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 Sono ormai trascorsi alcuni giorni dalla repressione poliziesca nei confronti della marcia indigena che protestava contro la costruzione di un’autostrada all’interno del Territorio Indígena del Parque Nacional Isiboro Sécure (Tipnis), eppure l’argomento continua a tenere banco in tutto il paese, tra le dichiarazioni di Evo Morales e del vicepresidente Álvaro García Linera, il rimpasto di governo e le dichiarazioni di alcuni militari in servizio proprio a San Miguel de Chaparina (dipartimento del Beni), luogo degli scontri.

Se la marcia indigena, partita lo scorso 15 agosto con l’obiettivo di raggiungere la capitale La Paz, ha ripreso il cammino con circa 1200 partecipanti, vanno segnalate le dichiarazioni di alcuni poliziotti protagonisti della repressione rilasciate a Radio Erbol. Tutti gli intervistati hanno spiegato che l’ordine principale era chiaro da giorni: “Que no pase la marcha”. Oltre al blocco della marcia a qualsiasi costo, altri forniscono spiegazioni più documentate. Sembra che l’ok all’attacco nei confronti della carovana indigena sia divenuto operativo in seguito al “sequestro” di David Choquehuanca. Sabato 23 Settembre il ministro degli Esteri era stato costretto a percorrere alcuni chilometri della marcia dalle donne indigene: da qui la scelta di sbarrare la strada ai manifestanti, su ordine dell’ormai ex ministro degli Interni Sacha Llorenti, che aveva spedito sul campo il suo vice, Marcos Farfán (anche lui dimessosi), a rendere operativo il comando. Il corto circuito sulle responsabilità dell’attacco alla marcia prosegue tuttora. Altri militari spiegano che, dopo aver eseguito l’ordine di reprimere gli indigeni in corteo, adesso si sentono abbandonati dallo Stato: “Veniamo a  sapere che nessuno ha ordinato di fermare la marcia, si parla già di processi nei nostri confronti e siamo stati abbandonati a noi stessi”. Abbandonati non solo dal punto di vista dell’appoggio governativo, ma anche lasciati soli nel senso letterale del termine: un centinaio di poliziotti sarebbe stato costretto a tornare autonomamente a La Paz con mezzi propri e senza viveri di alcun genere. Nel frattempo, le dimissioni a catena nel governo di Evo hanno costretto il presidente ad effettuare due pronte sostituzioni. Al Ministero della Difesa Rubén Aldo Saavedra Soto (già delegato del governo per le rivendicazioni relative all’accesso al mare) rimpiazzerà Cecilia Chacón, mentre il viceministro del coordinamento governativo, Wilfredo Chávez, siederà sulla poltrona del Ministero degli Interni, quella del dimissionario Sacha Llorenti. In un articolo di riflessione sulla mobilitazione contro il Tipnis, pubblicato sull’edizione on-line di Alainet-America Latina en Movimiento, Raúl Zibechi, uno dei più acuti osservatori della realtà sociale latinoamericana, ha scritto che “non è facile incontrare un movimento popolare capace di mobilitarsi nei confronti di un governo composto da persone del suo stesso sangue, quello indio, e, al tempo stesso, non è così scontato che un presidente chieda più volte scusa di fronte al suo popolo per quella che è stata un’azione criminale”. Proprio per questo risulta sconcertante e difficile da comprendere, per tutti coloro che avevano salutato con grande speranza l’elezione di Evo a Palacio Quemado, dover scrivere di fatti simili. E brucia, tuttora, dover riportare le pesanti dichiarazioni dello stesso Morales, e di Álvaro García Linera, su cui molti riponevano (e nonostante tutto si augurano tuttora di poter continuare a riporre) le speranze di una primavera latinoamericana e di un paese finalmente non più schiavo della grande finanza internazionale e degli Stati Uniti. Forse è proprio la sindrome di assedio del potente vicino a stelle e strisce ad indirizzare le esternazioni, comunque assai discutibili, del presidente e del suo vice. E’ vero che Evo non ha mai giustificato la repressione nei confronti della marcia, ma è anche tornato ad attaccare con forza alcuni mezzi di comunicazione sociale sui quali sembra assai remota una possibilità di manipolazione da parte di eventuali infiltrati Usa o delle destre, che peraltro hanno tutto l’interesse a trarre vantaggio dalla confusione regnante in seno al governo.  Dello stesso tenore le interviste rilasciate da Álvaro García Linera, che insiste sulla messa in atto di un complotto mediatico contro il governo. Già a Giugno, in una lettera firmata da numerose personalità legate ai movimenti sociali e capeggiata da Oscar Oliveira, uno dei principali animatori delle lotte per l’acqua a Cochabamba, si esprimevano forti perplessità sul processo di cambiamento in corso in Bolivia: si chiedeva al governo per quale motivo fosse stata abbandonata la costruzione dello stato plurinazionale, si nutrivano forti perplessità sulla deriva estrattivista dell’esecutivo, infine si denunciava una fase di stallo nel processo di costruzione di una reale democrazia partecipativa. Lo stesso Movimiento al Socialismo (Mas) ha dovuto registrare, nel tempo, l’abbandono di molti sostenitori della prima ora, fino alla nascita del Movimiento Sin Miedo (Msm) ad opera di un gruppo di fuoriusciti. Proprio grazie ad un lavoro di controinformazione ad opera dell’Msm, è stato denunciato che il contratto in relazione alla costruzione dell’autostrada all’interno del Tipnis, incluso il collegamento Villa Tunari-San Ignacio de Moxos, violerebbe la Costituzione boliviana. Una delle clausole del contratto (firmato nel 2009 da Morales e dall’allora presidente brasiliano Lula) autorizza infatti la risoluzione di eventuali controversie in merito all’opera in tribunali brasiliani, mentre il secondo paragrafo dell’articolo 320 della carta boliviana recita: “Tutti gli investimenti stranieri saranno sottoposti alla giurisdizione, alle leggi e alle autorità boliviane”. Inoltre, il Msm denuncia le cifre astronomiche per la costruzione dell’autostrada: 1,3 milioni di dollari per ogni chilometro costruito, senza alcun obbligo di asfaltatura e manutenzione per cinque anni da parte dell’impresa brasiliana Oas, vincitrice dell’appalto. Il Brasile, per il momento, ha deciso, tramite il Banco Nacional de Desenvolvimento Econômico e Social, di sospendere i finanziamenti finchè da La Paz non giungeranno garanzie sufficienti in merito alla ripresa dei lavori, ma il gigante verdeoro presto tornerà all’attacco, desideroso di sfruttare l’autostrada interna al Tipnis per costruire un corridoio interoceanico in grado di velocizzare il trasporto delle sue merci sulle sponde del Pacifico attraversando proprio la Bolivia. Da Palacio Quemado giungono dichiarazioni contrastanti. Da un lato Morales ha garantito la sua intenzione di far svolgere una consultazione popolare sul tema ed ha cercato di riannodare i fili del dialogo con gli indigeni in marcia, dall’altra García Linera segnala che saranno prese in considerazione le osservazioni dei popoli che abitano sul territorio interessato dal progetto, ma non sarà effettuato alcun referendum.

Nel frattempo i marciatori, sulla strada che porta verso La Paz, hanno chiesto al governo di emanare una legge che annulli in via definitiva il progetto di costruzione dell’autostrada, condizione principale per tornare ad un dialogo che sembra assai difficile da realizzarsi: una contromarcia favorevole all’opera e organizzata dal Mas potrebbe essere organizzata a breve a La Paz e rischierebbe di  far esplodere definitivamente le contraddizioni interne al governo.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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