetti seri che vogliamo presentare su che tipo di investimento e sviluppo ha bisogno questo paese, che tipo di impiego e formazione professionale necessitano i lavoratori. In Nicaragua abbiamo bisogno di risposte globali ed un investimento serio e responsabile che non tolga diritti lavorativi. Non abbiamo bisogno di investimenti che vengano a calpestare ed a condizionare la libertà sindacale e la negoziazione collettiva.
    Senza dubbio, sono importanti il capitale e gli investitori, ma è anche importante la nostra forza lavoro e quello che noi possiamo pensare. Se vogliamo lo sviluppo economico, politico e sociale è necessario che i settori fondamentali e le forze produttive del paese si mettano d’accordo.

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