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Tra gli organizzatori la Marcha Patriótica

Colombia: il 9 aprile si marcia per la pace

Al centro dei negoziati tra governo e guerriglia la riforma agraria
6 aprile 2013 - David Lifodi

 

marcia per la pace Colombia La società civile colombiana desidera ardentemente la pace:  per questo la manifestazione del 9 aprile a Bogotá, che ha tra gli organizzatori principali la Marcha Patriótica, si preannuncia molto partecipata e intende spingere il governo e la guerriglia a raggiungere un accordo. Il dialogo tra le Farc (Fuerzas Arnadas Revolucionarias de Colombia) e gli emissari di Palacio Nariño è stato momentaneamente sospeso e riprenderà la terza settimana di aprile: l’interruzione dei colloqui è dovuta soltanto alla volontà di entrambe le parti di lavorare meglio ai punti principali dell’agenda messa a punto a L’Avana, la sede dei negoziati, che avviene sotto la supervisione di Venezuela, Cile, Norvegia e Cuba. Del resto, già l’Acuerdo General dello      scorso agosto prevedeva che i primi quindici giorni di aprile sarebbero stati dedicati ad un lavoro separato delle due delegazioni.

In attesa che riprendano i lavori, tra i colombiani cresce l’attesa per un accordo che all’apparenza sembrerebbe a portata di mano, nonostante il boicottaggio di terratenientes e imprenditori e la sostanziale diversità di vedute tra governo e guerriglia sulla questione agraria, che continua in ogni caso a rimanere al primo punto del dialogo di pace. Alla marcia del 9 aprile, che percorrerà le strade della capitale Bogotá per concludersi nella centrale Plaza de Bolívar, è atteso almeno un milione di persone. L’appello della Marcha Patriótica, movimento politico-sociale di sinistra sorto poco meno di un anno fa per chiedere la fine del conflitto armato e la riforma agraria, è rivolto a tutti coloro che intendono accompagnare il processo di pace in corso a L’Avana e appoggiare la prosecuzione del dialogo di pace tra il governo e la guerriglia. Somos más, ahora sí la paz è lo slogan della marcia, che avverrà in un giorno non casuale: il 9 aprile ricorre la data del sessantacinquesimo anniversario dall’assassinio di Jorge Eliécer Gaitán, il leader socialista che fu ucciso nel 1948. Se non fosse stato assassinato, Gaitán sarebbe divenuto probabilmente presidente del paese. Da allora, e per i cinque anni successivi, il conflitto tra liberali e conservatori avrebbe causato almeno duecentomila morti: risiedono lì, in quella data, le origini dell’interminabile guerra civile colombiana. Sarà una manifestazione pacifica, allegra e multicolore, spiegano i portavoce della Marcha: “La pace avrà il volto contadino, indigeno, femminile e studentesco”. Di certo, la pace che attendono le stesse organizzazioni studentesche, le associazioni per i diritti umani, i sindacati, le comunità indigene e contadini e i familiari dei desaparecidos, dovrà passare necessariamente per la giustizia sociale. Di questo ne sono convinte anche le due principali formazioni guerrigliere del paese, le Farc e l’Eln (Ejército de Liberación Nacional), che finora aveva mantenuto una posizione un po’ più defilata rispetto ai colloqui de L’Avana. Inoltre, un recente comunicato congiunto di Farc e Eln lascia presagire la nascita di un blocco unitario che, nel segno della pace, crei le premesse per una Colombia para los trabajadores e fortemente impegnata per la riforma agraria. “Non potremmo parlare di pace se tutte le formazioni guerrigliere non fossero d’accordo”, spiega Piedad Córdoba, una delle portavoce della Marcha, ex senatrice che ha sempre svolto un importante ruolo di mediazione tra la guerriglia e il governo. Al tempo stesso, è proprio sulla nuova Colombia che uscirà dagli eventuali accordi di pace che emergono le divisioni e i tentativi di sabotare la mesa de dialogo. Le manovre per rovesciare il tavolo dei colloqui sono orchestrate da due ex presidenti, Andres Pastrana (che all’inizio degli anni 2000 aveva intrapreso, o più probabilmente aveva finto di intraprendere, la strada della pace, ma con scarsi risultati) e l’ineffabile quanto poco credibile Álvaro Uribe. Entrambi possono vantare un legame molto stretto con l’oligarchia terriera: secondo il giornalista e analista politico Juan Alberto Sánchez Marín sono i nemici più evidenti del processo di pace. I due ex presidenti si sono resi i principali portavoce dei terratenientes, che guardano con preoccupazione al negoziato de L’Avana, dove le Farc hanno insistito per mettere al primo punto dei colloqui una riforma agraria integrale che metta fine alla concentrazione della terra nelle mani di pochi. I proprietari terrieri da sempre hanno foraggiato economicamente l’ultradestra colombiana, che al tempo stesso vede con terrore l’eventuale riconoscimento ed estensione delle Zonas de Reservas Campesinas, lo strumento giuridico dei contadini per ottenere il diritto alla terra. Al contrario, crede fortemente nella pace anche il Movimiento de Víctimas de Crímenes de Estado (Movice), che solidarizza con i familiari delle vittime delle Farc, ma al tempo stesso chiede giustizia per i crimini commessi dallo stato. Tra questi rientra sicuramente il caso dei falsos positivos, i circa duemila civili assassinati e presentati come guerriglieri caduti in combattimento e di cui è responsabile l’attuale presidente Juan Manuel Santos, che nonostante abbia annunciato da tempo la sua partecipazione alla marcia del 9 aprile e sia protagonista dei colloqui di pace, all’epoca dei fatti era il ministro degli interni di Álvaro Uribe. Il processo di pace passa  anche dal rafforzamento dello stato di diritto in un paese dove l’impunità regna sovrana e i maggiori poteri dello stato si sono resi protagonisti, per primi, dei peggiori crimini. I responsabili delle violazioni dei diritti umani dovrebbero essere processati e puniti, per questo il Movice propone che dai colloqui de L’Avana esca una Comisión de la Verdad per il chiarimento storico in grado di recepire più informazioni possibili, garantisca le riforme costituzionali, assicuri  i diritti della società colombiana e abbia la capacità di individuare le responsabilità dello stato e quelle della guerriglia. Inoltre, prosegue il Movice, tutti gli archivi dell’intelligence in cui sono riportati i crimini di guerra devono essere resi pubblici per contribuire alla costruzione di una memoria storica del conflicto armado ed essere utilizzati durante lo svolgimento dei processi. Allo stesso modo, dovrebbero essere resi noti i documenti dell’esercito in cui i movimenti sociali e, più in generale, gli oppositori, sono qualificati come il nemico interno. Senza questi presupposti il processo di pace rischia di compiersi solo in parte, con la smobilitazione della guerriglia, ma senza che cessino le violazioni dei diritti umani. Del resto, le formazioni paramilitari di destra hanno deposto le armi solo apparentemente, si sono riciclate sotto altre sigle e godono tuttora di numerosi appoggi tra i politici colombiani.

Poco prima che fosse dichiarata la sospensione dei colloqui di pace, governo e guerriglia avevano lasciato intendere che c’erano stati dei progressi sulla questione agraria: un primo passo per far terminare un conflitto che si protrae da oltre mezzo secolo. 

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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