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Buenaventura - Costa pacifica della Colombia

Gli ultimi schiavi

È come se, mentre siamo immersi nella lettura di un libro che ci ha portato lontani dalla realtà, improvvisamente, ci rendessimo conto di essere nel letto di un torrente le cui acque ci stanno già travolgendo.
6 maggio 2014 - Ernesto Celestini

La rabbia e il senso di impotenza che molte volte proviamo nel sentirci incapaci di fare qualcosa per rendere il modo di vivere occidentale più giusto, più equo e anche il nostro desiderio di una qualità di vita migliore, all'improvviso ci sembrano solo una esibizione di vanità.

Le priorità perdono il posto che hanno sempre avuto nella scala dei nostri valori. È come se, mentre siamo immersi nella lettura di un libro che ci ha portato lontani dalla realtà, improvvisamente, ci rendessimo conto di essere nel mezzo del letto di un torrente le cui acque ci stanno già travolgendo.

Questa è la sensazione che si prova quando, per caso, ci si imbatte in una storia (come quella che segue) che ci sprofonda in un mondo che credevamo di trovare solo nei romanzi di Salgari o nei racconti più toccanti di Garcia Marquez, storia di un passato che noi personalmente, da generazioni, avevamo rimosso, e che credevamo che fosse ormai rimasto solo nella memoria o nelle fantasie dei racconti dei nostri bisnonni più avventurosi. E a volte stentiamo anche a credere nelle parole o nel significato che certe frasi vogliono trasmetterci.

Non voglio dire con questo che viviamo tutti estraniati dal mondo reale, ma semplicemente che certi eventi, che, per la loro efferatezza, crediamo essere solo occasionali fatti di cronaca - che ci spieghiamo con l'ignoranza o con la criminalità di certi individui tipici solo di certi ambienti corrotti - non sono eventi tanto unici o eccezionali.

E quando entriamo in contatto con una realtà così differente dalla nostra, quando entriamo in contatto con un mondo in cui il valore della vita è tanto inferiore a quei livelli di diritti umani minimi che a noi già sembrano calpestati nella società in cui viviamo, dobbiamo fare una riflessione per cercare di capire non solo la realtà, ma anche noi stessi.

La cultura è dominata dall'informazione e idee e eventi possono essere più o meno fatti conoscere e condivisi con il pubblico, proporzionalmente all'appoggio e alla diffusione che ricevono dai media, in base ad una scala di valutazione indipendente dall'importanza o dalla corrttezza delle stesse idee o degli stessi eventi.

Bisogna pertanto crearsi uno schema mentale che permetta di filtrare le informazioni che riceviamo, sistemandole, come fanno i computer, nelle apposite caselle.

Intendo dire che dovremmo recepire le informazioni su due livelli, nel primo, quello concettuale e organizzativo dovremmo assumere solamente la teoria, i valori, dovremmo riconoscere e valutare le strategie messe in atto per conquistare la nostra attenzione, per asservire il nostro intelletto, per conquistarci.

Al secondo livello dovremmo sistemare alla pari tutte le altre informazioni, quelle di cronaca, di politica, di guerre, di morte, di vita, di successi e includere tra queste informazioni anche quelle che, per qualche motivo o per ingerenze esterne, vengono trascurate, travisate, sminuite, ignorate o nascoste.

La vera difficoltà è riuscire a mantenere questi due livelli separati. Infatti esiste una vera tecnica ed una chiara strategia dell'informazione con cui si possono mistificare i valori etici e la loro influenza sulla morale e sulla società del momento.

 

"Buttiamola in caciara"

 

E' una espressione in gergo che si sente sottovoce tante volte nelle negoziazioni, quando si vuole evitare che qualcuno prenda una decisione. Significa, se si ha l'abilità di confondere l'interlocutore dimostrando con degli esempi, collegati con il contesto di cui si parla, con quello culturale o quello criminale, che l'evento in oggetto può (o non- può: è indifferente) in alcun modo scalfire il valore dei principi morali, si è già ottenuto un primo successo: Si è costituito un precedente.

