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In Colombia l’uso sistematico della strategia del terrore ha caratterizzato per anni l’azione governativa e paramilitare, e la risoluzione manu militari del conflitto armato è stata per lungo tempo l’unica risposta offerta dallo Stato, accentuatasi soprattutto durante la permanenza di Alvaro Uribe a Palacio Nariño. In seguito al messaggio dello scorso 27 Agosto, in cui l’attuale presidente Juan Manuel Santos riconosceva, di fronte all’intera nazione, l’avvio del dialogo tra la guerriglia ed il suo governo, sono in molti a chiedersi se sarà la volta buona.

Non si tratta del primo tentativo di negoziati di pace tra lo stato colombiano e i due principali gruppi della guerriglia, le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane) e l’Eln (l’Esercito di Liberazione Nazionale), ma l’aspettativa della popolazione è alta e si respira un cauto ottimismo. Al tempo stesso, va precisato che il dialogo tra le parti in campo non sarà semplice a causa dell’ambiguità di uno dei principali attori in gioco, quel presidente Santos che ha rotto con la destra di Uribe, di cui era delfino, ed ha creato un forte spaccamento all’interno della stessa destra dura e pura. Si è avvicinato al Venezuela di Hugo Chávez, è vero, con cui i rapporti erano tesissimi dalla presidenza Uribe, ma è altrettanto innegabile che, durante gli anni trascorsi in qualità di ministro dell’interno dello stesso Uribe, sono emerse le sue gravi responsabilità nel caso dei falsos positivos: dal 2002, nell’ambito della campagna denominata seguridad democratica, i militari colombiani hanno ucciso più di duemila civili spacciandoli come guerriglieri. Quindi, sarà reale l’interesse di Santos a cercare una via negoziata di uscita dal conflitto, oppure ha semplicemente preso atto che sconfiggere la guerriglia, per quanto negli ultimi anni abbia dovuto incassare colpi durissimi (tra il 2008 ed il 2011 sono stati uccisi dall’esercito Raul Reyes ed Alfonso Cano, più la morte per cause naturali di Manuel “Tirofijo” Marulanda), è un’impresa impossibile? Sull’altro versante le stesse Farc, che pure hanno rivolto un appello alla società civile colombiana affinché giochi un ruolo di primo piano nel processo di pace, saranno realmente intenzionate a deporre le armi, oppure si sono semplicemente rese conto che l’instaurazione di uno stato socialista in Colombia (il loro obiettivo fin dal 1964, l’anno di fondazione) non è un compito facilmente raggiungibile in breve tempo? A questi dubbi si troverà (forse) una risposta l’8 Ottobre ad Oslo, dove si svolgerà la prima parte dei negoziati, che poi si trasferiranno all’Avana, sotto la supervisione di Venezuela, Cile e Cuba. Non è la prima volta che Stato e guerriglia aprono una porta al dialogo. Nel 1998 l’allora presidente Andrés Pastrana cercò di lavorare alla creazione di una zona cuscinetto a San Vicente del Caguán, affinché si procedesse sulla strada della smilitarizzazione: 42mila chilometri quadrati nei dipartimenti occidentali di Meta e Caquetá. Allora le Farc erano molto più forti e strutturate di adesso, tanto che controllavano militarmente territori piuttosto estesi. Pastrana, incalzato dalle Farc su questioni sociali, non fu in grado di fornire risposte rassicuranti, anzi, e la guerriglia cercò di rafforzare il controllo sul territorio, mentre i paramilitari continuavano ad agire nella più completa impunità. La crescita costante dei paras e delle loro bande, ampiamente foraggiata dalla destra e soprattutto da Uribe, che riuscì a portarne alcuni addirittura in Parlamento, ricordò il dramma di Unión Patriótica (Up), il braccio politico delle Farc, sorto in seguito al precedente tentativo di negoziato, quello iniziato nel 1985 sotto l’egida del presidente conservatore Belisario Betancourt: oltre tremila militanti di Up furono assassinati dagli squadroni della morte della destra dopo che avevano deposto le armi e scelto di trasferire le loro battaglie dal campo militare a quello politico. Da quell’esperienza terribile era maturata la scarsa fiducia delle Farc nei confronti delle istituzioni, che culminò poi con il fallimento dei tentativi di pace successivi. Ad Oslo andranno affrontati temi scomodi, ma ineludibili, se si vorranno creare le premesse per una vera agenda di pace, a partire dal fenomeno dell’emigrazioni forzata interna a seguito delle azioni dei paramilitari e dei conflitti fra esercito e guerriglia, che hanno prodotto un altissimo numero di desplazados  (sfollati) ed influito profondamente sulla vita delle comunità indigene e delle comunità di pace, quest’ultime dichiaratesi neutrali nel conflitto in corso. Quella più conosciuta, San José de Apartadò, ha pagato un prezzo altissimo, in termini di vite umane. Inoltre il presidente Santos, pur avendo rotto con la destra uribista, resta un fautore del libero mercato ed è favorevole sia alle multinazionali desiderose di trasformare la Colombia nel regno dell’agrobusiness e della monocoltura (in special modo della soia) sia allo sfruttamento minerario derivante dall’estrazione a cielo aperto. E ancora: quale sarà la via politica da seguire per dei governi che da sempre hanno agito secondo la logica dello stato d’assedio (vedi l’installazione di vere e proprie basi militari nel dipartimento di Meta), e non si sono mai seriamente impegnati per risolvere una guerra sporca che prosegue da decenni e che ha come obiettivi dichiarati leader sociali, indigeni, attivisti dei movimenti urbani e sindacalisti? Il primo aspetto su cui discuterà ad Oslo sarà un cessate il fuoco bilaterale: la società civile reclama a gran voce che es hora de parar la guerra, e le Farc, fin dallo scorso febbraio, hanno annunciato la loro disponibilità a stabilire un negoziato di pace. Un recente sondaggio stima che il 74% dei colombiani sia favorevole al dialogo tra governo e guerriglia, ma si tratta di un processo che non sarà dei più semplici anche per le tensioni tra gli Stati Uniti ed i paesi latinoamericani emergenti, per il ruolo geopolitico della Colombia, e per l’ingombrante presenza del narcotraffico.

Oslo e L’Avana ci diranno se la Colombia riuscirà a togliersi di dosso l’etichetta di paese dell’eccesso (per parafrasare il libro del giornalista Guido Piccoli, profondo conoscitore di questa realtà), o se invece saremo costretti a parlare ancora di Locombia e democratura per questo martoriato paese.

 

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore

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