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Violenza politica in aumento

Guatemala: presidenziali a settembre, ma il paese è nel caos

I due principali candidati andrebbero estromessi dalla competizione elettorale
4 luglio 2011 - David Lifodi

A settembre 2011 in Guatemala si terranno le elezioni presidenziali, sarà rinnovato il Congresso e verranno designati dal voto popolare anche venti membri del Parlacen (il Parlamento Centroamericano), ma il paese è immerso nel caos.

All' inizio di luglio sono già 28 le persone assassinate in occasione di iniziative elettorali, per la loro appartenenza a determinati partiti, o, più semplicemente, perché si trovavano al posto sbagliato nel momento sbagliato. Inoltre, funzionari del Tribunale Supremo Elettorale hanno ricevuto minacce di morte da esponenti di primo piano degli stessi partiti, mentre dai candidati che lotteranno per la poltrona presidenziale non c'è da aspettarsi niente di buono. Otto Pérez Molina, candidato del Partido Patriota, ci riprova. Sconfitto nelle scorse elezioni che videro prevalere Alvaro Colom per la Unidad Nacional de la Esperanza (Une), Molina è un ex generale dell'esercito con un curriculum piuttosto inquietante. Se da un lato ha partecipato alla road map che permise gli accordi di pace di fine Dicembre 1996, dopo 36 anni di conflicto armado, è altrettanto vero che in occasione della propaganda elettorale per le precedenti elezioni si era distinto per lo slogan "Urge mano dura", questo per dimostrare come, nonostante la pensione, non avesse dimenticato i metodi duri della vita militare. Lo stesso Molina si trova coinvolto nella sparizione del guerrigliero Efrain Bámaca, avvenuta nel 1992, quando il generale era a capo dell'intelligence guatemalteca. Il caso è stato scoperchiato grazie all'interessamento della Commissione Interamericana per i Diritti Umani (Cidh), secondo la quale il militare non potrebbe partecipare alle presidenziali di settembre. Non è soltanto la Cidh a pensarla così: a ritenere inopportuna ed offensiva la sua candidatura per i parenti delle vittime sono anche i comitati sorti per chiedere verità e giustizia sui desaparecidos, l'Oficina de Derechos Humanos del Arzobispado de Guatemala e l'associazione Hijos, nata sul modello dell'omonima argentina e composta, appunto, dai figli che hanno perso i loro genitori durante gli anni della repressione di stato. "Le mani di Pérez Molina sono sporche di sangue", spiegano le organizzazioni per i diritti umani. In un paese alla deriva, dove il narcotraffico la fa da padrone ed i cartelli della droga messicana spesso sconfinano (è recente la mattanza degli Zetas nel Petén ai danni di contadini, donne e bambini), una speranza proviene dalla candidatura di Rigoberta Menchú, il volto più conosciuto in un paese che vanta le sue forti tradizioni indigene, ma di fatto non solo ha sempre estromesso i maya dalla politica, ma ha praticato anche un'aperta esclusione sociale nei loro confronti. Negli anni '80 l'operazione terra bruciata voluta dagli allora presidenti Rios Montt e Lucas García sterminò l'etnia maya, che tuttora viene considerata alla stregua degli animali. Rigoberta Menchù, nonostante abbia perso la radicalità delle origini e all'interno dei movimenti di lotta siano in molti a non perdonarle la troppa vicinanza ai palazzi del potere, seguita all'attribuzione del Nobel per la Pace per aver portato agli occhi del mondo il dramma degli indigeni guatemaltechi, sarà appoggiata dal Frente Amplio de Izquierda, coalizione di cui fa parte la storica Urng (Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca), la ex formazione guerrigliera. Difficilmente, però, Rigoberta riuscirà a strappare voti alle due destre in corsa per il palazzo presidenziale. Il Partido Patriota, una destra dura e pura, sembra al momento accreditato di buone probabilità di successo, grazie anche al caso della ex primera dama di Alvaro Colom, Sandra Torres. Candidata per la Une (un centrosinistra che negli anni si è spostato molto al centro, per non dire a destra) e la Gran Alianza Nacional (Gana – centrodestra), la Torres rischia di non poter partecipare alle presidenziali. Dopo aver divorziato dal marito, poiché l'articolo 186 della Costituzione vieta la possibilità di candidarsi alla presidenza per i parenti del mandatario fino al quarto grado, il Tribunale Supremo Elettorale ha riconosciuto in questa manovra un evidente tentativo di frode. Con i due candidati principali che in realtà non potrebbero partecipare alla contesa elettorale, e tantomeno guidare il paese nel ruolo di presidenti, ed un contesto in cui i partiti sono dediti a traffici poco chiari (ad esempio la compravendita dei voti) e spesso infiltrati da una corruzione che pervade ad ogni livello la società guatemalteca, va fortemente apprezzata l'iniziativa dell'Associación Política de Mujeres Mayas (Moloj).

Le donne maya hanno lanciato una campagna di sensibilizzazione intitolata "Mi voto y nuestro voto es poder". L'intento è quello di informare indigeni, donne e contadini sui programmi ed i percorsi politici dei candidati per indirizzarli verso un voto responsabile: saranno rinnovate le assemblee di buona parte dei municipi del paese e l'opportunità di cambiamento non può che provenire dal Moloj, cioè dal basso. 

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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