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Per San Valentino non regalare oro assassino

5 febbraio 2009 - Franco Mazzarella
Fonte: Franco Mazzarella
Coordinamento America Latina
Amnesty International
Sezione Italiana - 05 gennaio 2009

Miniera Marlin, Guatemala

Possedere quanto più oro possibile è sempre stato, in qualsiasi parte del mondo, segno di ricchezza e di potere.
La sete dell’oro ha scatenato spesso guerre e violenze. Basti pensare alla “scoperta”, conquista e colonizzazione delle Americhe all’inizio dell’Era Moderna.
Ancora oggi, l’oro continua ad avere la sua importanza. Quando i mercati azionari manifestano tutta la loro incertezza, molti investitori ricorrono a quello che è considerato il bene rifugio per antonomasia. Inoltre i gioielli, in cui l’oro viene prevalentemente impiegato, hanno sempre accompagnato gli eventi più importanti della vita sociale, dal matrimonio alla nascita dei figli per non parlare dei regali.
Ma quanti sanno cosa c’è dietro quel metallo che nell’immaginario collettivo rappresenta il bello, il sublime, la materia dei sogni?
Quanti sanno in che modo viene estratto oggi il prezioso metallo?
I tempi dei cercatori d’oro armati di setaccio che si accalcavano lungo i fiumi, celebrati in tanti film western sono decisamente tramontati. Oggi, come per tutte le attività produttive, anche per l’estrazione dell’oro si punta al massimo del profitto. Ma a quale prezzo?
Per saperlo è interessante analizzare le attività estrattive di una delle compagnie minerarie più grandi del mondo in materia di oro: la Gold Corp che con i suoi 9000 dipendenti opera nel continente americano dal Canada all’Argentina. Tale impresa multinazionale, attraverso la concessionaria Montana Exploradora, nel 2005 ha aperto la miniera Marlin in Guatemala che prevede l’estrazione di circa 6,4 tonnellate di oro annue per 10 anni. La miniera, prevalentemente a cielo aperto, occupa un territorio di circa 10 Km2 nei comuni di Sipakapa e San Miguel Ixaguacan nel dipartimento di San Marcos, sottratto in parte alla foresta ed in parte alle terre coltivate dai Maya. Con riferimento a queste ultime, la compagnia mineraria è accusata di esserne venuta in possesso ricorrendo in alcuni casi all’inganno o alle minacce.
Una volta acquisito il terreno, è iniziato lo scavo per portare alla luce le rocce che verranno successivamente triturate per individuare le vene aurifere. E’ stato calcolato che per ricavare un’oncia (28 grammi) di oro viene distrutta circa una tonnellata di roccia.
Dopo questa fase preliminare, il processo estrattivo prevede quella chemio-mineraria che consiste nell’immergere le rocce in grandi vasche con acqua e Cianuro di Sodio (NaCN) in modo da estrarre chimicamente il minerale dalle rocce mediante un processo denominato lisciviazione. In questa fase vengono utilizzati circa 250m3 di acqua all’ora arricchiti con Cianuro di Sodio per un totale di circa 6 tonnellate al giorno di tale composto tossico. L’acqua utilizzata viene poi riversa nel fiume Tzalá che scorre nei pressi della miniera.
Per studiare l’impatto ambientale della miniera Marlin, il ricercatore italiano Flaviano Bianchini si è recato in Guatemala sponsorizzato da una piccola ONG. Al termine di un anno di analisi, nel dicembre del 2006 Bianchini ha pubblicato un rapporto dal quale si evince che a monte della miniera l’acqua del fiume Tzalá è pressoché pura mentre a valle, a causa del drenaggio acido, risulta arricchita di sostanze nocive, tra cui metalli pesanti, la cui concentrazione supera per alcuni di essi i limiti imposti dalle norme sanitarie internazionali.
Ma quali danni arreca agli abitanti della zona la presenza di metalli pesanti nei fiumi?
Per rispondere a tale domanda, si può far riferimento ad un altro studio condotto sempre da Bianchini su di una miniera che è stata aperta più di sei anni fa. Tale miniera si trova in Honduras ed è la San Martín di proprietà della Minerales Entre Mares, anch’essa concessionaria della Gold Corp. Lo studio dimostra che nel villaggio di Nueva Palo Raro, nei cui pressi sorge la miniera, la mortalità infantile è 12 volte la media nazionale. Inoltre tra gli abitanti del villaggio vi un’alta percentuale di malattie che in altre parti dell’Honduras non compaiono tra le prime 10 cause di morte. Tra loro figurano gravi malformazioni ossee e malattie della pelle dovute all’ingerimento di metalli pesanti che, attraverso gli scarti di lavorazione della miniera, finiscono nella catena alimentare.
Tra i danni prodotti da una miniera non va sottovalutato l’enorme utilizzo d’acqua dovuto alla lavorazione del minerale che, in alcuni periodi dell’anno, porta ad un drastico abbassamento del livello dei fiumi. Con riferimento alla miniera Marlin, considerando che il consumo medio di acqua di un Maya che vive a Sipakapa o a San Miguel Ixaguacan è di circa 30 litri al giorno, l’impianto in attività consuma quattro volte i due villaggi e senza pagare alcuna bolletta. Inoltre per la legge attualmente in vigore in Guatemala, una miniera paga allo stato come diritto di concessione l’1% del proprio guadagno, calcolato sulla base di una dichiarazione giurata.
