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Sotto attacco il diritto all’abitare

Brasile: incendi di stato nelle favelas di San Paolo

La regia occulta della speculazione immobiliare dietro alle fiamme nelle favelas
20 settembre 2012 - David Lifodi

Le favelas di San Paolo bruciano: cinque in poco meno di venti giorni, trentadue dall’inizio dell’anno. In Italia la notizia è stata derubricata alle pagine di cronaca, ben nascosta all’interno dei quotidiani, mentre alcune redazioni online hanno caricato sul proprio sito le immagini delle baracche in fiamme. In Brasile buona parte della stampa mainstream, controllata dall’impero mediatico Rede Globo, ha attribuito la colpa degli incendi agli stessi favelados: hanno allacci clandestini alla rete elettrica e vivono in condizioni precarie senza alcun piano serio di prevenzione, quindi è logico che succedano fatti del genere.

La realtà, invece, è un’altra. Gli incendi non sono casuali, ma rappresentano un nuovo modo di fare pulizia sociale in aree povere situate a ridosso dei quartieri dell’alta borghesia paulista e su cui hanno messo gli occhi speculatori immobiliari e grandi imprese costruttrici. Qual è il modo migliore per distruggere le baracche, liberarsi degli abitanti e procedere spediti sulla strada della ricostruzione, se non quello di appiccare un incendio? In tutto il paese è in corso un duro confronto tra movimenti di lotta per la casa, sem teto e favelados, impegnati nel riaffermare il diritto all’abitare, e le istituzioni locali, all’interno delle quali prosperano gli amici dei grandi costruttori. L’edificazione di shopping center, alberghi di lusso, stazioni ferroviarie, uffici e centri commerciali ha risvegliato l’istinto vampiresco delle maggiori imprese costruttrici brasiliane, tra cui Camargo Correa, Odebrecht, Engeform e Oas. Tra il 2009 ed il 2012, nella sola San Paolo, il prefeito Gilberto Kassab ha fatto in modo che costruttori e appaltatori stipulassero contratti con il suo comune per oltre due bilioni di reais. Non è un caso: Kassab, una sorta di sindaco-sceriffo proveniente dal Partido Social-Democrático (una destra dalla mano dura, non inganni il nome), da tempo aveva due idee fisse: condurre operazioni di limpeza social e al tempo stesso favorire gli interessi dei suoi amici speculatori. Per il momento sta riuscendo a condurre in porto entrambe le operazioni, alle quali, peraltro, non è nuovo. Sono molti gli aspetti che dimostrano come questi incendi siano dolosi. Il Movimento dos Trabalhadores Sem Teto ed il Frente de Luta pela Moradia sono pronti a testimoniare che, subito dopo gli incendi, arriva la polizia militare che impedisce agli abitanti di tornare nelle loro baracche, anche solo a prendere i pochi effetti personali scampati alle fiamme, e procede con la distruzione dell’intera favela con una celerità sospetta. Addirittura, nella favela di Real Parque, appena una settimana dopo l’incendio, è stato eretto in tutta fretta un muro affinché agli abitanti non venisse in mente di tornarci, mentre per quella di Moinho, non lontano dal centro di San Paolo, Kassab ordinò che fosse rasa al suolo con l’esplosivo in seguito ad un incendio a fine 2011 in cui era stata risparmiata una parte del territorio. Un altro aspetto sconcertante: i pompieri chiamati per domare le fiamme arrivano sempre con enorme ritardo e quasi mai hanno acqua a sufficienza per spengere l’incendio. A livello istituzionale le cose vanno ancora peggio: non c’è la volontà politica di risolvere il problema. La Commissione d’inchiesta varata in fretta e furia per occuparsi della questione è composta da esponenti dello stesso schieramento politico di Kassab, ma anche il Partido dos Trabalhadores (Pt) finora non ha fatto una bella figura: la sua bancada, escluse alcune lodevoli eccezioni, è rimasta