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Lo segnala un dossier di Soleterre

El Salvador: la piaga del femminicidio

Nel Triangulo Norte cresce la violenza sociale
25 marzo 2012 - David Lifodi

Il 24 marzo 1980 Monsignor Romero fu assassinato dagli sgherri inviati dal generale Roberto D’Aubuisson, militare noto per le sua mano dura ed esponente di spicco della dittatura: la morte dell’arcivescovo, presto abbandonato dalle alte gerarchie ecclesiastiche, era stata decisa da tempo a tavolino per le sue denunce sulle violazioni dei diritti umani.

Da allora sono trascorsi 32 anni, ma in El Salvador continua a predominare la cultura della violenza ed un machismo imperante. Il 24 Marzo rappresenta anche la “Giornata Internazionale per il diritto alla verità per le vittime delle violazioni dei diritti umani”, proclamata dall’Onu proprio in ricordo di “Monsignore”, secondo l’affettuoso appellativo con il quale i militanti delle comunità cristiane di base amavano chiamare Romero. Secondo i dati di cui è in possesso l’organizzazione umanitaria Soleterre, il piccolo paese centroamericano, di soli sei milioni e mezzo di abitanti, è lo stato più violento al mondo in termini di violenza sulle donne. Nel 2011 sono stati registrati 647 femminicidi, 12 ogni 100.000 donne. Sempre nel 2011, ricorda Soleterre, “la polizia ha riportato che 1272 donne sono state vittime di altre violenze, tra cui lesioni, stupri, molestie sessuali e violenza intrafamiliare”. Un altro rapporto, intitolato “The Global Burden of Armed Violence: Lethal Encounters”, rivela che la prima causa di morte violenta non riguarda i conflitti armati, ma il crimine. Elaborato nel 2011 dalla Geneva Declaration nel contesto di un lavoro che mette in relazione il tasso di violenza in un paese ed il suo indice di sviluppo, il dossier indica di nuovo El Salvador come il paese in cui si commettono più omicidi: 60 ogni 100.000 abitanti. In El Salvador, come negli altri paesi del Triangulo Norte centro-americano (Messico e Guatemala), i livelli di violenza armata in tempo di pace si avvicinano a quelli delle zone dei conflitti. Tra il 2004 ed il 2009, segnala la Geneva Declaration, “sono state uccise più persone in El Salvador che in Irak”. La violenza di genere conta, inoltre, sull’impunità di cui possono essere quasi certi gli autori di delitti così efferati. Negli anni scorsi, su 7.000 casi di violenza sessuale denunciati, solo 436 si sono conclusi con una condanna. Soleterre, organizzazione che lavora per garantire i diritti inviolabili delle persone e si adopera per favorire la risoluzione non-violenta delle conflittualità, rileva che il 98% dei delitti commessi in America Centrale rimane irrisolto, sia per la debolezza dei sistemi giudiziari di questi paesi sia per la presenza sempre più ingombrante delle maras, le bande di adolescenti che ormai spadroneggiano in tutto il Triangulo Norte e coinvolgono giovani spesso sotto i 30 anni. Un altro tasto dolente riguarda le modalità con cui i governi dell’America Centrale affrontano la violenza, troppo spesso in maniera esclusivamente repressiva tramite interventi volti solamente ad operazioni di pulizia sociale. Al contrario, non si lavora assolutamente sul disagio in cui si trova la popolazione: quasi il 50% dei salvadoregni, scrive Soleterre, vive sotto la soglia di povertà. Le politiche di sicurezza pubblica adottate dai governi centro e latinoamericani difficilmente sono orientate a contrastare la violenza sociale, particolarmente quella di genere, tramite attività d’intervento volte alla prevenzione e ad alla costruzione di un percorso condiviso di cittadinanza. Un esempio calzante proviene dal Guatemala, dove il generale Otto Pérez Molina, da pochi mesi eletto alla presidenza del paese nonostante un passato nelle file della contrainsurgencia che negli anni ’80 rase al suolo decine e decine di villaggi maya, ha creato una nuova forza di polizia per arrestare il crescente aumento del femminicidio. In realtà sarebbe stato più necessario un percorso culturale teso ad eliminare il machismo imperante, che riduce molto spesso le donne alla stregua degli schiavi, rispetto alla creazione dell’ennesima forza di sicurezza militare. La giornata del 24 marzo è servita quindi ad auspicare la sostituzione di “un modello di violenza ed impunità con uno di cultura della pace, che ha il suo presupposto nella giustizia sociale”, ha spiegato il presidente di Soleterre Damiano Rizzi. L’attuale governo salvadoregno, a base efemelista, pur con la presidenza del moderatissimo Mauricio Funes, ha approvato una legge che punisce il femminicidio con pene che vanno da 20 a 35 anni di carcere, ma di fatto difficilmente si arriva all’ultimo grado di giudizio, e lo stesso Congresso salvadoregno non è mai riuscito ad assumere una posizione univoca in merito ai livelli altissimi di violenza sociale, ancor meno in relazione a quella di genere.

Più volte Monsignor Romero sosteneva che la radice della violenza nel paese era l’ingiustizia sociale “fra i molti che non hanno niente e i pochi che hanno tutto”: da allora ben poco è cambiato, anzi, in El Salvador sono stati registrati picchi di violenza più alti che durante la guerra civile che tra il 1980 ed il 1992 ha causato decine di migliaia di morti.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it.
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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