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    Brasile: “C'è gente che preferisce la disoccupazione all'inferno della macellazione avicola"

    Il Brasile al primo posto per l'esportazione di carne di pollo e per il massacro dei lavoratori
    9 dicembre 2011 - Gerardo Iglesias (Trad. Giorgio Trucchi)
    Immagine Allan McDonald/Rel-UITA  L’industria avicola brasiliana si espande in tutto il mondo e i suoi prodotti continuano a diffondersi su nuovi mercati: Mentre tutto ciò accade, sono migliaia nel Paese le persone che convivono con gravi lesioni. Si tratta di ex lavoratori e lavoratrici che soffrono costantemente di forti dolori e malformazioni agli arti a causa di ritmi di lavoro selvaggi e brutali. Un processo di produzione che, contemporaneamente, tritura polli e la salute della gente. Abbiamo intervistato il dottor Roberto Ruiz, esperto del settore.

    -Lavorare in Brasile può essere il lasciapassare per una malattia grave o addirittura per la propria morte.
    -Sì, possiamo proprio dire così!

    -Negli ultimi anni si sono notati alcuni miglioramenti su questo tema o è rimasto tutto uguale?
    -Da una parte sembra che ci siano stati alcuni miglioramenti, per esempio per ciò che riguarda la biomeccanica e l’ergonomia. Dall’altra, però, il problema principale, che crea la relazione diretta tra lavoro e  malattia, ha a che vedere con l’organizzazione del lavoro, che ha puntato a eliminare in modo sistematico quelli che si conoscono come i tempi morti.  Stiamo parlando delle corte pause che un lavoratore ha per riposare, ottemperare ai bisogni fisiologici, senza le quali la propria salute potrebbe risentirne.

    “Quando ho iniziato disossavo tre muscoli e mezzo di pollo al minuto e loro esigevano sempre di più. Durante gli 11 anni che ho passato nel macello sono arrivato a disossare sette muscoli al minuto, poi mi sono ammalato” (Testimonianza di un ex lavoratore. Documentario “Carne e Osso”

    -Diminuiscono le pause, mentre s’intensifica il lavoro…
    -È proprio così. Entrambe le cose pregiudicano la salute dei lavoratori. Ci sono sempre meno tempi morti, durante i quali si poteva andare in bagno o semplicemente riposare alcuni minuti. Intanto si intensifica il lavoro: compiti che prima svolgevano due persone adesso li fa una sola. Come dice Alain Wisner, fondatore della scuola francese di Ergonomia, “ci si può sentire più stanchi per un’ora di lavoro intenso che per quattro ore di lavoro rilassato”.

    "Per disossare una coscia di pollo ci vogliono 12 tagli in 15 secondi, oltre ad altri sei movimenti, 18 movimenti in totale per disossare una coscia”. (Paulo, consulente del Pubblico Ministero sezione Lavoro. Documentario “Carne e Osso”)

    -C’è anche una forte pressione psicologica sul lavoratore…
    -Nel settore della macellazione, per esempio, alla mancanza di pause, allo stress e all'intensità dei ritmi di lavoro, dobbiamo anche aggiungere la monotonia delle operazioni da svolgere. Sto parlando di veri e propri ghetti di lavori ripetitivi, durante i quali si fa sempre la stessa cosa, esattamente gli stessi gesti per otto ore.

    Così, mentre le grandi industrie della carne in Brasile si fondono, si ricompattano, articolano nuove sinergie, il sistema di produzione sta portando i loro lavoratori a una condizione di “vecchiaia precoce”, di persone malate che per il resto della loro vita soffriranno d’intensi dolori. Tutto ciò influisce chiaramente sul loro sistema emozionale. La depressione è già un fenomeno epidemiologico.

    "È assolutamente normale che i lavoratori nei macelli facciano tra 80 e 120 movimenti al minuto. Studi medici indicano che le norme di sicurezza sul lavoro consigliano circa 35 movimenti al minuto. Stiamo quindi parlando di un valore che è tre volte superiore a quello che viene considerato come il limite massimo per la salute del lavoratore". (Heiler, Procuratore del Lavoro. “Carne e Osso). 

