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Volontariato in India, la grande famiglia di Japthi

Il cappello rosso di Jai Kumar

6 ottobre 2007 - stefano battain (Volontario in India 2007)

Il cappello rosso di Jai Kumar è già rotto in più punti, è passata appena una settimana da quando abbiamo comprato un cappello per tutti i bambini e quasi tutti sono del tutto o almeno un po' rovinati, prima di andare a dormire Jai Kumar lo appoggia per terra, di fianco alla stuoia che serve da letto. Si stende a fianco di Kishore, sembrano fratelli, potrebbero esserlo. Mi fermo ad osservarli a lungo mentre prendono sonno. Ne approfitto per respirare e gustare questo importante momento della giornata che raramente ho potuto condividere con loro. Infatti da quando, due mesi fa, ho iniziato a fare il volontario in questo centro per bambini disabili nel sud dell' India è la prima volta che trascorro una notte qui. Io e due mie amiche volontarie, Anna e Julia, la prima francese, la seconda tedesca, abbiamo deciso di fermarci per una notte nel centro per stare un po' di più insieme ai bambini e vedere cosa succede dopo le 15.30, ora in cui solitamente prendiamo l'autobus per fare ritorno in città. Japthi, questo è il nome del centro, è infatti situato in aperta campagna, a 15 chilometri da un città di 30 mila abitanti che si chiama Kundapura, nello Stato di Karnataka, nella parte sud-occidentale della penisola indiana. Una decina di famiglie qui residenti ospitano una ventina di volontari provenienti da molti paesi europei ma anche da Corea, Giappone e Stati Uniti. A lavorare a Japthi siamo in 4 o 5, a seconda dei momenti il numero può cambiare, ci sono spesso partenze e arrivi fra i volontari. Ci alziamo verso le 7 e mezza, prendiamo l'autobus tutti insieme e dopo mezz'ora siamo al centro dove ogni mattina ci accolgono festanti i 2 o 3 bambini più estroversi. All'arrivo eseguiamo un rapido controllo per verificare le condizioni fisiche di ognuno dopo la notte, segue il lavaggio dei denti, la doccia all'aria aperta e il cambio di vestiti per tutti, alcuni si lavano quasi da soli, altri vanno letteralmente trascinanti sotto il getto d'acqua e trattenuti per l'insaponatura. La mattina è divisa in due parti, una prima metà composta da pseudo-yoga, canti e ginnastica in gruppo, la seconda da attività varie come colorare, disegnare, "suonare" uno strumento, giocare a Memory oppure a calcio e cricket. Verso l'una si inizia a sentire un grido dalla cucina: "Uta!Uta!" (in lingua kannada, parlata in questo Stato significa cibo) le due donne di servizio, Sudjata e Ratna, ci avvisano che il pranzo è pronto, raccogliamo i bambini e laviamo loro le mani, successivamente le due donne nutrono i voraci bimbi, noi ci ritiriamo nella stanza a fianco per consumare lo stesso pasto, solitamente riso bollito e verdure insaporite con spezie locali, con la possibilità di aggiungere yogurt fatto in casa. Una piccola pausa ci vuole, fuori si arriva a 35 gradi con un' umidità nell'aria che toglie ogni energia. Verso le due si ricomincia, si esce all' aperto se il tempo è buono, il passatempo preferito da molti e' andare in altalena. Una volta a settimana si raccolgono le immondizie e ogni tanto c'è qualche evento speciale, magari una gita al mare o una festa con tutti gli altri volontari normalmente impegnati in altri progetti. Verso le 3 e 20 si inizia la fase dei saluti, stanchi e sudati andiamo a prendere l'autobus che ci porterà verso la città ma soprattutto verso il quotidiano e meritato gelato.

