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Oltre la metà dei cileni rifiuta il duopolio institucional e diserta le urne

Cile: Bachelet alla Moneda, ma vince l’astensione

Batosta per la destra pinochettista
16 dicembre 2013 - David Lifodi

 

internet Come ampiamente previsto, Michelle Bachelet ha “trionfato” nel ballottaggio per la Moneda svoltosi ieri: con il 62%, la candidata di Nueva Mayoría ha avuto facilmente ragione di Evelyn Matthei, fermatasi poco sopra al 37% e sulla quale la destra non nutriva alcuna speranza. Sulla vittoria di Bachelet pesa comunque un alto astensionismo (quasi il 60% dei cileni non si è recato alle urne) ed una serie di nodi assai difficili da risolvere, per cui si tratta di un successo dimezzato sotto diversi punti di vista. Per la destra, si tratta del risultato peggiore da almeno venti anni a questa parte.

L’alta percentuale di astenuti era già stata prevista da numerosi analisti politici ed auspicata da una buona parte della sinistra sociale. La direttrice di Corporación Latinobárometro, Marta Lagos, dice che in Cile le aspettative generatesi dopo la fine della dittatura non hanno mai avuto risposta: anche sotto la presidenza di Michelle Bachelet, così come durante il suo primo mandato, le istanze sociali continueranno ad essere rivendicate. Una vera trasformazione, ad opera dei vari governi e presidenti succedutisi alla Moneda, di fatto non c’è mai stata, così come la sinistra non è stata in grado di mettere in atto un programma realmente progressista. In questo contesto, ha svolto un ruolo predominante anche quella Costituzione pinochettista sulla quale Michelle Bachelet ha detto di voler mettere mano, anche se in modo vago. Ad esempio, il binominalismo di certo non ha contribuito ad avvicinare i cileni alla politica, anzi, si è prodotta una forte crisi della rappresentanza, questo perché almeno la metà degli elettori non si riconosceva nei blocchi di centrosinistra (l’attuale Nueva Mayoría) e destra (Alianza por el Chile), percepiti da molti elettori come el duopolio institucional, anche perché su molti temi chiave entrambi gli schieramenti sono stati assai ambigui: è per questo che la sinistra sociale, a partire dalla rivista militante di analisi politica, Punto Final, si è convinta che “astenersi significa votare per un cambio di sistema”. Ciò che lascia assai perplessi, nella campagna di Michelle Bachelet, è che in un paese al quinto posto per la disuguaglianza economica nel continente latinoamericano, la presidenta ha ripetuto, così come nelle presidenziali del 2006, che avrebbe lavorato “per mantenere la stabilità macroeconomica e la convergenza con gli Stati Uniti”. Questo significa che non ci saranno cambiamenti sostanziali nella politica economica cilena, in un paese che è ritenuto da primo mondo, tanto da essere definito el Tigre latinoamericano, ma ha almeno metà dei suoi abitanti che, sotto la presidenza Piñera, non è riuscito ad avere l’accesso al Fondo de Jubilación. È altrettanto significativo che i rappresentanti delle più influenti istituzioni neoliberiste, a partire dal J.P. Morgan Latin American Equity Research Center, siano rimasti “positivamente sorpresi” dal programma moderato di Michelle Bachelet, “che si identifica, sotto molti aspetti, nel libero mercato”. Gli stessi imprenditori cileni hanno sostenuto che “Michelle non è Evo”, riferendosi al presidente boliviano Morales e alle sue nazionalizzazioni. Per questo il movimento studentesco ha sostenuto polemicamente che la Nueva Mayoría rappresenta soltanto un restyling della vecchia Concertación e che “i prossimi anni saranno di lotta e di organizzazione”. Il compito dei quattro leader studenteschi eletti (Gabriel Boric, Karol Cariola, Giorgio Jackson e Camila Vallejo), sarà quello di spostare a sinistra l’asse dell’esecutivo Bachelet:  in questo contesto, almeno