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Venezuela: Referendum ad ogni costo

Caracas si avvia alla normalizzazione dopo una settimana di scontri fra l'opposizione e la polizia. Il bilancio: otto morti, settantadue feriti e decine di arresti.
5 marzo 2004 - Paola Erba

Tutto è iniziato venerdì scorso, non appena è girata voce che le firme per convocare il referendum contro Chavez non erano sufficienti.
Il Consiglio nazionale elettorale (Cne) lo ha poi confermato: dei circa 3,4 milioni di firme presentate dall'opposizione, solo un numero compreso tra 1,7 e 1,8 milioni è valido, 667mila sono contestate, mentre addirittura un milione sarebbero nulle.

"Da una settimana, gruppi di facinorosi bloccano le strade con barriere di immondizia e pneumatici a cui danno fuoco dopo averli cosparsi di kerosene". A parlare, da Caracas, è Giulio Santosuosso, italiano, da trent'anni in Venezuela. "In alcune zone, questo ha portato a scontri con le forze dell'ordine. Proprio ieri sera, sotto casa mia si è sentita una sparatoria. Stavo parlando con il portiere e ci siamo buttati per terra.
Gli scontri -è vero- ci sono. Ma i mezzi di comunicazione ne hanno strumentalmente esagerato la portata. Questi facinorosi non sono altro che ragazzini. Hanno tra 15 e i 22 anni. E alcuni sono pagati".

"Pochissima gente - continua - è d'accordo con loro. Dove io abito (un quartiere medio-alto, di bianchi che probabilmente votano per l'opposizione) sono stati gli stessi cittadini a distruggere le barriere appena costruite.
Secondo una recente inchiesta, l'89 per cento della popolazione, indipendentemente dalle idee politiche, non è d'accordo con il blocco delle strade. E il 56 per cento chiede che i militari le liberino.
Ma è chiaro che dieci ragazzini che bruciano gomme e pattumiera fanno più notizia.
Diamo un'occhiata ai titoli dei giornali: Caracas contesta le decisioni del Cne: è scritto dappertutto, ma non è esatto. Bisognerebbe dire: 'duemila ragazzini contestano la decisione del Cne'. E ancora: Caracas a fuoco. In realtà, il fuoco è stato appiccato solo in alcuni punti dei quartieri alti (in pratica, sullo 0,0003% del territorio urbano del Paese).
Uno degli aspetti inediti della problematica politica venezuelana è la parzialità dei mezzi di informazione, tutti in mano all'opposizione".

"Chávez - spiega Santosuosso - è il primo presidente di colore in un Paese dove il razzismo è nascosto e dove i bianchi sono i proprietari di tutto. Vinse le elezioni con percentuali mai viste prima: il 58 per cento degli elettori votò per lui. La gente di destra l' ha sopportato fino al 2000, quando iniziò ad approvare una serie di leggi che modificavano la struttura economica del Paese. E che minavano i privilegi di una minoranza. Prima fra tutte la legge sulla terra, che non permette di tenere piú di cinquemila ettari inutizzati.
Fu allora che cominciarono i colpi di stato. Tutti falliti.
E visto che scioperi e golpe non eliminano Chavez, per destituirlo, l'opposizione sta usando l'articolo della costituzione che prevede la possibilità di un referendum revocatorio dopo la metà del mandato".

Secondo le ultime decisioni del Cne, il 18 marzo, i cittadini a cui è stata contestata la firma potranno tornare a sottoscrivere il referendum. Saranno allestiti centri ad hoc in molte città. Poi, il 25 marzo il Cne emetterà il verdetto definitivo.

E mentre il governo venezuelano parla di un ennesimo tentativo di colpo di stato dopo quello fallito e orchestrato da Washington nell'aprile dello scorso anno, l'opposizione, attraverso la sua Union Radio ha fatto sapere di non essere intenzionata a 'negoziare sulle firme dei cittadini che vogliono cacciare il presidente'. E ha chiesto aiuto al Centro Carter (statunitense) e all'Organizzazione degli Stati Americani (Oas).

Paola Erba

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