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Il caso del giornalista Paulo López, arrestato e torturato dalla polizia

Paraguay: la libertà di stampa imbavagliata dal latifondo mediatico

López è stato licenziato da Abc Color e adesso lavora per il quotidiano di controinformazione E’a
4 maggio 2014 - David Lifodi

internet Lo scorso 26 aprile il Sindicato de Periodistas de Paraguay (Spp) ha ricordato con una marcia Santiago Leguizamón, il giornalista ucciso dai narcotrafficanti nel 1991. Nell’occasione, il sindacato ha ricordato le violazioni dei diritti fondamentali dei giornalisti sul posto di lavoro, in particolare quelle commesse da parte dei proprietari dei quotidiani Abc Color, Última Hora e La Nación, ma soprattutto quanto accaduto a Paulo López, il reporter arrestato, torturato e poi rilasciato dalla polizia all’inizio di gennaio.

In Paraguay la situazione della libertà di stampa è drammatica: il paese si trova agli ultimi posti della classifica a livello continentale e, solo nell’ultimo anno, sono stati registrati almeno trenta licenziamenti di giornalisti senza giusta causa. In particolare, il Sindicato de Periodistas de Paraguay ha evidenziato la totale mancanza della libertà di espressione, la crescente precarietà lavorativa ed una discriminazione sindacale quotidiana: chi è affiliato ad un sindacato, nel migliore dei casi, viene declassato a svolgere mansioni dequalificate, una sorta di anticamera del licenziamento. E ancora, i giornalisti non hanno diritto all’assistenza medica e a maturare i contributi utili alla pensione: questo trattamento è riservato ai reporter non allineati con gli oligopoli mediatici che gestiscono l’informazione nel paese. Ad esempio, Abc Color è di proprietà dell’imprenditore Aldo Zuccolillo: il suo quotidiano è sorto sotto la dittatura stronista e da sempre è stato vicino al regime. Il primo giorno in cui il giornale andò in stampa, Zuccolillo dichiarò: “Sarà un gran quotidiano al servizio di un grande governo”. Lo stesso Abc Color, nel corso degli anni che hanno caratterizzato la più longeva dittatura dell’America Latina, dal 1954 al 1989, ha esaltato la presidenza Stroessner, appoggiandone la repressione come mezzo necessario per sconfiggere il comunismo e lodandone provocatoriamente la politica dei “diritti umani”. Del resto, tutto ciò non sorprende: la famiglia Zuccolillo è sempre stata nella cerchia del dittatore paraguayano, tanto che uno dei suoi figli nel 1974 sposò la figlia di Stroessner e, nel 1980, divenne ambasciatore del paese in Inghilterra. Non sono da meno, nel campo delle violazioni dei diritti sindacali e della libertà di stampa, Última Hora e La Nación, in mano ai gruppi Multimedia e Vierci, che hanno dato vita ad una sorta di redazione unica per entrambi i quotidiani in modo tale da bypassare l’obbligo di applicare il contratto collettivo: tutto ciò obbliga i giornalisti a lavorare per due quotidiani percependo però un unico salario. Il Sindicato de Periodistas de Paraguay ha chiesto allo stato maggiori garanzie nell’esercizio della professione, ma sarà difficile che possa ottenere qualcosa: solo nell’ultimo periodo, Julio Franco de Luz Bella ha ricevuto minacce da parte dell’oligarchia sojera ed Elías Cabral è stato minacciato apertamente di morte, per il caso Curuguaty, dal consigliere comunale Julio Colman. Tuttavia, l’episodio più grave è accaduto lo scorso 3 gennaio, quando Paulo López, giornalista del quotidiano indipendente di contro informazione E’a – Periódico de Interpretación y Análisis, è stato arrestato illegalmente e torturato dalla polizia nella Comisaría Tercera Metropolitana della capitale Asunción, dove si era recato per seguire la situazione di alcuni manifestanti detenuti al termine di un corteo di protesta contro l’aumento del costo del biglietto del trasporto pubblico. Nell’occasione, a Paulo López furono sequestrate la sua agenda personale e la sua macchina fotografica, che non gli sono state mai più restituite. Per quanto paradossale possa sembrare, al giornalista che chiedeva informazioni sui manifestanti arrestati, prima sono arrivate le botte della polizia e poi la detenzione. López è stato preso per la gola e picchiato dagli agenti, uno dei quali, José Jiménez, lo ha ripetutamente colpito con pugni all’occhio destro. Nonostante questo, il commissario Édgar Galeano ne ha ordinato l’arresto perché, secondo lui, intralciava il lavoro della polizia. Quando López è tornato dal centro medico a seguito delle botte ricevute, accompagnato dallo stesso José Jiménez, che lo aveva minacciato durante tutto il tragitto, il giornalista ha scoperto di essere stato incarcerato con l’altrettanto surreale accusa di aver aggredito la polizia. Un certificato medico di dubbia provenienza evidenzia che un poliziotto ha ricevuto una ferita ad uno zigomo, mentre, a proposito della macchina fotografica di López, i militari sostengono che sia caduta di mano, nel corso della colluttazione, allo stesso López.  