Basterà poi continuare con la stessa strategia e ripetere l'esperimento in altre occasioni in modo da rinforzare il pensiero alternativo, per ribadire o per tentare di distruggere il principio morale che si intende attaccare o difendere.

Mi sono imbattuto in una storia scritta un paio di mesi fa, ma che ci sprofonda in tempi che credevamo ormai remoti. È uno di quegli articoli che non si leggono sui media di grande diffusione, semplicemente perché parla di gente che vive fuori dalla realtà che vogliamo conoscere, che vive fuori dal mondo. Prima di credere a quello che leggevo, ho voluto cercare delle conferme con immagini televisive o su qualche testata giornalistica, e su siti (1)- internet (2).

Mi sono permesso di parlare di mistificazione, e di occultamento di fatti, strumentale, perché se leggendo le cronache delle guerre di oggi (Afganistan-Iraq-Libia-Siria-Mali-Ucraina...) o narrazioni come queste si potesse dare il giusto peso a parole come "massacro" - "strage" - “tortura” - “stupro” - “negazionismo” - si arriverebbe a mettere in discussione l'intero sistema stesso che governa le società e la scala dei valori che le regola.

Ma è il sistema stesso che reagisce, per mezzo dei suoi sicari, spesso più inconsapevoli che complici convinti, che diffonde o nasconde opportunamente i fatti, le idee, l'indignazione e le proteste della gente, isolandola o massificandola, in base alla sua convenienza o alla ricchezza dei mezzi disponibile.

 

Gli ultimi schiavi

Traduzione da Buenaventura: Campo de Exterminio del Capital Transnacional Bojaya

L'occupazione del territorio fatta dai militari e dai paramilitari ha soggiogato con la violenza gli abitanti di questa regione della costa  occidentale della Colombia, dove l'80% della popolazione vive in povertà e dove quelli che hanno troop pretendono di sfruttare ancora di più chi non ha scampo né futuro.

Il lezzo del sangue, come le grida dei feriti che sentono il corpo decomporsi, si sentono dietro le pareti delle case di Bajamar, case fatte di legno ancora macchiate di quello che un giorno era sangue e che, poco a poco, scolorendosi, si confonde con lo sporco del tempo. Però i rumori dei ricordi riempiono ancora e non riescono a lasciare quelle stanze, insieme allo spirito di tutti gli sconosciuti, che, li, sono stati ammazzati o che da lì sono “desaparecidos”. Resta tutto lì dentro e si materializza insieme al terrore, alla paura, alla violenza, e chi vive tra quelle pareti lo sente, non riesce a dimenticare  nulla.

Laggiù a Benaventura non si fanno progetti, si deve solo seguire il modello di sviluppo che è stato scelto, imponendolo con pubblicità false e con minacce di morte. Laggiù non servono catene né al collo né alle caviglie, le catene sono la stessa violenza, il terrore e il controllo che si estende su qualsiasi strada e su qualsiasi movimento sotto l’occhio insistente di giovani "afros", che lavorano per i para-militari, che i nsieme a loro tengono la gente in uno stato di neo-schiavitù che si manifesta con il controllo di qualsiasi attività, dovunque.

Se si fanno due passi per i barrios di Lleras, San Jose,  Sanyu, La Playita, Viento Libre, Muro Yusti, Campo Alegre, Santa Monica, Tortoise, Arenal, Alfonso Lopez, Palo Seco, El Capricho e La Palera a Buenaventura sembra che il mondo si sia fermato al periodo del traffico degli schiavi africani verso le Americhe, che rivive però nel tempo di quella che si chiama modernità.

In tutti questi quartieri ci sono le cosiddette “casas de pique", le case di tortura, che sono parte della memoria vivente della vita di oggi, non sono un'invenzione e nemmeno fantasmi del passato, non sono menzogne, sono una realtà.