perlopiù vuota. La Commissione d’inchiesta era sorta cinque mesi fa per affrontare un’emergenza incendi che non è scoppiata solo quest’anno (nel corso del 2011 le fiamme avevano avvolto 78 favelas, 95 nel 2010), ma si è riunita solo tre volte, l’ultima delle quali con una durata inferiore ai venti minuti, esclusivamente per ratificare la nomina di presidente e vicepresidente, entrambi del Partido Social-Democrático, che hanno concordato con Kassab di non aiutare in alcun modo i favelados rimasti senza tetto. I dati mostrano che le ultime nove favelas incendiate (São Miguel, Alba, Buraco Quente, Piolho, Paraisópolis, Vila Prudente, Humaitá, Areão e Presidente Wilson) si trovano nelle zone sud, est e nord della città, quelle in cui l’allora prefeita petista Marta Suplicy, tra il 2001 ed il 2004, aveva lanciato il “Projeto de formação de brigadistas nas comunidades”. Il progetto, che aveva raggiunto un cero sviluppo ed era stato accettato dagli abitanti delle favelas, consisteva nel formare alcuni di loro in qualità di pompieri, ed ognuno aveva ricevuto due estintori. “Quando arrivano i bombeiros il fuoco ha già distrutto buona parte delle baracche”, segnalano i favelados, che ricordano come il progetto di Marta Suplicy li avesse aiutati ad evitare che molti incendi si propagassero in grandi proporzioni. Dopo la prefeita del Pt si sono succedute solo amministrazioni di tucanos, prima quella di José Serra, che nel 2005 interruppe bruscamente il projeto, e poi quella di Kassab (dal 2009), che si è guardato bene dal riattivarlo. Tutte le nove favelas in cui sono divampate le fiamme negli ultimi tempi si trovano in zone fortemente rivalutate dal punto di vista immobiliare. Un esempio ci viene ancora una volta dalla favela di Moinho, sorta nella prima cerchia periferica a ridosso del centro e per questo appetibile agli occhi degli speculatori. Luogo di resistenza umana e politica è stata tra quelle che i tucanos hanno cercato più svolte di sgomberare: lo scopo è quello di distruggere i legami comunitari e sociali sorti all’interno delle favelas, considerate da Kassab ed il governo cittadino come spazzatura di cui liberarsi. Il 17 Agosto scorso le fiamme si sono alzate, altissime, nella favela Areão, il 18 hanno colpito Alba ed il 23 Vila Prudente, mentre il 28 è stata la volta di São Miguel. A Settembre è toccato al Morro do Piolho e a Paraisópolis: in tutti questi luoghi era sorto un forte nucleo di resistenza urbana a Kassab ed ai suoi intenti di pulizia sociale: in più di una circostanza la prefeitura ha inviato addirittura i militari, che hanno disperso gli abitanti che cercavano di tornare nelle baracche sparando gas lacrimogeni. Migliaia di persone hanno perso la casa e, quando hanno potuto, hanno cercato di costruire abitazioni ancora più precarie sulle macerie provocate dalle fiamme. In generale, la politica degli “incendi di stato” ha causato enormi sofferenze soprattutto nella comunità nera, in maggioranza all’interno delle favelas.

Da tempo i conflitti per il diritto alla casa, la difesa del territorio e per un’urbanizzazione sociale includente erano in crescita in tutto il paese. La strategia degli incendi dolosi fa registrare un pericoloso salto di qualità negli sgomberi e nell’esclusione delle classi marginali dalle città, un fenomeno che rischia di essere inarrestabile con le tante opere di riqualificazione urbana poste in essere in vista dei mondiali di calcio, che si terranno in Brasile nel 2014, e delle Olimpiadi, in previste a Rio de Janeiro per il 2016: in entrambi i casi comitati popolari e movimenti per la casa hanno già segnalato abusi e violazioni di ogni tipo.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it.
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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