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I migranti haitiani, da mesi rifugiati in Brasile, assunti nella cantieristica e nel settore edile

Brasile-Haiti: cooperazione sud-sud con qualche contraddizione

La maggior parte dei rifugiati assunti da imprese impegnate nelle grandi opere, dall'estrazione mineraria alla costruzione delle dighe
22 gennaio 2013 - David Lifodi

internet Lo scorso aprile, dopo oltre tre mesi di attesa, il Brasile aveva accolto i rifugiati haitiani giunti nel paese verdeoro: un gruppo di loro si era accampato, da tempo, nella città di Tabatinga (stato di Amazonas), un altro era rimasto bloccato nella città peruviana di Iñapari, al confine con lo stato brasiliano dell'Acre. Entrambi erano sopravvissuti, in condizioni difficilissime, senza un lavoro e un tetto sotto la testa, aiutati solo dalla disponibilità e dalla solidarietà della popolazione locale. A distanza di mesi, buona parte degli haitiani ha trovato lavoro in Brasile, soprattutto come operai nel settore edile. Un esempio di cooperazione sud-sud, seppur con alcuni aspetti contraddittori.

Gli haitiani provenienti dalla città di Brasiléia sono giunti a Encantado, località del Rio Grande do Sul distante circa 150 km da Porto Alegre. Una parte di loro è stata assunta da Odebrecht, una delle più grandi imprese brasiliane specializzate in ingegneria edile, cantieristica e grandi opere. Ad Odebrecht non è parso vero di poter assumere manodopera specializzata anche nella costruzione delle centrali idroelettriche, contestate dai movimenti sociali per il loro impatto ambientale devastante e per le negative ricadute economiche sulla popolazione del luogo (nel peggiore dei casi costretta ad emigrare, come a Belo Monte, se la diga sorge a ridosso delle abitazioni), ma fonte di lavoro per i migranti haitiani, rimasti per mesi in un vero e proprio limbo giuridico prima di essere regolarizzati e ricevere la carteira de trabalho, il tanto atteso libretto di lavoro. L'accoglienza degli haitiani nel Rio Grande do Sul e la ricerca di un'occupazione sono stati facilitati da un gruppo di parlamentari che si è preoccupato di contattare le imprese disponibili a cercare i profili lavorativi compatibili con le specializzazioni dei rifugiati, prestando attenzione a verificare che quest'ultime non facessero ricorso al lavoro schiavo, pratica assai diffusa in Brasile. Un ruolo di primo piano lo ha svolto anche il Segretariato di Stato di Giustizia e Diritti Umani dell'Acre, che aveva provveduto a stilare una lista di imprese dove potessero essere impiegati i migranti haitiani. Un portavoce ci tiene a sottolineare che agli haitiani non è stata imposta l'assegnazione di un lavoro in maniera arbitraria: l'esperienza è stata positiva e sembra che molti di loro si siano disimpegnati meglio degli stessi lavoratori brasiliani. Sono molti gli haitiani che non hanno intenzione di tornare nel loro paese, ma intendono rimanere in Brasile per lavorare e inviare le rimesse alle loro famiglie. Del resto per loro sarebbe impensabile tornare nell'isola: gli haitiani giunti nella città peruviana di Iñapari hanno dovuto affrontare un vero e proprio viaggio della speranza, passando prima la frontiera che li separa dalla Repubblica Dominicana e poi arrivando a Lima. Dalla capitale peruviana sono giunti a Iñapari (situata alla Tripla Frontiera tra Brasile, Bolivia e Perù), dove non hanno potuto far altro che affidarsi ai coyotes nel disperato tentativo di entrare in Brasile. A questo proposito, il Segretariato di Stato di Giustizia e Diritti Umani dell'Acre sostiene che i migranti haitiani sono stati costretti ad una lunga attesa prima di ottenere l'autorizzazione per entrare in Brasile. Inoltre, lo stesso Planalto ha deciso di concedere non più di cento visti al mese e solo tramite la propria ambasciata a Port-au-Prince, con buona pace delle centinaia di haitiani che chiedevano un visto per motivi umanitari. Nonostante gli ostacoli burocratici, le richieste di lavoro per gli haitiani non sono mancate: da Curitiba, la capitale del Paraná, sono state molte le imprese dimostratesi desiderose di assumere i migranti, che però erano già stati ingaggiati, soprattutto nello stato del Rio Grande do Sul. Se l'odissea degli haitiani si è risolta positivamente, è altrettanto vero che il Brasile si è mosso soprattutto per venire incontro alle proprie imprese ed utilizzare i migranti come manodopera a vantaggio della loro stessa economia. Le assunzioni di Odebrecht non sono un caso: un gigante nel settore delle grandi opere cercava solo della forza lavoro per porre in essere una serie di edificazioni che saranno nocive per quella fascia di popolazione brasiliana che ha avuto la sfortuna di abitare nei dintorni di progetti faraonici, dalla diga di Belo Monte alle costruzioni per mondiali di calcio (nel 2014) e Olimpiadi (nel 2016), ma anche nelle zone urbane delle metropoli sottoposte lavori di riqualificazione di interi quartieri soggetti alla speculazione immobiliare.

Di certo gli haitiani, impegnati soprattutto nel settore della costruzione civile, sono riusciti a migliorare le proprie condizioni di vita anche dal punto di vista economico e lavorativo, ma restano alcuni lati oscuri sulle politiche di accoglienza del Brasile, al pari di quelle migratorie, in certi casi contraddittorie. 

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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