Non ci sono solo gli "afros" che girano tra le case a seminare terrore, l’odore della morte si sente anche guardando gli avvoltoi, quegli uccelli neri che si volteggiano come una ruota sul mare, quando avvistano qualcosa di morto. Quegli uccelli che si nutrono di morte.

Però loro, gli avvoltoi, a differenza dei paramilitari, quel "lavoretto" lo fanno per sopravvivere, per svolgere il loro ruolo naturale, per dare un senso ai rifiuti, anche quando tra i rifiuti hanno gettato il corpo di uomo.

Lassù mentre gli uccelli neri volano in cerchio, la  bellezza, l’armonia del corpo si trasforma in una merce vile, in un peccatp putrido, quando, come vuole la regola dei paramilitari, il cadavere di un un uomo viene mostrato, come un'esca, per plasmare la società e far passare il loro messaggio attraverso questi delitti.  Senza distinzione, uomini o donne. Paramilitares en las calles

La donna è come il piacere di una danza, è bello guardarla mentre si muove, è buona per soddisfare la passione dei maschi, serve per ingannare i nemici o per diventare l'anello in una rete del sesso. Ci sono tante ragazzine nere, molto carine, che hanno 12 o 14 anni, quando se le prendono i paramilitari per iniziarle, poco a poco, al gioco del sesso.

Il portamento africano esprime tutta la sensualità nella spontaneità delle movenze, imparate fin da piccole, quando le bambine giocano a fare le grandi. Poi, dopo un po’ di tempo, quando quegli uomini vestiti da paramilitari si stancano del loro giocattolo, scaricano le ragazzine o le “enrumban- le avviano” verso il mondo del commercio del sesso. Un mondo, quello della prostituzione, che gestiscono sempre loro, i paramilitari, se qualche ragazzina si ribella, finisce ammazzata. Anche questo è un esempio, un modo per controllare la società.

 

La stessa cosa è per il pizzo

Molti di quelli che finiscono ammazzati e tra loro anche tante donne, è perché non hanno pagato il pizzo che pretendono i paramilitari. In genere si tratta di un paio di dollari, ma non sempre si riesce a pagarli, non sempre si guadagna quel minimo che serve, ma i paramilitari non perdonano. A Buenaventura tutti devono pagare, perfino le donne che vendono il caffè per strada o quelle che vendono per pranzo, il cibo che hanno cucinato a casa, tutti pagano perché altrimenti non li fanno lavorare, non li fanno sopravvivere.

Se si fa un giro per i barrios, nei quartieri acquitrinosi sorti in mezzo ai rigagnoli d'acqua sporca, si riesce a capire che "legge significa forza e prepotenza". Anche l'acqua è un diritto negato qui. Gli afro-bonaverenses vivono circondati dall’acqua, ci si possono fare il bagno, possono pescare, ma non hanno acqua potabile, non hanno nessun servizio di raccolta e nessun trattamento dei rifiuti.  L’80% della popolazione vive in povertà e il 63% non ha un lavoro, non ha nessun reddito, di nessun genere, niente che possa bastare nemmeno per mangiare, non basta nemmeno quello che si ricava taglieggiando o rubacchiando ad altri poveracci disperati, non ce n’è per nessuno.

A Buenaventura gira un pò più del 50% del fatturato commerciale estero dell'intera Colombia e il commercio aumenterà ancora con l'Alleanza del Pacifico. I giornali dicono che Buenaventura produce quattro miliardi per la Colombia e che il sistema di partecipazione nazionale restituisce al Municipio solo 300 milioni di pesos.

Ma oltre tutti questi problemi dovuti alla corruzione di sempre, oggi si aggiunge una presa in giro per il popolo: i nuovi grandi edifici costruiti recentemente a Buenaventura, come segno di un'era nuova che vedrà il turismo e l'economia crescere. Ma dovrà crescere dove però ancora si sta negando che esistano i poveri che vengono nascosti e segregati nei quartieri dove la bassa marea trascina tutti gli scarti di chi viene e verrà a riposarsi, godendosi la bellezza delle coste.

