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    Disastri naturali e povertà: due facce della stessa medaglia

    Il caso Nicaragua
    19 settembre 2007 - Giorgio Trucchi

    1998 Uragano Mitch: Carretera a León e il crollo del Volcán Casita

    Quando nel 1998 l'uragano Mitch devastò il Nicaragua e buona parte dell'America Centrale, le migliaia di morti che si lasciò alle spalle appartenevano agli strati più poveri della regione. La violenza del Mitch trovò come spaventose alleate la povertà e la disperazione di centinaia di famiglie contadine, costrette ad emigrare a causa dell'avanzamento delle monocolture e dell'allevamento. Ciò fu un elemento fondamentale affinché la tragedia toccasse livelli mai visti prima nel paese.
    Nel caso del Nicaragua, inoltre, il crollo del Volcán Casita nel tristemente famoso municipio di Posoltega, fece tabula rasa di intere comunità che sorgevano sui pendii del vulcano, travolgendo e seppellendo più di 2 mila persone che avevano scelto uno dei posti più pericolosi per seminare e poter così sopravvivere.

    Dopo il disastro fu molto poca la gente, includendo il governo dell'epoca, che si domandò come mai migliaia di persone fossero andate a vivere in una zona altamente disboscata, i cui terreni avevano quindi subito una forte erosione a causa delle lunghe stagioni piovose dell'inverno nicaraguense. Col passare degli anni e finiti i cospicui aiuti internazionali, che tra l'altro non cambiarono minimamente la situazione di povertà della zona, ma arricchirono solamente i pochi che seppero sfruttare l'occasione, i sopravvissuti del Casita e delle zone circostanti ripopolarono le zone del disastro. Che altra opzione avevano?

    La Costa Caribe

    La stessa identica situazione si riprodusse nelle Regioni Autonome dell'Atlantico Nord e Sud (RAAN e RAAS) e sulle rive del Río Coco. Terre di popolazioni autoctone - miskita, rama, sumo e mayagna - ed afrodiscendenti, storicamente isolate e dimenticate dai governi e dalle popolazioni del Pacifico.
    Negli anni 80 il governo sandinista promosse la Legge di Autonomia della Costa Atlantica, si crearono istituzioni regionali autonome dal potere centrale, ma fu solo pochi anni fa che si regolamentò il suo funzionamento e poté quindi cominciare ad essere operativa.
    La Costa Atlantica, o Caribe, come preferiscono chiamarla le popolazioni che l'abitano, gode di un'enorme ricchezza in biodiversità, legname pregiato, miniere d'oro e pesca e da alcuni anni si dice anche che esistano grossi giacimenti di petrolio, nella zona di Oceano Atlantico che Nicaragua e Honduras si stanno disputando nel Tribunale della Aja.

    È proprio in questa zona del Caribe nicaraguense che le grandi multinazionali hanno storicamente sfruttato le sue importanti risorse naturali, mentre le popolazioni originarie continuano a vivere in assoluta miseria, isolate, in case fatte di legno e tetti di foglie di palma o di lamine di zinco. Le sue ricchezze vengono esportate nella zona del Pacifico o all'estero, mentre la Costa Caribe continua ad apportare una grande percentuale del Bilancio della Repubblica attraverso lo sfruttamento delle sue risorse. Quasi nulla di questo grande apporto torna però indietro in termini di investimenti, infrastrutture e servizi per la popolazione.

    Con l'uragano Juana nel 1988, il Mitch nel 1998 e il Beta nel 2005, è stato quindi chiaramente dimostrato che di queste regioni si parla solamente quando mettono i morti o per essere territorio privilegiato dal narcotraffico.
    I livelli di povertà ed analfabetismo, lo sfruttamento dei palombari miskitos per la pesca alle aragoste - sono già centinaia coloro i quali sono rimasti invalidi per le continue immersioni in apnea - ed il cronico isolamento di intere comunità, non sono oramai più notizia per nessuno ed al contrario, viene considerato come un fatto naturale all'interno di un sistema politico, economico e sociale che ha collocato il Nicaragua tra i paesi più poveri del continente, dove la breccia tra ricchi e poveri si fa ogni giorno più grande.

    L'ultimo uragano: Félix

    È stato solamente nel 2000, dopo il Mitch, che il governo del Nicaragua decise di creare il Sistema Nacional de Prevención, Mitigación y Atención de Desastres (SINAPRED), istanza che riunisce tutte le istituzioni ed organizzazioni preposte a intervenire in caso di disastri naturali.
    È quindi importante segnalare che, nonostante l'irrisorio budget a disposizione, il SINAPRED ha saputo affrontare con grande professionalità e belligeranza le sfide che si sono presentate in questi ultimi 7 anni, come sta ad esempio dimostrando in questi giorni con l'uragano Félix, che ha sconvolto nuovamente la Costa Caribe del Nicaragua. Secondo gli ultimi dati emessi dallo stesso SINAPRED, sarebbero ormai 102 i morti accertati, 86 gli scomparsi, 32 mila le famiglie colpite, per un totale di quasi 190 mila persone. E questo senza contare le devastazioni alle infrastrutture, alla produzione agricola ed all'ambiente (Félix ha investito direttamente la Riserva di Bosawas, uno dei più importanti polmoni della regione).

    Due facce della stessa medaglia
    Trascorse due settimane da quando Félix ha colpito la Regione Autonoma dell'Atlantico Nord (RAAN), risulta ancora più evidente come i disastri naturali e la povertà siano due facce della stessa medaglia. Indipendentemente dal numero dei morti, delle persone colpite dal disastro e dai danni provocati, che indubbiamente prostreranno ancora di più la popolazione caraibica, non c'è dubbio che le condizioni in cui viveva la maggioranza della popolazione siano state un elemento fondamentale affinché l'uragano potesse accanirsi sulla popolazione e le deboli ed insignificanti infrastrutture.

    È quindi necessario ed urgente un cambiamento di modello politico, economico, sociale e soprattutto, un cambiamento morale, affinché gradualmente l'intero Nicaragua possa risorgere.

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