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Perù: il Cile estrada l'ex presidente Alberto Fujimori

A tradirlo le rivelazioni di ex paramilitari
25 settembre 2007 - David Lifodi

Dell'ex presidente Alberto Fujmori i peruviani ricordano l'atteggiamento sprezzante con cui si avvicinò accanto ai corpi dei tupamaros (tra cui quello del comandante Nestor Cerpa Cartolini) caduti il 22 Aprile 1997, uccisi dai militari nell'azione mirata a liberare l'Ambasciata giapponese di Lima e i suoi ostaggi, per 126 giorni nelle mani dell'Mrta (Movimiento Revolucionario Tupac Amaru): quello fu uno dei momenti più drammatici nella storia della vita politica peruviana. Fujimori aveva raggiunto l'apice del successo infliggendo un durissimo colpo alla guerriglia e al tempo stesso governava il paese a suo piacimento. I 14 guerriglieri, che furono freddati a liberazione degli ostaggi già avvenuta (cioè quando non ce n'era il minimo bisogno, come confermato dai sequestrati che più volte avevano ribadito che durante la prigionia non c'era stata alcuna violenza su di loro), rappresentano adesso una tra le tante violazioni dei diritti umani di cui è imputato e per le quali finalmente è giunto il via libera dal Cile per la sua estradizione.
Ad inchiodare Alberto Fujimori, che dal Cile ha tentato nel 2006 un ritorno in politica nel suo paese, proprio quei gruppi paramilitari dei quali si era più volte servito per debellare Sendero Luminoso e Mrta, oltre che indigeni e campesinos accusati di collaborare con la guerriglia. Alcuni appartenenti al commando paramilitare "Grupo Colina", che hanno accettato di collaborare con la giustizia in cambio di uno sconto della pena, hanno fornito le prove per due dei maggiori massacri di cui l'ex presidente si è reso responsabile durante il suo decennio di governo in cui non aveva esitato ad adoperare il pugno di ferro. I paramilitari del "Grupo Colina", secondo le stesse dichiarazioni di alcuni di loro, agivano in collaborazione con gli agenti del Sie (Servicio de Inteligencia del Ejercito, i servizi segreti peruviani), e il 3 Novembre 1991 si resero protagonisti dell'assassinio di 15 persone nell'area limeña di Barrios Altos, mentre solo alcuni mesi dopo uccisero un professore e nove studenti dell'università La Cantuta: era il 18 Luglio 1992. In entrambi i casi, come in molte altre circostanze, i massacri non solo furono giustificati nel quadro della repressione dei gruppi guerriglieri, ma addirittura fu imputata loro l'appartenenza a Sendero Luminoso, formazione che, contrariamente al Mrta, in realtà si è resa responsabile di sparizioni e torture praticate anche verso indigeni e contadini.
Sempre un ex appartenente al "Grupo Colina" ha consegnato alla giustizia un nastro registrato in cui Nicolas Hermoza Rios durante la sua presidenza al Comando Congiunto peruviano (avvenuta nel decennio fujimorista) parlava del suo presidente come di una persona pienamente informata delle violazioni dei diritti umani. Tra l'altro giova notare come lo stesso Nicolas Hermoza Rios nel 2005 sia stato condannato a quattro anni di reclusione, accusato di associazione per delinquere e peculato per aver intascato ben 22 milioni di dollari tramite speculazioni su commesse per l'acquisto di armi proprio durante la permanenza al governo del "Chino".
Nonostante le proteste della figlia dell'ex capo di stato Keiko Fujimori, secondo la quale "mio padre merita un trattamento consono ad un ex presidente della Repubblica", stavolta "El Chino" difficilmente potrà sottrarsi alla giustizia. Fujimori infatti non è accusato soltanto per violazione di diritti umani, ma anche per corruzione. In particolare l'ex presidente è accusato di essersi introdotto nella casa del suo capo dei servizi segreti Montesinos (già incarcerato da anni) per distruggere dei video in cui emerge chiaramente la sua attività di corruzione, tra cui quello in cui lo stesso Montesinos offriva una mazzetta di svariati milioni di dollari ad un deputato dell'opposizione per spingerlo a passare dalla parte del partito di governo.
A livello politico, l'estradizione di Fujimori ha registrato un primo commento da parte dell'attuale presidente Alan Garcia, che si è detto soddisfatto per la possibilità di giudicare "el Chino" in Perù, mentre le associazioni per i diritti umani e in particolare i familiari delle vittime hanno festeggiato l'estradizione come un fatto storico: per il Perù si tratta di uno spiraglio di luce nel buio dell'attuale presidenza poiché lo stesso Garcia, durante il suo primo mandato, non aveva certo brillato nella tutela dei diritti umani e aveva portato il paese ad una spaventosa crisi finanziaria.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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