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Ad undici anni dalla strage liberati 22 paramilitari responsabili della mattanza

Messico: Acteal esige giustizia

Paradossali le motivazioni che ne hanno giustificato la scarcerazione
12 agosto 2009 - David Lifodi

Ingiustizia è fatta: oggi 22 paramilitari dei 57 incarcerati per il massacro di Acteal sono stati liberati. La motivazione è paradossale: mancanza di prove. Con quattro voti a favore ed uno solo contrario la Suprema Corte de Justicia de la Nación (Scjn) ha scritto una delle peggiori pagine nella storia del potere giudiziario messicano, mentre fuori la comunità de Las Abejas protestava con rabbia contro la sentenza, che potrebbe liberare anche i restanti responsabili del massacro, sul cui futuro sarà presa una decisione prossimamente.
Sono trascorsi quasi undici anni e mezzo dalla strage di Acteal (municipio di Chenalhó - Chiapas)), quando il 22 Dicembre 1997 quarantacinque indigeni tsotsiles (di cui 19 donne, 14 bambine, 8 uomini, 4 bambini) appartenenti alla comunità Las Abejas furono massacrati dai paramilitari mentre erano riuniti in preghiera. La comunità di Las Abejas è un'organizzazione indigena nata nel 1992 e che nel 1994, in corrispondenza con l'insurrezione dell'Ezln, aveva dichiarato la sua scelta pacifista non perché le sue rivendicazioni fossero diverse da quelle zapatiste, ma per il rifiuto della lotta armata: per questo motivo aveva dichiarato di trasformarsi in zona neutrale scommettendo su una soluzione pacifica del conflitto tra stato e insurgentes pur dedicandosi alla difesa e alla tutela dei popoli indigeni. Già prima della strage di Acteal c'erano stati altri massacri in cui non erano rimasti uccisi solo indigeni vicini all'Ezln, ma anche a partiti molto lontani dalle pratiche e dalle idee de Las Abejas o delle comunità zapatiste, ad esempio al Pri, il Partito Rivoluzionario Istituzionale. Il 22 dicembre 1997 era stata proclamata una giornata di preghiera e digiuno per protestare contro le continue violenze dei paramilitari a cui aveva aderito un folto gruppo di persone già sfollate dai loro territori d'origine per via delle persecuzioni operate dagli stessi paramilitari, che da tempo avevano pianificato il massacro.
Solo due giorni fa, il 10 e l'11 Agosto scorso, i sopravvissuti alla strage avevano organizzato a San Cristóbal de las Casas la "Jornada de Acción por la Verdad y la Justicia": non si trattava esclusivamente di un tentativo per non far cadere nell'oblio quanto accaduto, ma più concretamente si intendeva far venire a conoscenza dell'opinione pubblica il rischio che gli autori di quel massacro presto avrebbero potuto essere liberi. Era attesa infatti per oggi la decisione della Suprema Corte de Justicia de la Nación in merito a dei vizi di forma emersi durante il processo penale che si temeva potessero scarcerare i 57 paramilitari responsabili della mattanza.
Il felice destino verso cui sono ormai proiettati una parte degli autori del massacro dimostra una volta di più l'impunità che regna nel paese: la sola possibilità che i paramilitari potessero farla franca inviava già in se stessa un messaggio ben chiaro alle forze di opposizione sociale presenti in Messico, e cioè che azioni del genere hanno sempre goduto dell'appoggio delle più alte autorità a livello statale e giudiziario. Del resto la guerra sporca in Messico non solo non è di fatto mai terminata, ma si è intensificata negli ultimi anni, si pensi agli episodi più recenti e maggiormente conosciuti quali i fatti di Atenco, la persecuzione contro i portavoce dell'Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca (Appo) e le violenze compiute dalla polizia anche nei confronti degli attivisti stranieri solidali con la gente oaxaqueña, e ancora la guerra a bassa intensità nel Chiapas e i mega-progetti che danneggiano quotidianamente la vita delle comunità indigene.
In attesa della sentenza, la Comisión Civil Internacional de Observación por los derechos humanos (Cciodh) notava che l'eventuale liberazione dei paramilitari (i cui gruppi continuano in ogni caso ad infestare il Chiapas senza intralci di alcun tipo) avrebbe segnato inoltre un punto di non ritorno in merito alla mancanza di indipendenza di un potere giudiziario che incarcera in maniera sommaria i leader dei movimenti sociali indigeni e urbani e che ha già perso la fiducia di gran parte dei cittadini.
Nonostante l'amarezza e l'indignazione, i sopravvissuti al 22 Dicembre 1997 hanno definito la strage di Acteal come un crimine coperto dallo stato, e mentre ai responsabili della strage viene concessa la possibilità di essere liberi, le carceri di tutto il Messico sono riempite da persone appartenenti alle fasce più povere della popolazione, spesso indigene.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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