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Nelson Giraldo Posada era il leader del movimento contro le dighe

Colombia: in memoria di un lottatore sociale ucciso dallo stato

La centrale idroelettrica di Hidrotuango inonderà decine di municipi
25 settembre 2013 - David Lifodi

internet La centrale idroelettrica colombiana di Hidrotuango deve ancora essere ultimata, eppure è già responsabile di sgomberi forzati, impoverimento delle comunità e, dallo scorso 17 settembre anche di un omicidio politico. Nelson Giraldo Posada, 31 anni, uno dei leader del Movimiento Ríos Vivos, da tempo in lotta per scongiurare l’edificazione della diga, è stato ucciso con alcuni colpi di arma da fuoco e poi sgozzato.

Il megaprogetto della centrale di Hidroituango, da cui è scaturito uno dei più grandi conflitti ambientali in Colombia, è portato avanti da Empresas Púlicas de Medellín (Epm), ma a beneficiarne saranno anche le imprese private, su tutte la brasiliana Camargo Correa, già detentrice del 55% delle azioni della diga: a farne le spese i soliti noti, dalle comunità indigene ai piccoli agricoltori, che corrono il rischio di trasformarsi in sfollati ambientali. Quando il progetto sarà ultimato, la centrale raggiungerà un’altezza di 225 metri, sarà collocata sopra il Río Cauca, uno dei corsi d’acqua più importanti del paese, inonderà almeno 3800 ettari di terreno e le otto turbine produrranno 2400 megawatt di energia. Nelson Giraldo Posada si batteva contro questo scempio e per evitare che pescatori artigianali, contadini e la gente dei municipi di Ituango, Valle Toledo e di tutti i paesi a nord del dipartimento di Antioquia fossero sommersi dall’acqua. Il portavoce del Movimiento Ríos Vivos faceva parte di quel gruppo di ribelli che dallo scorso marzo si erano rifugiati all’Universidad di Antioquia, accuditi da studenti e docenti che si erano presi cura di loro organizzando raccolte di generi alimentari per poter contribuire al loro sostentamento. Il 9 settembre il Tribunal Superior di Medellin si era espresso a favore degli afectados del Movimiento Ríos Vivos, ingiungendo la protezione nei confronti dei membri del movimento entro un tempo massimo di sei giorni: la maggior parte dei rifugiati era stata oggetto di minacce di morte e di veri e propri attentati. Il desiderio di ritornare nella sua comunità prima che venissero effettivamente concesse delle misure di protezione reali è costato la vita a Nelson Giraldo Posada, il cui corpo è stato ritrovato sulle rive del Río Cauca, nel municipio di Ituango. Nelson è l’ennesima vittima dei megaprogetti imposti in Colombia a livello di centrali idroelettriche ed estrazione mineraria, mentre resta lontano l’accordo tra il presidente Juan Manuel Santos e i movimenti contadini che lo scorso 19 agosto hanno lanciato il paro agrario, così come ad una fase di stallo sembrano essere giunti i colloqui di pace a L’Avana tra la delegazione governativa e quella delle Farc. Proprio la zona dove sorgerà la centrale idroelettrica di Hidroituango rappresenta uno dei territori in cui maggiore è stata la presenza delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, e per questo infestata sia dall’esercito sia dai paramilitari che intendevano bloccare l’espansione della guerriglia. Se la diga di Hidroituango serve allo stato per scatenare la guerra contro di noi, dicono i campesinos, se ne assumano la responsabilità a livello sociale e politico. Fin dagli anni ’80 le dighe sono servite allo stato per militarizzare il territorio e risultano poco credibili le promesse di risarcimento che Epm ha garantito alle comunità costrette ad abbandonare le loro abitazioni, così come lascia il tempo che trova la tanto sbandierata responsabilità sociale d’impresa a cui avrebbe aderito la stessa Epm. Il piano di protezione delle comunità minacciate e dei loro leader è stato disatteso in primo luogo da uno stato che offre la pacificazione, ma al tempo stesso intende dettare e imporre le sue condizioni: è emerso con chiarezza nei negoziati di pace a L’Avana e nel muro contro muro del paro agrario, dove l’unico impegno garantito è quello di tutelare i monopoli transnazionali. Gli omicidi di stato legati alla costruzione delle dighe in Colombia non sono una novità: Adíos Río, il libro curato dai giornalisti César Rodríguez Garavito e Natalia Orduz Salinas, racconta l’assassinio politico di due attivisti della comunità indigena dell’Alto Sinú (dipartimento nord-occidentale di Córdoba) che all’inizio degli anni ’90 lottavano contro la costruzione della centrale idroelettrica di Urrá. In generale sembra che siano almeno sette milioni i colombiani costretti ad abbandonare le loro terre per far posto ai progetti minerari o alla costruzione delle dighe: l’unico desiderio di Nelson Giraldo Posada era quello di abitare dove aveva sempre vissuto e, come tanti altri prima di lui, lo ha pagato caro.

Il diritto alla terra, all’istruzione, alla salute, alla casa e il riconoscimento politico del campesinado in Colombia restano ben lontani dall’essere raggiunti. 

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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