al primo turno, va sottolineato il buon risultato della cosiddetta bancada alternativa, tra la quale possono essere annoverati proprio gli esponenti del movimento universitario. Contemporaneamente, non si può non notare la differenza minima di voti guadagnati da Michelle Bachelet tra il primo turno delle presidenziali del 2005  e quelle dello scorso novembre. Allora la Michelle ottenne 3 milioni e 120 mila voti, oggi 3 milioni e 70 mila voti: in pratica, non è mai riuscita a sfondare completamente tra l’elettorato cileno. Queste elezioni potrebbero comunque passare alla storia anche per il naufragio del pinochettismo, già emerso al primo turno con la sconfitta, tra gli altri, di Alberto Cardemil (già sottosegretario agli Interni durante la dittatura) e di altri due senatori della destrissima Udi (Unión Democrata Independiente) a scapito di due esponenti della destra più presentabile, quella di Renovación Nacional, che invece, nel corso di primarie molto discusse, aveva dovuto ingoiare il rospo ed accettare la candidatura imposta di Evelyn Matthei. Un esempio del conflitto in corso all’interno della destra è stato  l’entusiasta sí, se puede, pronunciato dal leader di Renovación Nacional, di fronte al mediocre risultato di Evelyn Matthei, che comunque le ha consentito di costringere al ballottaggio Michelle Bachelet.  Sembra, inoltre, che dalle fila della Udi non sia uscito alcun candidato presentabile in vista delle presidenziali del 2017. Per la prima volta, nel corso della storia politica cilena, si sono affrontate due donne, ma nonostante tutto il paese continua a mantenere un orientamento fortemente machista. Ad esempio, sempre per rimanere nel campo della destra, Evelyn Matthei nel corso del primo turno ha ottenuto meno voti di esponenti di peso maschi, ad esempio Allamand, che avrebbe dovuto sfidare Michelle Bachelet al posto di Matthei, segno del machismo che contraddistingue quantomeno l’elettorato conservatore. Del resto Nueva Mayoría, la coalizione della presidenta, contava fin dall’inizio su una figura ben definita come quella di Michelle Bachelet, ma attualmente in tutto il paese le donne con incarichi politici non raggiungono il 16%. Nella campagna elettorale per il ballottaggio ci sono state molte polemiche per l’appoggio del candidato del Partido Verde, Alfredo Steir (al 2,8% al primo turno), a Michelle Bachelet, in cambio di un suo probabile incarico nell’esecutivo della presidenta come ministro dell’Ambiente. Tra i primi a risentirsi i rappresentanti dei movimenti ecologisti,che accusano Michelle Bachelet, nel corso della sua precedente presidenza, di aver aperto le porte del paese alla multinazionale leader del transgenico, Monsanto, e alla sua partecipata cilena Von Baer, a scapito delle coltivazioni dei contadini. La campagna Yo No Quiero Transgénicos en Chile ha evidenziato che Alvaro Rojas, ministro dell’Agricoltura nel primo esecutivo Bachelet, avrebbe promosso la soia transgenica come un valore aggiunto per uscire dalla crisi del settore agrario. E sempre i movimenti ambientalisti chiedono adesso alla Bachelet un impegno reale per la tutela della sovranità alimentare, dell’agricoltura familiar campesina e della produzione agroecologica, tutti aspetti rimasti fuori dalla campagna elettorale. Va ricordato anche, proseguono le organizzazioni ambientaliste, che il decreto del 26 aprile 2000, incentrato sul no al transgenico, fu poi ritirato dalla stessa presidenta, allora ministro della Sanità sotto la presidenza di Ricardo Lagos, a seguito delle forti pressioni della lobby imprenditoriale.

Come ha scritto Gennaro Carotenuto, uno tra i maggiori esperti italiani del Latinoamerica, sul suo blog, per Michelle Bachelet “il bis non sarà rose e fiori”.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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