    -Che cosa si può fare per cambiare questa situazione?
    -Quello che stiamo già facendo. Da una parte denunciare e dare visibilità a questa tragedia a livello nazionale e internazionale, soprattutto in quei Paesi che sono grandi importatori delle nostre carni. Dall’altra, come tu stesso hai più volte detto, bisogna democratizzare l’ambiente delle relazioni sul lavoro, perché oggi le fabbriche e le piantagioni agricole in Brasile sono veri e propri enclavi autoritari.

    L’unica alternativa è quindi potenziare il lavoro politico dei sindacati. O le organizzazioni sindacali alzano la testa di fronte a questo potere economico emergente, costituito da multinazionali brasiliane che diventano sempre più arroganti nella misura in cui crescono di dimensione, o le condizioni di lavoro peggioreranno ancora di più.

    Che le condizioni di lavoro siano migliori o peggiori dipende direttamente dalla capacità di organizzazione, denuncia e resistenza da parte di tutti i lavoratori.

    -Credo che tu abbia toccato un tema fondamentale: continua la dittatura nelle fabbriche.
    - Sì, senza dubbio. È difficile dire che viviamo in una democrazia quando essa non è mai arrivata nei luoghi di lavoro. Lì non si può discutere perché non si accettano le domande: le aziende hanno già tutte le risposte di cui hanno bisogno e non vogliono sentire altro.

    Per esempio, il numero di unità o le quantità che il lavoratore deve produrre (meta di produzione) viene deciso unilateralmente. Si tratta di quantità inumane che non vengono mai discusse con i lavoratori o con i sindacati. Si applicano e basta. Questo modo autoritario di gestire le cose, senza alcun interesse per le conseguenze sui lavoratori, sta ad esempio massacrando la gente che lavora nel settore della produzione dello zucchero e delle bevande alcoliche. Nelle piantagioni di canna da zucchero i lavoratori muoiono esausti. Oppure nei macelli, dove i lavoratori restano invalidi per il resto della loro vita a causa delle lesioni da sforzi ripetuti.

    È come si racconta nel documentario "Carne e Osso": se qualcuno svolge il suo compito in 15 secondi, questa operazione deve poi essere ripetuta per un’ora e per tutta la giornata di lavoro, dando importanza solo all’aspetto della produzione e non alle conseguenze che provoca questo sistema.

    “C'è gente che si sta ammalando. Ma non si fa niente. Che cosa succede? Che costa meno licenziare uno quando incomincia a stare male. Questo è quello che uno vede: appena qualcuno incomincia a sentire dolore lo buttano fuori e si chiama un altro”. (Valter, consulente del Pubblico Ministero sezione Lavoro. Documentario “Carne e Osso”)

    -Ho l'impressione che stiano aumentando e si stiano articolando le voci di denuncia per rendere visibile questo massacro.
    -Sì, perché la gente si sta rendendo conto di quello che succede. E non solo all’interno del movimento sindacale, ma anche tra il personale pubblico, perfino di alcuni ministeri e persone vincolate alle università, professori, eccetera.

    In Brasile non possiamo continuare a produrre in questo modo, senza poi porci il problema di chi ne fa le spese. Dobbiamo pensare al costo-beneficio per la società e domandarci: vale davvero la pena mantenere queste condizioni di lavoro, con questi livelli di malattie e di lesioni permanenti? Vale la pena creare un posto di lavoro che offre alle persone una stabilità per uno o due anni e una volta malate, dovrà essere la società a farsene carico per il resto della loro vita?

    -È per questo che l’industria avicola ha maggiori problemi nel trovare personale…
    -Esattamente. In Brasile, con una disoccupazione che s’aggira intorno al sei per cento, è possibile ora decidere che lavoro fare. Come lo ha segnalato molto bene Siderlei di Oliveira, presidente della CONTAC, ci sono aziende che portano e riportano i lavoratori percorrendo distanze comprese tra i 60 e gli 80 chilometri. La gente che vive vicino al macello preferisce la disoccupazione a quell’inferno.


    Note:

    © (Testo Gerardo Iglesias - Rel-UITA. Traduzione Giorgio Trucchi per la Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua - www.itanica.org )

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