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Haiti: La febbre Hispaniola

17 febbraio 2004 - Marco D'Eramo

«Il governo degli Stati uniti aiuterà con i suoi buoni uffici il governo haitiano». Il trattato imposto da Woodrow Wilson è del 1915. Il risultato di novant'anni di «buoni uffici» è invece di oggi: Haiti è di nuovo in piena guerra civile

Due secoli esatti dopo la sua indipendenza (la prima dell'America latina), Haiti è di nuovo in piena guerra civile, e forse alla vigilia del suo 31-esimo golpe. Non può non riaffiorare alla mente l'articolo primo del trattato tra Stati uniti e Haiti: «Il governo degli Stati uniti, aiuterà, con i suoi buoni uffici, il governo haitiano nello sviluppo reale ed efficiente delle sue risorse...». Questo trattato fu imposto e firmato da Woodrow Wilson il 16 settembre 1915, un mese e mezzo dopo lo sbarco nell'isola caraibica (30 luglio) di 330 marines: iniziava così un'occupazione che sarebbe durata 19 anni, fino al 1934. Dopo 89 anni di tanto solerte aiuto, ecco come il New York Times vi descrive la vita quotidiana del 2004: «Il paese non ha istituzioni. Anche quando esistono di nome, la gente non può rivolgervisi per risolvere i suoi problemi. Non avere un sistema è diventato il sistema. Gli haitiani si sono adattati a quest'esistenza estemporanea. Per ottenere una linea telefonica, devi conoscere qualcuno. Autonominati elettricisti scalano i tralicci e rubano per i loro vicini tutta la corrente che vi passa, mettendo in conto il servizio. La raccolta dei rifiuti è, al meglio, stravagante. Il ministero della giustizia letargico e misterioso. I tribunali funzionano saltuariamente, talvolta secondo i capricci del giudice. Il lavoro è eseguito con un criterio ad hoc, a seconda delle raccomandazioni. Scrivani e dattilografi siedono ancora sotto gli alberi vicino alla dogana dell'aeroporto: scrivono lettere per gli analfabeti e riempiono documenti, ma questi documenti possono raramente essere riottenuti...».

Ancora più eloquenti sono le statistiche di questa sovraffollata semi-isola (l'altra metà è costituita dalla Repubblica dominicana). Su una superficie di 27.000 kmq (poco più della Sicilia) vivono 8,4 milioni di abitanti (5 milioni in Sicilia). Il Prodotto interno lordo (Pil) pro capite annuo è di 469 dollari, contro i 20.400 dell'Italia: cioè la stragrande maggioranza degli haitiani vive con meno di un dollaro (80 centesimi di euro) al giorno. La mortalità infantile è del 94,8 per mille (4,3 in Italia) nel primo anno di vita, e del 520 per mille (6 in Italia) nei primi 5 anni: su mille bambini nati, 520 muoiono prima dei 6 anni, più di uno su due. La speranza di vita à di 51 anni per i maschi e 56 per le donne (77 e 83 per gli/le italiani/e). Il tasso di disoccupazione è al 55% e l'analfabetismo al 49%. Nessuno crederebbe mai che nel 1780 Saint-Domingue (così si chiamava allora) era uno dei paesi più prosperi della terra. Nel suo From Columbus to Castro. A History of the Carebbean (Random House, New York 1970), scrive Eric Williams che il progresso di Saint-Domingue «fu uno dei più stupefacenti fenomeni dell'imperialismo. Nel 1788 le sue esportazioni ammontavano a 31.350 tonnellate di zucchero in polvere, 41.607 t di zucchero scuro, 2.806 t di cotone, 30.425 t di caffè, 415 t di indigo; il valore ammontava a 193 milioni di lire o circa 8 milioni di sterline. La colonia comprendeva 800 piantagioni di zucchero, 3.000 di caffè, circa 800 di cotone e 2.950 di indigo. Saint-Domingue riforniva mezza Europa di prodotti tropicali. Le sue esportazioni erano superiori di un terzo a quelle di tute le indie occidentali britanniche messe insieme; il suo commercio impiegava 1.000 bastimenti e 15.000 marinai francesi. Saint-Domingue era il primo produttore al mondo di zucchero, la gemma dei Caraibi» (pp. 237-8).

Tanto che, quando, pochi anni dopo, si presentò a Londra l'occasione d'impadronirsi della colonia francese, William Pitt pensava che «Saint-Domingue sarebbe stata `una nobile compensazione' per la perdita delle tredici colonie sulla terraferma (gli Stati uniti)» (p. 248). Incredibile: agli occhi dell'impero britannico Haiti allora valeva quanto gli Usa. Della prosperità di allora è rimasta solo la struttura sociale, identica oggi alla piramide schiavista di fine `770 quando sull'isola c'erano 40.000 bianchi, 28.000 tra mulatti e neri liberi, e 452.000 schiavi.