I due mesi che ho trascorso con questi 12 fantastici bambini sono stati davvero intensi ed emozionanti, il rapporto instaurato con loro (ma anche con gli altri volontari) è straordinario, ho scoperto che ognuno di loro è unico, che va trattato diversamente, ma sempre con rispetto. Ognuno di questi bambini speciali ha i propri disturbi mentali come, ad esempio, ritardi di vario tipo, traumi infantili o autismo; alcuni hanno limiti fisici dovuti a cause genetiche o ad errate cure mediche durante i primi mesi di vita. Alcuni sono portatori di sindrome di Down, altri di più leggeri deficit attentivi o sindromi da iperattività. Alcuni si affezionano immediatamente e dimostrano più apertamente i loro sentimenti con sorrisi, abbracci, premure e coccole nei nostri confronti, altri hanno bisogno di più tempo per fidarsi. La comunicazione non è per niente facile, solo uno di loro parla la lingua locale e pochi riescono a capire le poche parole che noi abbiamo imparato. Per il resto tutto è affidato al tono della voce, ai gesti, ai sorrisi, ai tantissimi abbracci e al gioco preferito da quasi tutti: il solletico, un ottimo modo per interagire, rompere il ghiaccio e riuscire a trasmettere un po' di calore umano anche ai più chiusi e ai più diffidenti come Suhan, il minuscolo bimbo autistico che si scatena quando sente della buona musica e balla come il John Travolta dei tempi d'oro. A Japthi si trovano tutti bambini molto soli, che vedono i genitori un paio di volte all'anno quando va bene, infatti per la società rurale indiana loro sono degli errori, mostri da nascondere che non hanno pari dignità a quella di tutti gli altri bambini, noi pensiamo che invece ce l'abbiano e che a volte possano saper dare addirittura di più in termini affettivi dei nostri bambini ipernutriti e iperprotetti. Per questo li portiamo in giro per la città con fierezza e proviamo a farli interagire anche con bambini "normali", per questo vogliamo il meglio delle cure mediche possibili, come se fossero nostri fratelli, nostri figli, anzi, dopo 2 mesi credo che un po'lo siano diventati. Le nostre responsabilità nel centro sono tante, a partire dalle piccole medicazioni fino ad accompagnare i bambini dal dentista o dal dottore quando i problemi sono più seri, l'impegno che ci mettiamo è molto, anche se non siamo molto preparati. Cerchiamo di tenere la casa in ordine e in condizioni d'igiene sufficienti ma gli standard indiani sono ben diversi dalle condizioni di vita che vorremo per i "nostri" bambini. La considerazione del bambino disabile in India è notevolmente differente dalla nostra e questo spesso ci porta a scontri, a volte anche aspri, con il responsabile di questo centro, un sessantenne di vecchio stampo, incline a imporre la disciplina anche con la violenza. Noi non ci troviamo d'accordo e glielo facciamo notare, lui sostiene che è così che ci si fa rispettare ma noi crediamo che quello non sia rispetto, sia semplice paura, una paura che si coglie negli sguardi di questi bambini quando questo uomo ignorante è nelle vicinanze. Noi crediamo che i bambini rispettino noi che "parliamo" una lingua più dolce e rispettosa dei loro diritti, primo fra tutti quello di essere bambini e quindi giocare, ridere e far chiasso. Certo a volte ci fanno disperare e sfidano la nostra pazienza, a volte anche noi ci arrabbiamo e sbuffiamo, vorremmo mollare tutto e tornare a casa ma se ora mi trovo qua e accarezzo la testa di Jai Kumar significa che noi non molliamo, finche' possiamo stare con i "nostri" bambini diamo il massimo per il loro benessere.

Con il dito indice percorro i solchi delle vecchie cicatrici sul cranio di Jai Kumar, le cadute a causa dei frequenti attacchi di epilessia lasciano dei brutti segni all'esterno della sua testa, ma probabilmente i danni maggiori sono dentro, le crisi sono frequenti e anche i farmaci sembrano non fare nessun effetto. Tenere fra le proprie braccia un bimbo in preda ad una crisi epilettica è un'esperienza difficile da dimenticare, quel corpo che sembra impazzito, fuori controllo, a volte di legno. Di solito le crisi di Jai Kumar durano un paio di minuti ma rimane intontito per ore, quello sguardo solitamente piuttosto assente a causa dei danni cerebrali pregressi si fa ancora più lontano e vuoto, reagisce poco agli stimoli e tutto quello che possiamo fare e dargli da bere un po' d'acqua, un gesto forse inutile e banale ma davvero non si può far altro. Certo, dalle nostre parti verrebbe portato dai migliori medici e curato in pochi giorni ma non qua, non quando hai un quoziente intellettivo di 37 (la soglia per essere considerati normodotati è 70) e sei figlio di una serva che vive a 2 ore d'autobus che non vedi da 3 mesi, non quando vivi in India fra campi di riso e alberi di banane, non quando vivi in un paese dove la sanità è quasi totalmente a pagamento e le analisi per l'epilessia corrispondono a 13 mesi di stipendio di un operaio, cioè circa 450 euro. Jai Kumar, o JK come lo abbiamo soprannominato, capisce abbastanza ed è forse il bambino con cui è più facile comunicare verbalmente ma spesso vorrei entrare nella sua mente per sapere cosa pensa di noi, vorrei entrare nei suoi sogni per capire cosa può sognare un bambino senza futuro, senza la possibilità di crescere e vivere una vita felice, vorrei che almeno per una notte riuscisse a sentirsi al sicuro, protetto, amato, è per questo che stanotte siamo qua. Vorrei che si sentisse come io mi sentivo da bambino quando mi infilavo sotto il piumone nel mio morbido, pulito e caldo letto, credo che lo meriti, credo che tutti i bambini di Japthi lo meritino. Non sono bambini disabili, non sono bambini indiani, sono bambini e basta, con pari dignità e diritti di tutti gli altri, ed è così che cerchiamo di trattarli. Stai tranquillo Jai Kumar, questa notte nessuno ti ruberà il tuo cappello rosso. Promesso.

Note:

Per approfondimenti:
www.stefanobattain.splinder.com

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