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La sfida dei senza terra nel trentennale della loro nascita

Brasile: il sesto congresso del Movimento Sem Terra all’insegna della riforma agraria

La sfida dei senza terra nel trentennale della loro nascita
17 febbraio 2014 - David Lifodi

foto Giulio Di Meo - congresso Mst/1 Ha senz’altro ragione Bernardo Mançano Fernandes, geografo e docente universitario, ad affermare sulla rivista Carta Capital che i 30 anni del Movimento Sem Terra rappresentano un indice eccellente della democrazia brasiliana. L’esistenza del campesinato come soggetto politico che rivendica il diritto alla terra è un aspetto significativo della democrazia del gigante dell’America Latina, così come lo è il rifiuto dei contadini senza terra di sottoporsi ai dettami del neoliberismo altrettanto presenti ai vertici delle massime istituzioni del paese.

Il sesto congresso nazionale del Movimento Sem Terra, svoltosi a Brasilia dal 10 al 14 febbraio scorso, ha radunato oltre 15mila militanti dell’Mst di fronte ad una platea di oltre duecento invitati provenienti da tutto il mondo all’insegna del motto Lutar, construir Reforma Agrária Popular. È proprio all’insegna della riforma agraria, ma anche delle trasformazioni sociali avvenute nell’ultimo trentennio, che il Mst ha celebrato il suo trentennale, denunciando ancora una volta gli effetti nefasti dell’agronegozio, proponendo soluzioni per un’agricoltura sostenibile che significa anche trasformare la lotta per la terra in lotta per la difesa della sovranità alimentare, ed evidenziando che la relazione agrobusiness-campesinos sarà ineluttabilmente a sfavore di quest’ultimi. Il Movimento Sem Terra era nato nel gennaio 1984 come erede delle Ligas Camponesas scomparse con l’avvento della dittatura militare nel 1964. Fu negli ultimi anni del ventennio del regime, a fine anni ’70, che si formò il primo embrione di uno dei movimenti sociali più influenti e rispettati di tutto il continente latinoamericano. Adesso, dopo 30 anni, i Sem Terra lanciano la loro sfida, quella di resistere come contadini in una società capitalista globalizzata che vuol imporre un sistema agricolo-industriale-mercantile-economico –tecnologico in grado di spazzare via qualsiasi forma di opposizione sociale, solidale e comunitaria, in Brasile come altrove. Di certo, ciò che è rimasto intatto da quando il Movimento Sem Terra ha fatto irruzione sulla scena politica del paese, è stato l’odio dei grandi mezzi di comunicazione borghesi. Ad esempio, per rimanere al congresso del movimento, la grande stampa l’ha volutamente ignorato, come se non ci fosse: semplicemente, i Sem Terra in Brasile non devono esistere. Eppure è un po’ difficile far sparire dalle cronache un movimento presente in 24 stati del paese, i suoi oltre 1500 assentamentos dove vivono 150mila famiglie di contadini senza terra, le circa 2500 occupazioni a partire dal 1984 e le duemila scuole sorte sugli insegnamenti di un pedagogista e teorico dell’educazione come Paulo Freire, per non parlare delle numerose collaborazioni in ambito agrario con alcune tra le più prestigiose università brasiliane. Tutto ciò rappresenta un altro tipo di latifondo, denunciano i Sem Terra, in questo caso non di carattere terriero, ma mediatico. Ancora peggio, a livello comunicativo, ha fatto l’Estadão, uno dei quotidiani maggiormente legati alla bancada ruralista: in un recente editoriale era scritto che il Mst attraverserebbe una forte crisi identitaria e sarebbe vicino alla sparizione. Esclusa la pochezza di argomenti quasi imbarazzante di Estadão e altri quotidiani vicini all’estabilishment terrateniente, il Movimento Sem Terra negli ultimi anni sta effettivamente attraversando un periodo travagliato, ma a causa di attori politici in teoria amici o comunque non antipatizzanti a priori, e che invece hanno paralizzato il processo di espropriazione delle terre. João Pedro Stédile, uno degli storici portavoce dell’Mst, sostiene che sotto Dilma Rousseff  l’insediamento delle famiglie Sem Terra si è praticamente bloccato, ancor più che sotto la presidenza di Lula.


