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Cuba, un anno senza Fidel

Ieri, per la prima volta in 48 anni, le cerimonie del 26 luglio le ha celebrate Raul. All'ombra del lider maximo nel bene e nel male
27 luglio 2007 - Maurizio Matteuzzi
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Cuba, un anno senza Fidel. Ma con Fidel sempre presente, anche se oggi non è più - almeno ufficilamente - il «comandante en jefe» ma solo «el periodista en jefe», da quando si è messo a fare il giornalista con le sue puntuali «riflessioni« settimanali sul Granma.
Com'è Cuba un anno dopo il 26 luglio del 2006, quando il lider maximo fu sottoposto al primo di una lunga serie di interventi chirurgici all'intestino che l'avevano dato dato per morto o per uscito di scena?
Fidel fu operato d'urgenza nella notte dopo aver presenziato alle cerimonie per l'anniversario dell'assalto alla caserme del Moncada del 26 luglio del '53 - la sconfitta che segnò l'inizio della guerra di liberazione culminata con l'entrata dei barbudos all'Avana, il primo gennaio del '59 - e il 31 dopo delegò i poteri a un ristretto gruppo di dirigenti con a capo suo fratello Raul, l'eterno numero due.
A Miami, dal tradizionale covo anti-castrista del Café Versailles della calle 8, partirono chiassosi festeggiamenti della comunità dell'esilio cubano: finalmente dopo tanti falsi allarmi sembrava la volta buona. Anche a Washington si preparavano alla «transizione» pur se fra molte preoccupazioni: come reagire alle probabili «rivolte popolari», al possibile esodo di massa verso le sponde della Florida?
Analisti, intellettuali, dissidenti dibattevano sul dilemma «transizione» o «successione», escludendo seccamente un terzo fattore: quello della «continuità».
Un anno dopo hanno dovuto ricredersi, sia a Miami sia a Washington sia in Europa.
Ma dopo «un anno senza Fidel», Cuba è ancora lì. E anche Fidel, per quanto sia chiaro che nonostante il suo recupero straordinario non tornerà quello di prima, è ancora lì.
Ieri, per la prima volta da 48 anni, a celebrare l'annuale kermesse del 26 luglio, fra bandiere, musica e folle infervorate, non è stato Fidel. A Camaguey Raul ha parlato un'ora - già un cambio vistoso rispetto ai torrenziali discorsi del fratello - ripetendo agli Usa - «qualunque sia il prossimo gruppo di leader» - l'offerta di un dialogo «in termini civilizzati» ma ammonendo anche che «in caso contrario, noi siamo pronti a fronteggiare la vostra politica ostile per altri 50 anni» e non risparmiando a Washington le dovute critiche sul blocco ultra-quarantennale e sull'ipocrita politica dei visti concordata nel '94 (20 mila all'anno, ma meno di 10 mila quest'anno: un invito esplicito all'emigrazione clandestina). Raul è tornato anche sulle magagne di Cuba: corruzione, disciplina sul lavoro, produzione alimentare «lontana dal soddisfare le nostre necessità», apertura agli investimenti esteri «senza ripetere gli errori del passato».
Raul non ha - e sa di non avere - il carisma travolgente del fratello. Ma, in un anno da numero uno, è riuscito in due obiettivi che non possono non essergli riconosciuti: non ci sono state le «rivolte popolari» annunciate (o auspicate) come inevitabili, non c'è stata la guerra interna al vertice dirigente annunciata (o auspicata).
A Cuba, nel bene e nel male, è cambiato poco o nulla in questo anno. Anche se Raul, nella fedelatà al modello, qualche passo l'ha fatto, qualche segnale l'ha mandato. La cancellazione dei debiti statali con gli agricoltori; l'aumento dei pagamenti per la produzione agricola da cui dipende uno dei punti neri della situazione cubana: la disponibilità (e i prezzi) degli alimenti; l'enfasi sulla gestione del modello e contro la corruzione dilagante (con relativo siluramento di alcuni dirigenti corrotti), una commissione sulla proprietà (per la prima volta) per studiare il modo di aumentare la produttività ; la liberazione centellinata di qualche oppositore incarceato. Qualche passo e qualche segnale. Timidi - e bocciati da Washington ostinata nella sua stupida linea oltranzista -, troppo timidi per venire a capo di una situazione pesante com'è quella cubana. Nonostante che l'asse politico-economico con il Venezuela di Chavez (e con la Bolivia di Evo e il Nicaragua del vecchio Daniel Ortega) abbia dato un respiro.
I grandi problemi di Cuba - la casa, i trasporti, l'alimentazione, i salari da 10-15 dollari al mese che alimentano irresitibilmente la corruzione - sono ancora tutti lì, da risolvere. E in fretta. Ma Raul, che i media continuano a definire il primo «vice» presidente del governo e il «secondo» segretario del Pc, non sembra avere la forza di risolverli. Sa bene che grandi cambiamenti, ammesso che lui volesse farli (il modello cinese di cui si parla), non si possono fare senza il beneplacito di Fidel e ancor meno contro la sua volontà. Nel bene e nel male. Che lui torni ad apparire o non appaia più in pubblico è irrilevante.

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