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Il giornalista ed ex-guerrigliero Cid Benjamin ripercorre il ventennio che vide i militari al potere dal 1964 al 1985

Brasile: il libro Gracias a la vida: Memórias de um militante denuncia i soprusi della dittatura brasiliana

Un’altra rivelazione viene dal Jornal do Brasil: Juscelino Kubitschek fu ucciso dai sicari del regime
10 marzo 2014 - David Lifodi

internet Una certa storiografia di orientamento revisionista tende ad edulcorare il regime militare che governò in Brasile dal 1964 al 1985: si prende spunto, in maniera pretestuosa, dal dramma degli avvenimenti argentini e cileni per avvalorare l’assunto in base al quale nel paese verdeoro si sarebbe installata una dittatura piuttosto blanda e assai diversa dalla macelleria dei paesi vicini. Al contrario, queste tesi sono smontate dal giornalista brasiliano Cid Benjamin: nel suo libro, Gracias a la vida: Memórias de um militante (Ed. José Olympio), vengono descritti gli aspetti più odiosi del regime, a partire dal famigerato Ato Institucional número 5, in vigore fino al 1974 e conosciuto familiarmente come AI-5.

Cid Benjamin non è solo un giornalista, è stato un militante attivo della guerriglia del Movimento Revolucionario 8 de Outubro (MR-8), sorta per rovesciare la dittatura, e fu il protagonista, insieme ad altri suoi compagni, del clamoroso rapimento dell’ambasciatore statunitense in Brasile Charles Burke Elbrick, avvenuto nel 1969. Nel 1970 Benjamin fu catturato dai militari e torturato, fin quando non fu costretto a riparare in esilio prima in Algeria e poi in Messico, Cuba, Cile e Svezia, prima di ritornare in Brasile nel 1979. Coordinatore della prima campagna elettorale per spingere Lula al Planalto nel 1989, già tra i fondatori del Partido dos Trabalhadores (Pt), attualmente docente universitario di "Realidade Sócio-Econômica e Política" a Rio de Janeiro e candidato alcuni anni fa per il Partido Socialismo e Liberdade (Psol), Cid Benjamin ha rilasciato una lunga intervista al quotidiano Brasil de Fato in cui non si limita a parlare del suo libro, ma riflette sull’AI-5, uno dei decreti più illiberali varato dai militari. Cid ricorda che l’ Ato Institucional número 5 entrò in vigore nel dicembre 1968, nel momento in cui la dittatura aveva cominciato a divenire più dura. L’AI-5 permetteva la censura previa della stampa, autorizzava le perquisizioni senza obbligo di mandato, permetteva il licenziamento dei funzionari pubblici sgraditi al regime e, più in generale, concedeva ai militari la possibilità di attuare qualsiasi forma di arbitrio, a partire dalla cancellazione dell’habeas corpus per coloro che erano accusati di crimini politici. Fu soprattutto quest’ultimo aspetto, nell’ambito dell’AI-5, che di fatto autorizzava il regime a torturare gli oppositori politici catturati dalla polizia e ridurli allo status di prigionieri. Inoltre, lo stesso AI-5 invitava alla delazione e aveva abolito qualsiasi garanzia dal punto di vista legale. Cid Benjamin racconta che quando fece il suo ingresso nella sala delle torture del carcere di Doi-Codi, a Rio de Janeiro, trovò due scritte inquietanti, da cui ne dedusse che la tortura si era ormai trasformata in una politica di stato: “Qui l’avvocato entra soltanto come prigioniero” e “Questo è il luogo dove il figlio piange e la madre non vede”. Il giornalista brasiliano, a questo punto, fa un salto nell’attualità: se gli effetti dell’AI-5 e della tortura di stato non si fossero trascinati, nei fatti, fino ai giorni nostri, non ci sarebbe stato il caso Amarildo. Il riferimento è alle proteste che nel luglio 2013 hanno attraversato Rio de Janeiro con l’obiettivo di rovesciare il governatore Sérgio Cabral. In quella circostanza il muratore Amarildo de Souza (47 anni) è stato prelevato  dagli agenti dell’Unidade de Polícia Pacificadora (Upp), le forze di sicurezza che operano nelle favelas, e da quel momento si è trasformato in un desaparecido della democrazia brasiliana. Secondo Jailson de Souza Silva, direttore dell’Osservatorio sulle Favelas, i militari brasiliani, dalle Upp all’esercito, non hanno mai cessato di esercitare azioni violente: “In Brasile ci sono almeno cinquantamila casi di desaparecidos ancora non chiariti”.  “Un paese che non conosce il suo passato”, spiega Cid Benjamin, “è condannato a commettere gli stessi errori”. E proprio riguardo all’oscuro ventennio dei militari, solo pochi mesi fa è venuta a galla la verità sulla morte di Juscelino Kubitschek, presidente del paese dal 1956 al 1961. Noto per aver promosso la costruzione dell’attuale capitale del paese, Brasilia, tra la fine degli Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, l’ormai ex presidente morì il 22 agosto 1976 in quello che è stato da sempre ritenuto come un semplice incidente di auto. In realtà, il Jornal do Brasil ha rivelato quanto emerso da un rapporto della Comissão Verdade che indaga sulla dittatura militare: l’autista di Kubitschek fu colpito da una pallottola alla testa mentre stava guidando sulla rodovia Presidente Dutra all’altezza della città di Resende (stato di Rio de Janeiro). L’autista, Geraldo Ribeiro, perse il controllo del mezzo a seguito di un proiettile sparatogli da un auto che si era affiancata a quella su cui viaggiava Juscelino Kubitschek, andando a sbattere contro una macchina che proveniva in direzione opposta. Il governo militare voleva impedire che in Brasile tornasse la democrazia, peraltro sottoforma di un presidente dalle politiche assai moderate, per questo, per fingere che si fosse trattato di un incidente fortuito, i sicari nascosero il corpo dell’autista.

Ancora convinti che la dittatura militare possa essere definita blanda e tutto sommato più presentabile nel Cono Sur degli anni Settanta e Ottanta?

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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