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    America latina, il vento di sinistra soffia in Paraguay

    Parla l'ex vescovo di San Pedro Fernando Lugo, che ha lasciato la porpora per diventare presidente: «Riforma agraria, equità sociale, biocombustibili solo se c'è da mangiare: il Paraguay non deve rimanere fuori dai cambiamenti» Chavez, Evo, Bachelet, Correa, Tabarè Vazquez, Lula e Kirchner: c'è un vento nuovo per cercare di creare un nuovo modello Ho studiato la teologia della liberazione e l'ho insegnata. Ratzinger? Bisogna distinguere il prefetto della fede dal papa
    22 luglio 2007 - Pablo Stefanoni
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Asuncion Fernando Lugo parla con tono pastorale, come se stesse predicando il suo nuovo discorso che non è più religioso ma apertamente politico. L'ex vescovo di San Pedro, che per concorrere alle elezioni presidenziali del 2008 ha lasciato la tonaca, si considera ideologicamente moderato. Ma la sua proposta di «finirla con la corruzione», separare la giustizia dal potere politico e dare vita a una riforma agraria, è rivoluzionaria in Paraguay. Già in piena campagna elettorale, l'ex porporato aveva parlato con il manifesto nel suo quartier generale elettorale ad Asunciòn, e i sondaggi che lo vedevano col vento il poppa non sono cambiati. In compenso sono cambiati gli attacchi alla sua persona: di recente il presidente Nicanor Duarte lo ha accusato di essere collegato alle bande di sequestratori che affliggono il paese. Ma Lugo non si scompone, ricorre all'ironia e alla lingua guaranì, più popolare del castigliano: «Risponderò a Nicanor quando non avrà più bisogno dello psichiatra, ultimamente ha dimostrato di non avere tutte le rotelle a posto. Ndo hapy porai (non brucia bene), come i motori a combustione».
    Perché lasciare la sicurezza del vescovato per l'insicurezza della politica?Noi qui a San Pedro abbiamo fatto di tutto, dagli orti comunitari ai magazzini di consumo fino alle cooperative per la commercializzazione, ma abbiamo capito che i cambiamenti di cui la grande maggioranza ha bisogno vengono dalla politica. Credo che sia l'unica via perché i settori meno protetti possano concretizzare il cambio desiderato.
    Come vive il suo nuovo ruolo di candidato a livello personale?
    E' un cambio di ritmo, di vita. Adesso ho finito di girare il paese, nel quadro del flemonguetà guasù (il gran dialogo con il popolo) perché credo che i politici debano ascoltare e farsi portavoce della grande saggezza che esiste nella gente semplice, che ha tanto valore nella nostra storia. Questa ci ha arricchito e ci ha dato forza per continuare a sognare un paese diverso. In tre mesi abbiamo girato tutto il paese, organizzato più di 250 riunioni che ci hanno consentito di avere un contatto diretto con più di trentamila persone.
    Il Partido Colorado vuole usare il fatto che il Vaticano non ha accettato la sua rinuncia alla carica di vescovo per impugnare la sua candidatura...
    Teologicamente riconosco che continuo ad essere vescovo, nel senso che ho ricevuto un sacramento che dura fino alla morte. Però la mia candidatura presidenziale è consentita dalla costituzione, non dal diritto canonico. La costituzione sta al di sopra di tutte le altre leggi o trattati, e il Paraguay non ha nessun trattato con il Vaticano. L'articolo 42 della carta magna paraguayana stabilisce che nessuno appartiene a un gruppo o organizzazione se liberamente vi rinuncia: io ho rinunciato al ministero sacerdotale e, in questo senso, non c'è nessun impedimento alla mia candidatura. Il governo pretende di usare un argomento teologico e dargli peso giuridico, e questo sarebbe un precedente nefasto.
    Lei si identifica con la teologia della liberazione?
    Io ho studiato la teologia della liberazione cinque anni in Ecuador e e ho dato lezioni. Anche la Pastorale di San Pietro fu ispirata alla teologia della liberazione che, come ha detto Giovanni Paolo II, è oggi un patrimonio teologico della chiesa universale.