Sono sempre le stesse immagini e gli stessi video che il governo colombiano e quello locale mostrano, dentro e fuori il paese, quando parlano del progresso, ignorando e negando che esiste la "povertà". E un motivo in più per spiegare perché nel recente vertice tenutosi a Cartagena, in un elegantissimo centro di congressi, non si è parlato della "povertà" o meglio è stata nascosta a tutti i partecipanti, per mantenere pulita la loro buona coscienza e per far credere che non avrebbero potuto fare niente di meglio o niente più di quello che si sta facendo. Certo erano Cartagena non è Buenaventura, ma la povertà non è invisibile in nessun luogo.

Buenaventura

La vita puzza di morte, come puzza la violenza della barbarie, come puzzano i rifiuti che restano attaccati sotto le case di legno, sotto quelle palafitte che ancora resistono al tempo.
Buenaventura è uno dei Municipi più militarizzati e con una maggior presenza di polizia, tra i comuni della Colombia. Ma attenzione la sicurezza non protegge chi abita qui, protegge il commercio.

Qui si ammazza la gente a non più di 40 metri dalla base navale che si trova nella zona che chiamano New Town, racconta uno dei capi della comunità di San José, dove quelli della polizia dicono: "non possiamo fare niente per voi, a noi ci mandano qui per proteggere le proprietà". Questo è capitato un paio di settimane fa, quando la gente corse a chiamare i militari per evitare che una persona fosse assassinata dai paramilitari.

Per la gente è chiaro che né la polizia né i militari riescono a trasmettere né sicurezza, né fiducia. Il recente annuncio del Presidente Santos che vuol dare una maggior importanza alla sicurezza, qui viene percepito con molto scetticismo. Uno degli abitanti ha detto che la polizia non fa niente perché ha paura di entrare nelle viuzze secondarie dei "barrios", dove i paramilitari e i loro adepti hanno il quartier generale, con le loro armi e con i loro centri di tortura. La polizia gira tutt'intorno a questi posti, sembra quasi che questo comportamento sia parte di un accordo a volte implicito, a volte esplicito.

Se la gente denuncia i paramilitari e dice alla Polizia dove deve andare a cercarli, i paramilitari già sanno chi è stato a denunciarli, prima che sia tornato a casa. Certe volte qualcuno li vede, poco dopo,  uscire di casa e andar via con i paramilitari, quelli che si fanno chiamare “La Empresa” o “Los Rastrojos”. Perché la verità è che non si arriva mai a fare un vero confronto tra chi ha fatto la denuncia e gli Urabeños o i Gaitanista, insomma i paramilitari. Chi ha fatto la denuncia, di solito è sparito, non si trova più, non sta più a Buenaventura.

I paramilitari sono radicati nella vita della gente, sono la legge, sono il potere reale che regna nei quartieri della bassa marea, i paramilitari li conoscono tutti, la gente sa identificarli anche se sono in pochi a parlare con loro, vivono nelle case del quartiere, abbandonate da quelli che non ce l'hanno fatta più, che sono “desaparecidos” o che sono scappati.

E i paramilitari si sono presi le case che sono diventate il loro presidio, lo spazio da dove si controllano tutti i movimenti della gente, sono diventate case di tortura, dove ammazzano, macellano e tagliano la gente a pezzi. La miseria della gente è tanto inconcepibile che è successo anche che i morti venissero venduti a pezzi, come carne di animale.

Non è passato molte tempo da quando nel quartiere di San José un uomo che vive in strada, vicino alla piazza del mercato, ha trovato un sacchetto congelato, quando ha visto che dentro c'era della carne è andato a venderla lì, a Bajamar, dove arriva la bassa marea.

Un passante ha notato che il colore della carne era diverso da quello del manzo, qualcuno ne aveva già comprato qualche pezzo, era tardi e c'era già chi si era mangiato la carne, quando si è trovato un pezzo con il capezzolo di un uomo. Da quel giorno c'è gente da quelle parti che non è più riuscita a mangiare carne. Tanto è crudele la vita.


