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Haiti: un paese nel caos e ritratto di Aristide

La parabola di Aristide, l'ex esponente della teologia della liberazione, prima speranza per il suo popolo ed ora sul punto di lasciare il potere definitivamente senza lasciare rimpianti tra gli haitiani che non credono piu' in lui
24 febbraio 2004 - Guido Piccoli
GUIDO PICCOLI Per ora sono soltanto cinquanta i marines partiti dalla base del Comando Sud della Florida alla volta di Port-au-Prince, ma è chiaro il messaggio a stelle e strisce, inviato alle bande armate del governo e dell’opposizione, che si stanno combattendo da una ventina di giorni nell’isola caraibica: Washington si riserva il diritto di intervenire ad Haiti quando lo riterrà necessario. Anche se l’isola caraibica sembra divisa tra la parte meridionale, compresa la capitale, ancora in mano alla polizia nazionale fedele al governo e alle milizie che appoggiano il presidente Bertrand Aristide e la parte settentrionale in mano alle bande dei ribelli, sono chiaramente questi ultimi all’offensiva. Dopo aver conquistato nei giorni scorsi Gonaives il Fronte della Resistenza è entrato nella seconda città del paese, Cap Haitien, mentre un commando armato ha espugnato Terre Rouge, una collina strategica ad oriente della capitale. Ma se non si riuscisse a trovare una soluzione alla crisi, Haiti vivrà l'ennesima tragedia della sua sanguinaria storia. Si prevede infatti una vera e propria carneficina per gli scontri tra miliziani professionisti che non hanno nulla da perdere e ancora di più per i prevedibili linciaggi successivi alla vittoria sul campo di una delle fazioni. L’organizzazione degli Stati Americani, quella dei Caraibi e le diplomazie di vari paesi, soprattutto gli Usa e la Francia, disegnano proposte di pacificazione che giorno dopo giorno sono sempre più sfavorevoli ad Aristide: se una settimana fa si chiedeva il suo impegno ad indire nuove elezioni entro il 2006, si è poi passati alla richiesta di un voto entro l’anno, per arrivare ieri a sostenere la necessità delle sue dimissioni. Mentre le bande di ribelli avanzano dal nord, i rappresentanti politici dell¹opposizione hanno avuto ieri la capacità di organizzare una conferenza stampa a Port-au-Prince, nella quale hanno dato tempo fino al 18 marzo prossimo per l’uscita di scena di Aristide. Secondo le parole di Paul Denis, leader della Convergenza Democratica, il presidente non avrebbe «altra legittimità a di fuori di quella conferitagli dalla comunità internazionale». L’eterogenea coalizione, fatta da alcuni settori socialdemocratici, la borghesia locale e i vecchi seguaci della dittaura di Doc Duvalier, sembra avere la vittoria a portata di mano. Con loro è schierata la gran parte della stampa nazionale, che non nasconde la sua simpatia per i reparti paramilitari, legati ai famigerati Touton Macoutes, e per il cosiddetto «esercito cannibale», una milizia creata e poi ribellatasi al governo di Aristide. Cosa farà il presidente? Anche se continua a promettere che il governo «disarmerà i terroristi» e giura di essere pronto «a resistere fino al martirio», sono in molti a prevedere per lui un esilio come quello che lo portò, dopo il colpo di stato del 1990 negli Usa. Stavolta senza alcuna speranza di tornare al potere. IL PERSONAGGIO Non è facile districarsi nella tragedia haitiana, capire cosa succeda, distinguere le notizie dalla propaganda, intuire le ragioni e i veri obiettivi degli uni e degli altri, del governo e dell¹opposizione. Al centro della crisi c’è la figura di un signore occhialuto, magro, di nome Jean-Bertrand Aristide. Un esponente tra i più famosi della Teologia della Liberazione, che aspira ad associare Gesù con Marx. Un ex salesiano che ha infiammato le speranze di uno dei paesi più poveri della terra e che fu capace di stravincere nel 1990 le prime elezioni democratiche prendendo il posto, con la sola forza delle idee, di uno dei dittatori più corrotti e sanguinari della storia recente, Doc Duvalier. Ebbene, com’è possibile che un simile uomo possa essere diventato un despota dedito all’arricchimento suo e del suo clan e consacrato alla violazione sistematica dei diritti del suo popolo, attraverso le frodi elettorali, le detenzioni degli oppositori, l’uso generalizzato della tortura? Anche se viene da dubitare che Aristide sia quel mostro descritto dall²opposizione haitiana, è indubbio che il popolo non stia dalla sua parte come stava, ad esempio, quando venne eletto e rieletto con maggioranze schiaccianti. O come quando ritornò in patria dopo quattro anni d’esilio. Probabilmente, Aristide è giunto alla fine della sua epopea dopo essere stato consumato, a fuoco lento, dal grande vicino di Washington. Quando vinse le elezioni del 1990, parlava di autodeterminazione della sua Haiti, di riscatto dei miserabili, usando un linguaggio che turbò immediatamente la Casa Bianca come Wall Street. Non a caso, nella sua corsa alla presidenza, sconfisse un candidato, Marc Bazin, che faceva di professione il funzionario del Banco Mondiale. Un presidente così popolare non poteva durare. Assomigliava troppo a Fidel Castro. E, infatti, venne cacciato da un golpe telediretto dalla Cia e realizzato da un generale, Raul Cedras, formato nella famigerata Scuola di Fort Benning. Aristide andò a rifugiarsi negli Usa, aspettando tempi migliori che giunsero quando Bill Clinton prese il posto di Bush padre e quando gli Usa, che l’avevano segretamente abbattuto, lo rimisero di nuovo al potere, grazie ad uno spettacolare sbarco di 25 mila marines. Ma l’Aristide che tornò sull¹isola non era più lo stesso. Era diventato ormai un personaggio innocuo, incapace di opporsi ai grandi poteri del nord, costretto a ubbidire ai diktat del Fondo Monetario e della Banca Mondiale. Da allora non fece altro che perdere l’unica sua forza, la speranza della sua gente, che ora non sembra disposta a rischiare la vita per difenderlo da un destino segnato. gui. pi.
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