La presenza della miniera Marlin fin dalla sua nascita è stata motivo di tensioni sociali in Guatemala. Alcuni mesi prima della sua apertura, i cittadini di Sipakapa sono stati chiamati dalla municipalità ad esprimersi al riguardo con un referendum. La stragrande maggioranza dei votanti si espressa contro l’apertura della miniera ma la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il referendum non essendo di competenza comunale la materia in questione. Tale dichiarazione, però, contrasta con l’art. 15 della Convenzione 169 dell’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) che stabilisce che i popoli tribali hanno il diritto di essere consultati prima che lo stato inizi un programma di ricerca o sfruttamento di risorse all’interno del proprio territorio. Della vicenda si è occupato anche il cinema con il documentario “Sipakapa no se vende” del regista Alvaro Revenga che è stato presentato al Festival del Cinema Indigeno di Città del Messico ed a Cinemambiemte di Torino nel 2006.
Una miniera, quindi, non produce solo danni all’ambiente ed alla salute pubblica ma crea anche tensioni sociali. In Guatemala la repressione dello stato si è fatta sentire ovunque si manifestasse contro la miniera con cariche della polizia nei confronti dei dimostranti. Nel gennaio del 2005 nel corso di una azione di protesta per bloccare un camion che trasportava un enorme macchinario destinato alla miniera, la polizia è intervenuta causando un morto e 20 feriti. Talvolta è intervenuto anche l’esercito per sedare le manifestazioni di protesta in palese violazione degli accordi di pace del 1996 che prevedono l’uso di tale forza armata solo per difendere il paese da aggressioni esterne.
In Guatemala spesso gli ambientalisti vengono considerati eco-terroristi e coloro che si occupano di difesa dell’ambiente subiscono minacce ed attentati per i quali la polizia non fa mai abbastanza indagini. Anche il ricercatore Flaviano Bianchini ha subito minacce dopo aver pubblicato il suo lavoro sulla miniera Marlin e si è rivolto, come tanti, ad Amnesty International che ha avviato un’azione in suo favore.
Quest’anno in particolare, Amnesty International, in occasione del 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti umani sta portando avanti una campagna in favore di quelle persone che considera difensori dei diritti umani. Per loro chiede che vengano avviate indagini immediate, imparziali ed esaustive, che vengano identificati i responsabili e che vengano portati di fronte alla giustizia.
Ma le battaglie portate avanti dai difensori dei diritti umani hanno iniziato a dare i loro risultati. Nell’ottobre del 2006 in Honduras la Corte Suprema di Giustizia ha dichiarato incostituzionali 13 articoli della legge mineraria attualmente in vigore ed ha sospeso la richiesta di nuove concessioni in attesa di una nuova legge, impedendo così l’apertura di 350 miniere. La stessa corte, nel giugno dell’anno successivo ha comminato una pesante multa alla Minerales Entre Mares per i danni ambientali causati dalla miniera San Martín che, in conseguenza di ciò, è stata chiusa.
Oggi i danni ambientali causati dalle miniere d’oro stanno diventano sempre più oggetto di studio e di discussione.
In occasione del terzo Forum Sociale delle Americhe tenutosi all’Università San Carlos a Città del Guatemala dal 7 all’11 ottobre 2008, il Tribunale Permanente dei Popoli ha espresso parole di condanna nei confronti di alcune imprese transnazionali di Europa, Stati Uniti e Canada operanti in Centro America che sfruttano in maniera irrazionale le risorse minerarie, contaminano il suolo e le acque, usano pesticidi dannosi alla salute umana, facendo in tal modo scempio di quella che è considerata la “madre terra”. Tra tali imprese compare anche la Gold Corp, accusata di sfruttamento minerario che produce inquinamento ambientale, contaminazione delle fonti d’acqua a causa di prodotti chimici, esplosioni sotterranee che provocano danni alle case degli abitanti della zona, appropriazione di terreni della comunità mediante inganno o minacce.
Sta di fatto che il Tribunale Permanete dei Popoli ha solo un valore morale e non può emettere sanzioni. Però le sue considerazioni possono fare riflettere i cittadini di tutto il mondo che sono anche consumatori.
A differenza dei diamanti, per i quali esiste il metodo Kimberley per stabilirne la provenienza, per l’oro non esiste un processo di tracciabilità. Ciò significa che, allo stato attuale, non si può avere la certezza che un gioiello non contenga oro ricavato con tecniche che danneggino l’ambiente e la salute pubblica.
Allora per il consumatore si pone un serio problema di coscienza.
Ragionandoci su, è facile concludere che senza oro si può vivere benissimo, in un pianeta inquinato, invece, si vive molto male.

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