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Cinque dighe inonderanno una delle più belle regioni del pianeta

Patagonia cilena: approvato il progetto Hydroaysén

Represse con violenza le manifestazioni di protesta in tutto il paese
14 maggio 2011 - David Lifodi

L'approvazione del progetto Hydroaysén, che prevede la costruzione di cinque centrali idroelettriche, almeno un aspetto positivo ce l'ha, quello di aver unito tutto il paese, come da anni non accadeva, in merito ad uno dei più grandi conflitti territoriali che la storia cilena ricordi.

Fin dal 2004 la Patagonia cilena correva il rischio di vedere stravolto il proprio ecosistema dalle dighe, due sul Rio Baker e tre sul Rio Pascua: pochi giorni fa la Commissione di Valutazione per l'Impatto Ambientale ha dato parere favorevole con undici "si" ed un astenuto. Come al solito il governo di turno, in questo caso cileno, si è buttato a capofitto nella propaganda a favore delle dighe grazie alla forte azione di lobby della multinazionale Endesa, la vera padrona e beneficiaria del progetto Hydroaysén, che porterà investimenti più che vantaggiosi nelle proprie casse. E' scontato sottolineare i forti legami delle imprese locali e transnazionali con il governo di Sebastian Piñera, a sua volta navigato uomo d'affari con partecipazioni a vari livelli in aziende ed istituzioni di primo piano nel proprio paese. Inoltre, la Moneda ha sostenuto con convinzione le centrali per venire incontro ai desiderata del gruppo Angelini-Matte, signori del mercato forestale cileno e proprietari di enormi appezzamenti di terreno sui quali, nel corso degli anni, sono sorti aspri conflitti con le comunità mapuche. Solo per fare alcuni esempi, Angelini-Matte è considerato dalla rivista Forbes come uno dei gruppi economici più forti al mondo, tanto da essere definito tra i dueños dell'America Latina: i suoi interessi e investimenti maggiori si collocano in campo finanziario, commesse navali e naturalmente nel settore elettrico e dei combustibili. Addirittura, Angelini-Matte detiene la maggioranza di Bosques Arauco, l'impresa forestale più grande del Cile, e la capacità di influenzare l'opinione pubblica e i mezzi di comunicazione è fortissima. Proprio sui quotidiani e in tv si è giocata la partita del Progetto Hydroaysén. Ufficialmente, la costruzione delle centrali servirà per aumentare la capacità di consumo di energia elettrica e tornare ai livelli del 2008 sostenendo che il paese è a forte rischio black-out, lo stesso copione utilizzato da Endesa in Guatemala per mezzo di partecipate locali, che spesso negli ultimi anni hanno tenuto al buio villaggi e comunità indigene, soprattutto in giorni di festa come il Natale. Come se non bastasse, si è fatto leva sulla necessità vitale per il Cile di assicurarsi almeno l'80% in più del fabbisogno energetico entro il 2025 per evitare di rimanere a secco. Su questa campagna giocata sulla paura delle persone per convincerle che avrebbero rischiato di rimanere a lungo senza energia, si è inserita la Commissione per la Valutazione d'Impatto Ambientale, costituita per ampia parte da funzionari governativi quali i segretari regionali con delega (tra le altre) a trasporti, energia, agricoltura, sanità, miniere, ambiente, economia, per garantire l'esito scontato della votazione, che infatti è stata approvata senza alcun problema, compreso l'investimento da 3200 milioni di dollari, oltre alla garanzia che "il Progetto Hydroaysén rispetta al 100% i vincoli della legislazione ambientale". Insomma, il presidente Piñera si è fatto garante di un progetto a cui peraltro avevano lavorato tutti i precedenti inquilini della Moneda, da Eduardo Frei a Ricardo Lagos passando per Michelle Bachelet. Secondo gli abitanti della regione di Aysén e del combattivo movimento Patagonia Sin Represas, la costruzione delle dighe porterà alla sicura inondazione di migliaia di ettari di uno dei territori più belli e incontaminati non solo dell'America Latina, ma di tutto il pianeta, e di tutto ciò, accusa lo scrittore Luis Sepúlveda, il presidente presidente Piñera dovrà risponderne in prima persona. Non si tratta, però, di un problema solamente di carattere ambientale: molti abitanti della zona saranno costretti a fuggire altrove e l'arrivo di almeno cinquemila lavoratori, ingaggiati dalle imprese costruttrici per lavorare a queste enormi costruzioni, sconvolgerà totalmente la vita della Patagonia cilena. Per  questi motivi, non appena è giunta notizia dell'approvazione del progetto, sono sorte manifestazioni spontanee in tutto il Cile, principalmente a Coyhaique, capitale di Aysén, dove si era riunita la Commissione d'Impatto Ambientale per annunciare il suo già scontato verdetto, ma anche a Santiago, Temuco, Concepción e Valparaíso. Ovunque, purtroppo, la repressione è stata massiccia. A Temuco gli studenti universitari sono stati caricati dalla polizia dopo pochi minuti che avevano cominciato a manifestare, a Santiago del Cile sono intervenuti i carabineros con idranti e lacrimogeni, a Coyhaique, epicentro della protesta, migliaia di persone sono scese in piazza, ma alcune hanno subìto il fermo di polizia.

Tra i manifestanti fermati anche leader di organizzazioni ambientaliste e parlamentari di opposizione per un totale di centocinquanta persone fermate: questo non può non riportarci alla mente quel Cile post 1973. 

Note:

Articolo realizato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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