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21 giugno 2009 - David Lifodi

Sono trascorse oltre due settimane dai fatti della Curva del Diablo, ma sono ancora molti i punti oscuri da chiarire sull'operato di esercito e forze di polizia inviate dal governo di Lima per reprimere la protesta delle comunità indigene. Ceas (Comisión Episcopal de Acción Social) e Coordinadora Nacional de Derechos Humanos denunciano la scomparsa di un numero ancora imprecisato di persone che non risultano né essere ferite né nelle liste degli arrestati dalla polizia e nemmeno tra coloro che si sono rifugiati in altre zone del paese per sfuggire alle violenze e agli arresti arbitrari dell'esercito. Sono state raccolte numerose testimonianze che parlano di cadaveri fatti sparire, come ha denunciato anche Rodolfo Stavenhagen, membro della federazione internazionale dei diritti umani e già relatore speciale dell'Onu per i diritti umani dei popoli indigeni tra il 2001 e il 2008. L'inviato delle Nazioni Unite che nei giorni scorsi ha visitato Bagua (dove maggiori sono state le violenze compiute ai danni delle comunità indigene), James Anaya, ha chiesto la costituzione di una commissione indipendente che non sia formata esclusivamente da rappresentati dello stato peruviano, ma anche da istituzioni internazionali e da rappresentanti delle popolazioni indigene. Questo sarebbe l'unico modo per smascherare la verità a senso unico propagandata senza sosta dal governo peruviano, che ha cercato di arrestare il leader del movimento indigeno Pizango indicandolo come responsabile dei disordini di Bagua quando lui si trovava in realtà a Lima per chiedere al presidente García di non approvare il pacchetto di leggi governative volte a concedere lo sfruttamento indiscriminato del territorio alle compagnie petrolifere. Se Alberto Pizango è poi riuscito ad ottenere l'asilo politico in Nicaragua, resta l’ordine di cattura con l'accusa di incitamento alla sovversione dell'ordine costituito per molti altri leader dell'Asociación Interétnica de Desarrollo de la Selva Peruana (Aidesep), in merito ai quali l'inviato Onu Anaya ha invitato il governo di Lima di rivalutare i capi d'imputazione, un modo gentile per chiedere la revoca del mandato di cattura contro di loro.
Proprio in occasione della visita di Anaya il governo peruviano ha fatto tutto il possibile per imbrogliare le carte: non si spiega in altro modo l'improvviso trasferimento di diciotto prigionieri dal carcere di Bagua Grande a quello di Chachapoyas (dipartimento di Amazonas, ad oltre 2300 metri di altezza), se non con l'intento di impedire al funzionario Onu di raccogliere le testimonianze dei reclusi. Il fatto è stato rivelato dall'avvocata della Ceas Ketty Herrera, che ha inoltre rivelato una seconda motivazione per cui i prigionieri sono stati trasferiti in tutta fretta: quello di evitare ad Anaya di vedere i segni delle ferite inflitti loro durante la permanenza in prigione. La delegazione Onu ha comunque potuto raccogliere numerose testimonianze di parenti e familiari di carcerati o desaparecidos. Un altro dirigente del movimento indigeno, Santiago Manuim Valera, inizialmente dato per morto, sarebbe tuttora piantonato in ospedale dalla polizia che limita al minimo le visite della sua famiglia e impedisce qualsiasi contatto con la stampa. Infine, su di lui pende l'accusa di aver preso parte agli scontri con la polizia durante le operazioni di sgombero effettuate dai militari alla Curva del Diablo.
Il tentativo di chiudere la bocca alla stampa indipendente, che passa tramite il divieto assoluto di intervista ai feriti negli ospedali, rappresenta un altro capitolo della deriva autoritaria che sta prendendo lo screditato governo di Alan García. Il caso più noto di attacco ai media indipendenti riguarda la chiusura di Radio La Voz de Utcubamba, la cui unica responsabilità è stata quella di avere due corrispondenti che hanno testimoniato in presa diretta gli avvenimenti accaduti senza però rendersi protagonisti di alcun incitamento alla violenza, come si può facilmente evincere dai nastri registrati della trasmissione. Radio La Voz de Utcubamba non può essere accusata di fare propaganda sovversiva, hanno più volte spiegato i redattori, è una piccola emittente a conduzione familiare appoggiata dalla Chiesa e la sua linea editoriale è volta semplicemente ad informare gli abitanti del Dipartimento di Amazonas. La radio deve essere chiusa perché in più circostanze i suoi corrispondenti hanno confermato la realtà dei fatti di Bagua: un contingente di esercito e polizia (composto a sua volta da ragazzi molto giovani) che senza alcuna esperienza ha perso il controllo sparando sulla manifestazione indigena in corso. Una volta tesa l'imboscata agli indios il contingente, formato da non più di 60 militari (molti dei quali senza giubbotto anti-proiettile), è stato costretto ad arretrare sotto la risposta indigena, mentre il comandante della truppa, pur chiamando più volte rinforzi, ha visto arrivare un secondo battaglione in suo soccorso dopo oltre un'ora. In pratica, peruviani hanno ucciso altri peruviani (tra l'altro buona parte dei militari più giovani erano a loro volta indigeni), hanno spiegato i corrispondenti della radio, prima che ministri e congressisti cominciassero ad additare Radio La Voz come la responsabile degli scontri di Bagua, dove anche numerosi membri di esercito e polizia hanno perso la vita.
Gli avvocati della radio si sono appellati all'Osa (l'Organizzazione degli Stati Americani) per poter riprendere le trasmissioni e invocare delle sanzioni punitive contro lo stato peruviano, che per ora sembra intenzionato a seguire la linea dura.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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