Dopo l'indipendenza nel gennaio 1804, Saint-Domingue fu ribattezzata «Haiti» («terra di montagne» in lingua aborigena). E in tutta la storia dell'imperialismo, Haiti è stata non solo la prima, ma anche la sola grande vittoria degli schiavi neri contro i bianchi. Nella sua storia ottocentesca e nel suo risibile primo «imperatore» Giacomo I, si può leggere il prototipo del fallimento delle novecentesche «indipendenze africane», quello stesso che ti fa rimanere di stucco quando scopri che lo Zambia del 1960 aveva un Pil pro capite uguale a quello di Singapore!

Ma ancora di più colpisce l'incapacità degli Stati uniti a instaurare nel proprio cortile di casa una «prospera democrazia», per riprendere il termine usato per l'Iraq. C'è da chiedersi come ci riusciranno a Baghdad se non ce l'hanno fatta in 89 anni, dopo 19 anni di occupazione diretta, in una piccola isoletta a 800 km dalla Florida.Eppure ce la misero tutta. Cominciò l'ammiraglio William Caperton col promettere «un'occupazione di breve durata» (ricorda nulla?). Proseguì il trattato di cui sopra, che dissolse la polizia haitiana (ancora niente?) e autorizzò gli Stati uniti a costituire una polizia indigena controllata dagli americani (ancora nessun ricordo?), simile a quelle messe su nella Repubblica dominicana, in Nicaragua e, in precedenza, a Portorico e a Cuba in seguito agli interventi statunitensi (vedi la cronologia degli interventi Usa all'estero tra il 1850 e il 1945, pubblicata da Oipaz sul manifesto il 2, 3 e 10 dicembre). Fu così creata la Gendarmerie d'Haiti, più tardi rinominata Garde d'Haiti, in teoria del governo haitiano, ma guidata da ufficiali della marina Usa (che ricevevano così un doppio stipendio). I suoi poliziotti acquisirono un tale strapotere da dominare intere regioni: un tal sergente Faustin Wirkus fu perfino incoronato re dell'isola La Gonve al largo di Port-au-Prince.

Insensibili alla cultura locale, i bianchi ufficiali americani decisero di reintrodurre le corvées per la manutenzione delle strade, senza rendersi conto che in queste corvée imposte da bianchi gli haitiani vedevano il ritorno allo schiavismo. Da qui la rivolta (1915-20) dei cacos, contadini delle valli più interne, che volvano buttare a mare i blans (deformazione del francese blancs). I ribelli liberarono da un carcere un haitiano colto e autorevole, Charlemagne Peralte, che da allora, e fino alla sua morte (1919) guidò la rivolta: la repressione americana fu durissima e costò la vita a più di 2.000 haitiani. In tutto quel periodo,1918-9, l'indice del New York Times non menziona nemmeno la voce Haiti.

Dopo uno sciopero studentesco nel 1929, seguito da uno sciopero generale e da un massacro di contadini da parte delle truppe Usa che sollevò l'opinione pubblica mondiale, solo nel 1933 il presidente Edgar Hoover decise il ritiro militare da Haiti (attuato nel 1934): ma a quel punto gli Stati uniti non avevano più bisogno di occupare Haiti; ci pensava per loro Rafael Trujillo, il dittatore della Repubblica dominicana (al potere per 32 anni dal 1929 al 1961), l'uomo di cui Franklin D. Roosevelt diceva: «È un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana». E poi, morto Trujillo, ci avrebbe pensato Papa Doc, al secolo François Duvalier (al potere tra il 1957 e il 1971), uno dei più sanguinosi tiranni dei Caraibi, che avrebbe esercitato la sua violenza attraverso i Tonton Macoute, la sua milizia che mischiava tortura e voodoo. Né avrebbero avuto da preoccuparsi gli Usa con il figlio di François, Jean-Claude, che avrebbe perso il potere solo nel 1986. In ogni caso si trattava di mostri, sì ma ligi al potere di Washington.

L'ascesa al potere del parroco cattolico Jean-Bertrand Aristide si è dimostrata un'illusione come sempre avviene quando si vuole far coesistere struttura feudale e istituzione democratica. Aristide ha subito un'involuzione tirannica, come nell'impossibilità di sfuggire alla spirale corruttoria - sembra di leggere Il potere e la gloria di Graham Greene - , mentre contro di lui si coalizzano suoi antichi sostenitori (come una gang dall'appropriato nome Armée Cannibale), ex membri golpisti della milizie, rifugiati a Santo Domingo e ora rientrati a Gonaïves, da cui ora preparano la spallata finale contro Aristide. L'amministrazione Bush ha mollato Aristide (il presidente comunque democraticamente eletto) e, come con Chavez in Venezuela, «appoggia un cambio di regime». Da cui, è certo, Haiti ricaverà infine quel futuro di prospera democrazia che, con il fraterno aiuto statunitense, ha invano inseguito in questi 89 anni.

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