Nel corso della manifestazione di protesta del Sindicato de Periodistas de Paraguay, a cui ha partecipato anche Paulo López, rimesso in libertà poco dopo lo stato di fermo del 3 gennaio, il giornalista ha riconosciuto tra gli agenti inviati a svolgere servizio di ordine pubblico per la protesta del sindacato, il sottocommissario Jimmy Sosa, uno dei suoi torturatori in commissariato. López lo ha identificato e l’agente è stato vittima di un escrache improvvisato, mentre le grida dei manifestanti del sindacato, fuera el represor!, lo hanno costretto a simulare una finta conversazione telefonica per non dare nell’occhio. Lo stesso Sosa, ha riferito López, lo minacciò facendogli capire che la polizia era a conoscenza di tutti i suoi spostamenti, come testimoniato dal fatto che all’interno del commissariato sapevano che il giornalista utilizzava la bicicletta come mezzo di trasporto. Peraltro, non si tratta del primo impatto di López con i militari paraguayani. Lo scorso 28 ottobre, il giornalista era stato colpito da un proiettile di gomma all’altezza del petto mentre stava fotografando le cariche della polizia contro una manifestazione di protesta nei confronti della Ley de Alianza Público-Privada imposta dal presidente Horacio Cartes, che ha dato luogo ad una pesante ondata repressiva contro i movimenti sociali in tutto il paese. Per far capire il livello di controllo sulla stampa da parte dell’oligopolio mediatico paraguayano, è utile raccontare un altro episodio accaduto allo stesso Paulo López nel luglio 2013, quando il giornalista è stato licenziato da Abc Color, il quotidiano per cui lavorava e di cui è proprietario quell’Aldo Zuccolillo così entusiasta dello stronismo. In occasione di un discorso del presidente cubano Raúl Castro, in cui si evidenziavano le difficoltà del governo cubano sulla strada del cambiamento sociale, Zuccolillo, tramite il direttore della redazione Armando Rivarola, impose al pezzo di López il titolo Castro reconoce vicios y defectos del comunismo. In realtà, Castro non aveva mai pronunciato quella frase, ma, al rifiuto del giornalista di approvare quel titolo, per lui è scattato il licenziamento immediato, senza giusta causa, dopo cinque anni trascorsi al quotidiano Abc Color. Episodi del genere, raccontò allora López, sono frequenti nella stampa paraguayana: la distorsione del discorso di Castro fu solo un pretesto per licenziare il giornalista, che peraltro aveva ascoltato un’intervista alla radio a Zuccolillo nella quale il padrone di Abc Color sosteneva che i referenti della libertà di stampa non devono essere né i giornalisti, né la stampa, ma il pubblico dei lettori. In precedenza, spiegò Lopez, la direzione del giornale aveva tentato di imporre, a lui come ad altri colleghi, di firmare articoli sotto dettatura e, nel caso di interviste, le domande avrebbero dovuto essere approvate dalla proprietà e dal consiglio di redazione del giornale: “Zuccolillo è il padrone della testata, ma di certo non della mia vita”, sottolineò López. È in questo clima di disinformazione esasperata che, già sotto il presidente golpista Federico Franco, le restrizioni nei confronti delle radio comunitarie sono cresciute, al pari della campagna d’odio condotta contro Tv Publica de Paraguay, l’emittente diretta dal regista Marcello Martinessi, unica nel paese ad informare correttamente sul massacro di Curuguaty. Martinessi si dimise a seguito del tentativo, peraltro riuscito, dell’allora presidente Franco, di fare piazza pulita della redazione, licenziata quasi in massa: al suo  posto, adesso, c’è Paraguay Tv, le cui modalità d’informazione sono le stesse di Abc Color

Nella stampa allineata paraguayana si vive un clima di terrore, ha denunciato Paulo López anche se il recente sciopero generale della fine di marzo ha evidenziato per il sindacato dei giornalisti e per tutta l’opposizione sociale che far cadere Horacio Cartes e il suo piano di privatizzazioni e svendita del paese è possibile.

 

 

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it.
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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