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In sedici punti la Coalición por una Comunicación Democrática formula proposte innovative

Uruguay: la società civile per la democratizzazione dell'informazione

La nuova Ley de Servicios de Comunicación Audiovisual vuol cancellare quella risalente ai tempi della dittatura.

8 dicembre 2010 - David Lifodi

In occasione dell'ultima Cumbre Iberoamericana, tenutasi pochi giorni fa a Mar del Plata (Argentina), il presidente uruguayano Pepe Mujica ha rilasciato una dichiarazione sacrosanta: "i mezzi di comunicazione non devono rimanere un minuto di più nelle mani delle multinazionali dell'informazione". Esiste Telesur, ci sono esperienze di radio comunitarie in tutto il continente, ma la sfida è impari. Il Movimento Sem Terra in Brasile ha parlato più volte di "latifondo mediatico" riferendosi a poche famiglie o imprese della comunicazione che di fatto gestiscono un mercato immenso quale è quello della divulgazione delle notizie in tutto il Latinoamerica ed il Centro-America.

Un'esperienza originale viene dall'Uruguay, verrebbe quasi da dire che in Italia dovremmo prendere spunto dalle proposte per una futura Ley de Servicios de Comunicación elaborate dalla Coalizione per una Comunicazione Democratica, tanto è ridotta male l'etica, la normativa e tutto quanto concerne la libera informazione nel nostro paese. Trenta organizzazioni della società civile, riunite appunto nella Coalición por una Comunicación Democrática, hanno infatti elaborato sedici princìpi basilari che dovrebbero regolare la diffusione delle informazioni nel piccolo paese sudamericano. Al tempo stesso in Uruguay si sta già discutendo su una nuova Ley de Servicios de Comunicación Audiovisual che cancelli quella attuale, ancora risalente ai tempi della dittatura. Uno dei punti chiave della legge che verrà, secondo le associazioni della società civile, non potrà che iniziare dal porre un limite alla concentrazione della proprietà dei mezzi di comunicazione: in caso contrario sarebbero fortemente a rischio il diritto all'informazione, alla libertà d'espressione e al pluralismo. I limiti alla titolarità delle frequenze rappresenta un altro passaggio interessante in un momento in cui i vari Ministeri delle Telecomunicazioni sparsi per il continente hanno adottato molto spesso politiche repressive nei confronti dei media sociali e comunitari, ai quali più di una volta sono state tolte le licenze di trasmissione. La Coalizione chiede infatti che coloro i quali occupano incarichi pubblici a livello nazionale, dipartimentale, nel potere legislativo, esecutivo e anche nelle Forze Armate non possano essere titolari di frequenze radio o tv. Nel divieto rientrano anche personalità pubbliche tuttora a giudizio per violazione dei diritti umani. E ancora: l'assegnazione delle frequenze radiotelevisive dovrà avvenire per concorso e durare per un determinato periodo di tempo, al termine del quale si provvederà ad una nuova assegnazione in seguito ad asta pubblica. Grande attenzione è dedicata anche agli utenti, con la proposta di stesura di un "Código de ética e información a la vista del ciudadano" che informi radioascoltatori e telespettatori sull'orientamento di ciascun mezzo di informazione e su chi ne detiene la proprietà. A questo scopo la Coalición ha proposto la figura di un garante in grado di verificare gli eventuali abusi o eccessi in cui dovessero incorrere i media. La nuova Ley de Servicios de Comunicación dovrà inoltre ispirarsi all'articolo 13 della Convenzione Americana dei Diritti Umani, che garantisce a tutte le persone il diritto alla libertà di espressione e pensiero, in cui è compreso il diritto inalienabile di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee di qualsiasi tipo. Il rispetto dei diritti umani è sottolineato in apertura dei sedici punti, dove si precisa "más derechos, más diversidad, más democracia" per tutti i cittadini senza alcuna esclusione. Anche lo Stato dovrà avere un ruolo in questa nuova legge, nel senso che non potrà imporre alcun tipo di censura, ma, al contrario, dovrà essere in grado di garantire una convivenza civile tra i mezzi di comunicazione commerciali, statali e comunitari: finora è accaduto che i primi due si mangiavano i media comunitari. Inoltre è ritenuta indispensabile l'indipendenza dei media e dei lavoratori della comunicazione, a cui a loro volta è richiesto il rispetto delle differenze etniche, religiose, degli orientamenti sessuali e, ovviamente, del principio di equilibrio uomo-donna. I mezzi di comunicazione, spiegano i promotori dei sedici princìpi per una comunicazione democratica, non dovranno essere di proprietà dello Stato o dei governi, ma della società civile.

Il contributo dei cittadini alla democratizzazione dei mezzi di comunicazione potrebbe trasformarsi presto in realtà: a Mujica il compito di sostenere una nuova nuova Ley de Servicios de Comunicación Audiovisual che tenga conto delle proposte della società civile. 

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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