In quelle case tutti sentono tutto, però nessuno parla. Il rumore dei coltellacci e dei machete che smembrano i corpi delle vittime si sentono attraverso le pareti di legno e anche l’eco delle torture e delle implorazioni si possono sentire però nessuno può fare niente, chiunque osasse dire qualcosa, farebbe la stessa fine. Se non lui, qualcuno della sua famiglia.

In questi stessi  "barrios de bajamar" si sta progettando una zona turistica, proprio dove meno di 10 anni fa accadde il Massacro di Punta del Este, dove più di 10 ragazzi furono assassinati dai paramilitari, dove avvenne un "desplazamiento forzado" - una cacciata della gente che abitava nel posto, dove oggi hanno costruito un magazzino moderno per una società spagnola.

Allo stesso modo, altri barrios furono trasformati in discariche dove riversare gli scarti del carbonio che arriva dalla costa caraibica, che si trova a più di quattrocento miglia di distanza. Anche quello che oggi è la Cranio Islet, diventerà una base per le società di stoccaggio del carbone.

Il rituale degli omicidi lo conoscono tutti. Dei giovani paramilitari vanno a prendere a casa le loro vittime e le portano in un altro quartiere, ci vanno a piedi e sono sempre due che si muovono insieme, in silenzio, i paramilitares si riconoscono perché portano sempre delle belle scarpe da tennis di marca, i due passano tra la gente a testa, anche se uno dei due sta per essere assassinato, camminano per mano, senza resistenze, senza sforzo, senza catene.

Camminano, attraversando una strada dopo l’altra e poi entrano in una delle case dove comincerà la tortura, fino alla morte.

Qualcuna delle vittime che è riuscita a sopravvivere ai colpi di machete, o che non annega in mare, può essere ripescata dai suoi assassini e allora, per sicurezza, la  legano ad una pietra perché "soffra meno e affoghi in pace" in altri casi, come è successo con de i paramilitari nel Nord della Colombia, hanno squarciato la pancia della vittima per riempirla di pietre per affondare meglio.

Bisogna ricordarsi che nel 2000 e nel 2002 sulla strada per Buenaventura avvennero tre massacri durante dei "desplazamientos forzados" - gli sgomberi della popolazione - e proprio in quelle zone oggi costruiranno l'infrastruttura della “Doble Calzada “ – la doppia carreggiata. Qualcosa di simile a quello che accadde nelle comunità nere del Calima, quando cominciarono i lavori del progetto di ampliamento di Agua Dulce, quando alla comunità fu negato il loro diritto ancestrale di piena proprietà del suolo. Di fatto l'impresa privatizzò la terra e bruciò più di 50 pascoli, che da sempre erano stati usati per gli animali dalle comunità locali.

Nel 2014 già sono state assassinate 54 persone e  almeno altre 13 sono scomparse, tutte morti violente di cui 13 erano donne. 

C'è anche un centro di culto necrofilo, nel mare in lontananza, nessuno vuole avvicinarsi tranne quelli che lavorano per portare il progresso. E’ l’isoletta del " calavera” – l’Isola del teschio – quella che prima si chiamava Margarita. Su quell’isola svolazzano a centinaia i “chulos”, gli avvoltoi che accorrono quando i paramilitari ci buttano il corpo senza vita di una delle loro vittime, quello è anche il cimitero dei “desaparecidos forzados”.E’ in questo posto che si progetta il futuro, il progresso che dovrà trasformare l'isola per farla diventare un anello della catena del trasporto del carbone di una multinazionale.

Questa è veramente Buenaventura, una città strangolata, alla quale è negato mostrare la propria miseria ma che il governo mostra al mondo come icona del progresso, quello di un mondo immaginario che lentamente diventerà realtà per le grandi imprese, per il capitale, un luogo dove si nasconde tutto quello che puzza, come il sangue povero, il sangue nero, la vita nera, la schiavitù dei giorni nostri.

Note:

Fonte : http://desinformemonos.org/2014/04/herederos-de-la-esclavitud-en-buenaventura/

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