    Benedetto XVI sembra essere di parere opposto.
    Credo che occorra distinguere quello che è Ratzinger come prefetto per la congregazione della dottrina della fede da quello che è il papa, che deve essere più universalista e accettare il pluralismo teologico.
    Questa settimana la maggioranza del Partito liberale ha annunciato che appoggerà la sua candidatura: come vincere senza restare ostaggio della vecchia politica?
    Questo è il gran dilemma e ne siamo coscienti. Credo che le forze popolari, contadine, non abbiano pratica di elezioni e ciò che è certo è che il Partito liberale è l'unico dell'opposizione presente nei 10mila seggi. La presenza deve essere garantita perché in democrazia si vince il giorno delle elezioni. Però, d'altro canto, noi abbiamo convocato una concertazione sociale e politica e credo che ci sia un buon ambiente di conversazione e livello di fiducia tra i partiti dell'opposizione per ottenere la vittoria e, allo stesso tempo, garantire un progetto politico, un piano di governabilità, programmi che rispondano al grido dei più bisognosi, della gran maggioranza dei paraguayani che si dibattono tra la povertà e la miseria.
    Cosa bisogna cambiare in Paraguay?
    Noi non promettiamo molti cambiamenti, non vogliamo vivere nella fantasia né avere un pensiero magico. Crediamo che sia possibile garantire una giustizia obiettiva, sovrana, indipendente, apartitica, perché questo ci permetterà di cominciare a combattere contro la corruzione e l'impunità. Oggi la giustizia è prigioniera del potere politico e il potere politico è prigioniero del potere economico. A sua volta, il potere economico in Paraguay è prigioniero della mafia, che non ha volto ma è ben presente, con conseguenze in tutto il paese. Il nostro progetto non si costruisce all'estero né in un laboratorio, è un progetto popolare che nasce dalla base. La gente reclama un'amministrazione onesta e trasparente dello stato.
    Darà impulso alla riforma agraria se vincerà le elezioni?
    Senza nessun dubbio. Il Paraguay è uno dei paesi dove la distribuzione della terra è più scandalosa. L'ottanta per cento della terra è in mano al due o tre per cento dei proprietari. C'è molta terra, il nostro è uno dei pochi paesi dell'America latina nel quale non esiste neanche il catasto nazionale delle proprietà. Deve esserci un risanamento di questa situazione, per poi discutere con chiarezza con i settori contadini e imprenditoriali una riforma agraria integrale.
    Come vede il processo di cambiamento a livello continentale?
    Considero ciò che accade con Chavez, Evo, Bachelet, Correa, Tabarè Vazquez, Lula e Kirchner come un vento nuovo che permette di provare a creare un nuovo modello di governabilità nella regione, e credo che il Paraguay - con le sue proprie specificità - non dovrebbe stonare. Il nostro paese deve seguire il proprio cammino per completare questa transizione incompiuta.
    Lei si identifica con il concetto di «socialismo del secolo XXI»?
    E' un'esperienza da costruire. Io solitamente parlo di equità sociale, e ci sono punti di convergenza con il «socialismo del XXI secolo» di Chavez. La sigla dal partito Tekojojà (uno dei gruppi che lo appoggiano) è «unione e uguaglianza per tutti i paraguayani».
    Il presidente Duarte ha detto davanti a Lula che il Paraguay sarà il Kuwait degli agroconbustibili: qual è la sua posizione?
    Se gli agrocombustibili non sono una minaccia alla sovranità alimentare potrebbe essere una via d'uscita, però in Paraguay c'è un dibattito profondo e attento. Il nordest brasiliano è dimostrazione palese della desertificazione come conseguenza delle grandi pèiantagioni di canna. Io non produrrei biocombustibili mettendo a rischio la sicurezza alimentare del popolo paraguayano.
    E' d'accordo con l'immunità alle truppe dUsa, che è scaduto nel dicembre scorso e che però sembra continuare di fatto?
    Credo nella sovranità nazionale, e credo che il Paraguay debba distinguere con chiarezza tutto ciò che è ingerenza. Difenderemo la sovranità territoriale come la sovranità politica, economica e alimentare.

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