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10 ottobre 2007 - Antonio Tricarico (Campagna per la riforma della Banca mondiale)
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Nascerà la Banca del Sud, ma il Fondo monetario internazionale a cui la nuova istituzione regionale si contrappone non muore ancora. E sono in molti quelli che chiedono giustizia nei confronti delle responsabilità storiche del Fondo monetario, per i vent'anni di liberismo sfrenato che hanno fatto man bassa dell'intervento statale, in particolare in America latina, disintegrando le strutture sociali di società già deboli in uscita da pesanti dittature.
Gli aggiustamenti strutturali propinati dall'Fmi e dalla sorella Banca mondiale nascono, infatti, proprio alla metà degli anni '80. Una risposta per porre rimedio alla prima crisi del debito, in Messico nel 1982. Ricette pure neo-liberiste, che includono privatizzazione degli enti pubblici, liberalizzazione dei mercati di capitali, merci e servizi, drastica riduzione delle spese sociali, il tutto per ottenere moneta pregiata e ripagare i pesanti debiti contratti negli anni '60 e '70 e poi schizzati alle stelle dopo la rottura del sistema monetario internazionale voluta dalla Casa bianca.
L'America latina è la regione che per prima applica scientificamente le ricette del Fondo, arrivando ad estremi senza paragoni. Sotto la scure del Fondo passano i sistemi sanitari e di quelli previdenziali, ma soprattutto si verifica la svendita di proprietà nazionali. Dopo le nuove crisi del debito di inizio anni '90, il controllo dell'inflazione in paesi fragili che devono ancora intraprende un processo di accumulazione e di sviluppo diventa ossessivo, ed il costo del denaro è così alto da non permettere nessun investimento locale, mentre le banche ed i risparmi locali sono tutti ormai sotto il controllo straniero. Emblematico il caso brasiliano degli anni '90, con la moneta è ancorata decisamente al dollaro. Si arriva persino alla completa «dollarizzazione» dell'Ecuador alla fine del 1999 con devastanti impatti sociali, e quindi alla crisi Argentina alla fine del 2001, ovvero il paese modello in assoluto del Fondo sotto la presidenza Menem, che collassa poco dopo.
Arginato a mala pena il propagarsi della crisi asiatica al Brasile nel '98, nel caso dell'Argentina l'istituzione di Washington prova a crisi in corso a cambiare rotta, ma nulla può. Il crollo argentino e le ripercussioni in mezzo mondo, Italia inclusa, mostrano che il re è nudo.
Da qui l'inizio dell'emancipazione e della rinascita politica dell'America latina. Per reagire alla crisi di legittimità, negli ultimi anni l'Fmi cerca di rifarsi un'immagine mettendo al centro del suo approccio le strategie di lotta alla povertà concordate con la Bm. Peccato che ai prestiti siano legate le solite odiose condizioni economiche. Ma le economie emergenti hanno iniziato a ripagare il proprio debito al Fondo e si emancipano (Brasile ed Argentina in testa). E tra i paesi più poveri si guarda ad altre fonti di aiuto e finanziamento. Idem il Venezuela di Chavez. L'aumento del prezzo del petrolio e la spinta finalmente al rialzo dei prezzi di diverse commodities e derrate alimentari, dopo l'ingresso della onnivora potenza cinese sul mercato mondiale, sostengono una situazione macro-economica senza precedenti da decenni ed il Sud America coglie l'occasione unica.
Vedremo quale sarà la reazione del Fmi e degli stati del G-8 che ancora lo controllano, consci che i paesi sudamericani non hanno molte riserve valutarie e che in caso di crisi finanziarie potrebbero non essere autosufficienti. Forse non basterà concedere più potere di veto ai paesi latino-americani per arginare quella che appare la più grande sfida politico-economica mossa alle istituzioni di Bretton Woods negli ultimi 60 anni.

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