foto Giulio Di Meo - congresso Mst/2 Con Dilma, spiega Stédile, sono state insediate soltanto 4700 famiglie in tutto il paese. Una miseria: alla fine il maggior numero di insediamenti era avvenuto, paradossalmente, tra il 1995 e il 2002 sotto la presidenza di Fernando Henrique Cardoso (anche se in molti assentamentos di quel periodo non sono state ancora costruite le case e manca l’energia elettrica), anni drammatici per la violenta repressione dello stato nei confronti del movimento.  Su tutti, i massacri di Eldorado dos Carajás (17 aprile 1996), Felisburgo (20 novembre 2004) e quello della fazenda Boa Sorte (7 febbraio 1998), quando le milizie paramilitari dell’União Democrática Ruralista (Udr) assaltarono 70 famiglie sem terra a Marilena, nel nordest del Paraná. I ruralistas erano legati a doppio filo proprio con il governatore dello stato del Paraná, jaime Lerner. Il proprietario della fazenda, così come le guardie armate e il presidente dell’Udr, pur essendo stati condannati, sono ancora a piede libero grazie a vari escamotage. È per evitare pagine drammatiche come questa che il Movimento Sem Terra vuol rimettere la riforma agraria al centro dell’agenda politica, ma non sarà facile considerando l’opposizione a prescindere della bancada ruralista, trasversale agli schieramenti politici e che al Congresso può contare su oltre duecento rappresentanti. Durante la presidenza di Dilma Rousseff, lamentano i Sem Terra, la riforma agraria sta vivendo una fase di impasse totale e, senza il verificarsi di quest’ultima, difficilmente potranno essere raggiunti gli obiettivi della giustizia sociale e della sovranità alimentare. In questo contesto, a Brasilia, sono riecheggiate le parole del presidente Jango (João Goulart), che in occasione del primo congresso dei lavoratori, nel 1962, aveva posto le basi per la riforma agraria, prima di essere dimissionato, nel 1964, dal regime militare che prese il potere. Di fronte ad un Planalto ostaggio del capitale internazionale (così i Sem Terra, di recente, hanno definito la presidenza Rousseff), il Mst scommette sulla saldatura tra le lotte dei movimenti urbani e quelle delle organizzazioni sociali contadine, dai popoli indigeni ai piccoli proprietari fino a tutte le realtà auto organizzate del paese. L’unità dei movimenti è indispensabile in vista del settembre 2014, mese nel quale i senza terra hanno intenzione di lanciare un grande referendum popolare per la realizzazione di una nuova assemblea costituente per una vera riforma politica del paese. Nel mezzo i mondiali di calcio della prossima estate: anche l’Mst ha aderito alla protesta del giugno 2013, nata però dalle molteplici resistenze urbane delle metropoli. In quella circostanza, evidenzia la direzione del movimento, non sono state raggiunte conquiste reali (aldilà della sospensione degli aumenti del biglietto degli autobus, la scintilla da cui si era scatenata la sollevazione), ma la politica è tornata nelle strade e si è riappropriata delle piazze per dibattere sui cambiamenti sociali maggiormente urgenti e necessari. Il Movimento Sem Terra è convinto che le mobilitazioni aiutino e diano impulso al dibattito politico nella società: la destra brasiliana non ha una base sociale militante e nemmeno gli argomenti per portare in strada milioni di persone: “Nessun cambio sociale è avvenuto nella storia dell’umanità senza che ci sia stata una mobilitazione popolare”.   

Auguri, Mst!

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it.
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

Foto di Giulio Di Meo, autore del libro fotografico "Pig Iron"
http://www.giuliodimeo.it/
http://www.pigiron.it/

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