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Il professor Angelo d’Orsi riflette sulla grandezza e sulle contraddizioni del Brasile

Alfabeto brasileiro: 26 parole per riflettere sulla nostra e l’altrui civiltà

Il volume è arricchito da un foto-reportage di Eloisa d’Orsi
7 gennaio 2014 - David Lifodi

Ediesse Il sottotitolo di Alfabeto Brasileiro, il volumetto del professor Angelo d’Orsi tratto dagli appunti del docente dell’Università di Torino di ritorno da un viaggio di studi in Brasile, è particolarmente azzeccato: 26 parole per riflettere sulla nostra e l’altrui civiltà. Dedicando ciascuna lettera dell’alfabeto italiano ad un aspetto di quel continente a se stante che è il Brasile, d’Orsi racconta in maniera colloquiale e invitante la vita del gigante dell’America Latina e della sua gente.

Il professore di Storia del pensiero politico dell’Ateneo torinese chiarisce che il suo lavoro non vuol essere quello di produrre una guida che serva per invogliare il lettore a partire immediatamente per il Brasile, quanto, piuttosto, invitarlo a riflettere sulla complessità brasiliana e sulle sue contraddizioni, a partire dalla crescita economica galoppante, che ha portato il paese a svolgere un ruolo di primo piano all’interno dei Brics, ma ad essere al tempo stesso una terra di fortissime disuguaglianze sociali. Pubblicate a puntate sul quotidiano il manifesto tra agosto e settembre del 2012, le considerazioni di Angelo d’Orsi hanno rappresentato una finestra di osservazione e analisi privilegiata per i lettori “manifestini”, fino alla trasposizione in forma ampliata, rivista e arricchita di nuove riflessioni, sull’Alfabeto Brasileiro pubblicato dalla casa editrice Ediesse. Il libro si legge tutto d’un fiato, attraverso una serie di fili rossi che legano assieme politica, cultura, società e natura di un paese che il professore definisce, a buon diritto, una miscigenação di etnie. Si scopre allora che gli italianos emigrati in Brasile nel tardo Ottocento rappresentarono la comunità migrante numericamente più forte del paese, ma al tempo stesso furono coloro che sostituirono gli schiavi  dopo l’abolizione dell’escravage avvenuta nel 1888 ad opera della reggente Isabella. Ritenuti buoni lavoratori, gli italiani furono assunti molto più volentieri dai grandi proprietari rispetto alla popolazione di origine africana, considerata “scansafatiche”, secondo il principio di un razzismo che ancora oggi è stato tutt’altro che debellato, come testimoniano le giuste rivendicazioni degli afrodiscendenti. Questa è una storia dimenticata, come evidenzia d’Orsi, ed il suo merito sta proprio nello scovare tante vicende seppellite dalla storia, a partire da una certa storiografia pretestuosa che considera “tiepido” il ventennio della dittatura instaurata nel 1964 perché sono stati assassinati “solo” qualche migliaio di oppositori politici rispetto alla spietatezza dei militari argentini e cileni, come argomenta strumentalmente il giornalista conservatore Leandro Narloch. Inoltre, d’Orsi ha il merito di far emergere personaggi storici poco conosciuti, quantomeno in Italia, e che invece meriterebbero una maggiore considerazione, dal disertore dell’esercito (dove aveva i gradi di capitano) Carlos Lamarca, ucciso dalla dittatura per essersi unito alla guerriglia, a Zumbi, lo Spartaco brasiliano vissuto nella seconda metà del XVII e che organizzò la resistenza del Quilombo dos Palmares prima di essere fatto fuori. E ancora, Vladimir Herzog, giornalista di origine ebraica torturato e poi ucciso dal regime, giunto in Brasile dalla sua Croazia, dalla quale era fuggito con la famiglia proprio per sottrarsi alle persecuzioni nazifasciste. Anche gli aspetti a prima vista più folcloristici, dal samba alla rinomata bellezza delle donne brasiliane, vengono trattati sotto un punto di vista storico, antropologico e culturale, smentendo così tutti quei luoghi comuni che la grande stampa riserva troppo frettolosamente al Brasile, segno della sciatteria e della faciloneria che imperversa soprattutto nei media mainstream. Ad esempio, d’Orsi evidenzia che la parola samba deriva da un verbo congolese che significa “adorare”, “implorare” e che l’autore degli anni Trenta Renato de Medonça l’aveva definita “danza dei negri”, proprio perché la parte negra del paese doveva godere della stessa considerazione di quella bianca. Quanto alle donne, in quanti conoscono, ad esempio, la “marcia delle margherite”, promossa dalle donne impiegate nei lavori rurali e forestali, che si tiene ogni anno in onore di Margarida Alves, sindacalista uccisa nel 1983 dai padroni degli zuccherifici di Paraiba? Lo stesso accade per la loucura del futebol, definito Veneno Rémedio secondo il libro di José Miguel Wisnik e da d’Orsi un mezzo “per tentare di superare le differenze etniche… e le distanze sociali tra ricchi e poveri”. Il docente dell’Ateneo torinese dedica, inoltre, almeno due lettere del suo alfabeto al grande tema della terra e delle risorse naturali, entrambe connesse alla violenza depredatrice della finanza mondiale, che agisce, per il lavoro sporco, tramite le milizie private dei fazendeiros (responsabili dell’assassinio di Chico Mendes e del massacro di Eldorado  dos Carajás del 1996, nel quale furono uccisi 19 sem terra)  e la polizia militare che agisce per ordine di uno stato ancora troppo debole o comunque non intenzionato ad intervenire quando si tratta di tutelare le comunità indigene, i contadini senza terra o i movimenti urbani, come testimoniato da Tropa de elite, il film di José Padilha vincitore dell’Orso d’oro a Berlino nel 2007.  Angelo d’Orsi riflette però sulla natureza anche in una prospettiva di più ampio respiro, legata all’essenza stessa della natura, a quei territori sconfinati (dall’Amazzonia alla sterminata pianura alluvionale del Pantanal) che non dovrebbero avere la funzione di “serbatoio a cui attingere ad libitum et ad infinitum”. Infine, tra i tanti spunti degni di nota che offre l’Alfabeto brasileiro, non può mancare uno sguardo al sistema universitario, particolarmente effervescente dal punto di vista accademico e studentesco, come ha sperimentato di persona lo stesso professor d’Orsi nei principali atenei del paese. Ad esempio, presso l’Universidade de São Paulo (Usp), che può vantare, nel corso della sua storia, docenti quali Fernand Braudel  e Sergio Buarque de Hollanda, così come presso l’Universidade Estadual de Campinas, e un po’ in tutte le università del paese, viene concesso ampio spazio alle iniziative culturali studentesche, ma soprattutto gli atenei pubblici sono gratuiti per tutti. Infine, il volume è arricchito dal foto-reportage di Eloisa d’Orsi, figlia del docente e risalente al 2003, frutto di un viaggio in Brasile in occasione della sua tesi di dottorato su una comunità indigena.

Tra le foto ne spicca una, quella della copertina del libro, dove si vede una persona di fronte all’immensità del mare, esso stesso simbolo della grandezza, degli eccessi, delle contraddizioni e della bellezza di quel quinto continente che è il Brasile.

 

Alfabeto brasileiro

di Angelo d’Orsi

Ediesse s.r.l., 2013, Roma

Pagg. 239

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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